28 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Un popolo di persone normali

Sardinedi Tomaso Montanari

Tutto ciò che va contro Salvini, tutto ciò che riporta in piazza la gente dalla parte giusta, va bene. Ma lo strepitoso successo delle Sardine annuncia un’erosione elettorale della destra, o alla fine lascerà intatte le ragioni di quel consenso?

Marco Revelli ha notato che le critiche alle Sardine assomigliano ai discorsi della gente che dà buoni consigli, non potendo più dare cattivo esempio. È vero, ma, come ha scritto George Orwell, «per difendere il socialismo, occorre cominciare attaccandolo».

Leggendo i tweet entusiasti del peggior Pd e i peana che si susseguono sui grandi giornali che hanno avuto un ruolo cruciale nel demolire la sinistra; sapendo che a Torino vi confluiscono le Madamine Sì Tav e i vertici della Compagnia di San Paolo, a Milano i più accesi sostenitori dell’Expo, e a Firenze il sottobosco politico del governo delle Grandi Opere, la domanda che affiora alla labbra è: siamo di fronte a una gigantesca strumentalizzazione, o c’è qualcosa, nelle Sardine stesse, che ne autorizza questa interpretazione “di sistema”?

Il manifesto del movimento individua il proprio nemico nel “populismo”. Il che significa considerare alla stessa stregua il consenso al Movimento 5 Stelle e quello al sovranismo neofascista di Salvini: è questa, mi pare, una prima connotazione “di sistema”.

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24 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Ancora Orwell?

Orwelldi Mario Monforte

Ricordate 1984 di Orwell? È piú illuminante di tanti tomi di dotte elucubrazioni. L’apparato statale addetto alla repressione di ogni dissenso interno era detto «ministero dell’Amore»; quello addetto alla guerra permanente, «ministero della Pace»; quello addetto al controllo di cibo e beni e loro distribuzione, dandoli con il contagocce al popolo, «ministero dell’Abbondanza»; quello addetto alla falsificazione e manipolazione, «ministero della Verità», che riscrive, modifica, cancella storia, eventi e protagonisti, ed elimina dalla lingua le parole negative o pericolose per l’«ordine costituito», o le sostituisce con altre neutre.

Non sta diventando cosí questa nostra Italia, sotto i proclami e i discorsi della “classe politica”, e l’opera permanente dei professionisti della menzogna (mediatici e del sistema della formazione)?

I nomi dei partiti sono foglie di fico che coprono tutt’altro, o l’opposto. La crisi è una sorta di fenomeno naturale: si deve dire «recessione» o meglio «ripresa lenta». L’appropriazione di masse di surplus sociale (schiaffo in faccia ai piú che arrivano a fatica a fine mese e ai tanti che non ce la fanno) è dichiarata legittima per le cosiddette retribuzioni, liquidazioni, pensioni di manager (privati, statali, semistatali) e per le prebende della classe politica e degli addetti agli apparati statali. La subordinazione dello Stato italiano (imposta all’intero paese) a Usa, Nato, Ue-Bce, Stato germanico, organismi internazionali, è detta «trattati di alleanza», «vincoli internazionali», «trattati europei», «l’Europa ci chiede» – rimandando a una fantomatica comunità internazionale. Le guerre a cui partecipa lo Stato italiano, come supporto agli Usa, sono denominate «operazioni umanitarie», o «di pace», o di «affermazione della democrazia» unita ai «diritti umani», o al piú di «polizia internazionale». La macelleria mondiale, aperta, retta e gestita da Usa-potenze maggiori-grande capitale transnazionale, è detta «globalizzazione» – beninteso, dalle «esigenze ineludibili». La macelleria sociale interna, che elimina o striminzisce i diritti acquisiti con dure lotte, è detta «modernizzazione» e i provvedimenti che colpiscono la società, mentre accentrano in modo autoritario la gestione del potere statale, sono chiamati «riforme» – dette ovviamente «indispensabili» e spesso «storiche», perché ormai tutto ciò che fa il governo è «storico». Le iniziative, rivendicazioni, proposte a favore della grande maggioranza della popolazione sono dette «populismo» – presentandolo come demagogia e inganno, quasi nazifascismo.

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4 Marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

«La grande bellezza»? Meglio niente, grazie

di Antonio Tricomi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10  de Il Ponte – ottobre 2013 ]

La grande bellezzaE va bene: fingiamo pure che Flaubert, che era Flaubert, volesse realmente scrivere un “romanzo sul niente”, invece che “un libro su nulla”, e che egli davvero non abbia saputo realizzare un proposito cui, tuttavia, non risulta si sia mai dedicato, dal momento che tanto L’educazione sentimentale quanto Bouvard e Pécuchet, per esempio, nascono da tutt’altra ispirazione. Ma, allora, perché cimentarsi in un progetto che, cosí, tanto per chiacchierare, stiamo indebitamente ipotizzando essersi dimostrato superiore persino alle forze di uno fra i massimi autori della modernità? Il rischio è che ne risulti un ambiziosissimo film sul niente che poi si rivela niente e spinge gli spettatori a domandarsi: «non sarebbe stato meglio niente?». A chi non confonda un autentico e rigoroso talento visionario con un ossessivo manierismo che, per eccesso di gratuità, da potenziale virtuosismo onirico si degrada a monocorde formalismo asfittico, La grande bellezza di Paolo Sorrentino apparirà infatti nulla.

Una dopo l’altra, debordanti citazioni sia cinematografiche sia letterarie, raramente essenziali sotto l’aspetto figurativo o nell’economia della pressoché assente narrazione, si affastellano alla rinfusa, dando non troppo congruamente vita a una carrellata, immancabilmente qualunquistica, degli idoli e dei luoghi comuni del nostro tempo. Il quale, appunto perché rievocato con una sensibilità tutta estetizzante, non risulta – al di là delle intenzioni del cineasta, quali che fossero – né decostruito, o almeno effettivamente interrogato, né messo sotto accusa, o al limite assolto. Se il desiderio era cioè quello di svelare il cinico e disperato, anzi mortuario, abbrutimento etico, nonché lo smisurato e persino lugubre cattivo gusto che si cela sotto le triviali immagini di grottesca magniloquenza imposte dall’odierna società dello spettacolo e cui aspirano a uniformarsi anzitutto ceti abbienti sempre piú ipocritamente sguaiati, e se l’ambizione era altresí quella di reperire, sia pure in cotanto squallore, tracce o potenzialità di sopravvissuta o nuova bellezza, di riaffiorata o inedita decenza, Sorrentino manca entrambi gli obiettivi. Il suo oleografico ma fragoroso barocchismo, difatti, ne rende gli slanci satirici cosí ovvi e farseschi da ridurli a epidermici e buffoneschi, dunque a facili e spuntati, sberleffi. E il suo onnivoro compiacimento espressivo, benché voglia magari provare a riscattarle, degrada invece le poche chances o illusioni di grazia e di moralità, che pensa di poter ancora scoprire nella nostra epoca corrotta, a melensi reperti kitsch.

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