30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Gian Paolo Calchi Novati

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco BinniRino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Piuttosto che esaltare la “bellezza” della Costituzione italiana del 1948 sarebbe ed è più pertinente – soprattutto se si argomenta sulle sue modifiche – mettere in evidenza la sua coerenza. Anche la consueta distinzione fra prima e seconda parte, dicendo o sottintendendo, non si sa con quali certezze e con quanta proprietà, che i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini compresi nella prima parte sono comunque intoccabili, non rende giustizia a un testo in cui i singoli passaggi sono intrinsecamente ed estesamente collegati fra di loro fino a formare un corpus organico e omogeneo. L’art. 138 sulle leggi di revisione è una prova della rigidità della Costituzione, mentre l’art. 139 fa della «forma repubblicana» un postulato immutabile.

Il merito principale della nostra Costituzione è proprio il collegamento molto stretto fra i valori e gli istituti della rappresentanza e del governo. Il pericolo della riforma malamente approvata dal parlamento, su cui è chiamato a pronunciarsi il popolo, è che la manomissione della seconda parte preluda a uno sconvolgimento di ciò che viene prima. E infatti i detrattori della Costituzione non dicono che è «brutta» ma che è «vecchia» o «invecchiata». Si lascia intendere che i suoi principi rispecchiano un momento della nostra storia superato, che non esiste più. È come se nei fatti non si discutesse di Senato o di Province ma di Resistenza e prima ancora di Repubblica nel significato che va oltre la forma dello Stato per intendere un modo di convivenza della collettività che rimanda alla Grecia, a Roma o, per venire a tempi più vicini, al senso che ha la repubblica in Francia o negli Stati Uniti. Il ricatto implicito è di accusare di “passatismo” ogni richiamo al clima del 1946-47, come sarebbe in fondo logico per chi colloca la Costituzione non nell’indefinito di una qualsiasi vicenda istituzionale bensì in una precisa temperie politica e morale che si dovrebbe se mai rivalutare come bussola per uscire dalla “decadenza” che ci affligge sotto molti aspetti.

Il campo del ha la presunzione di essere “moderno” e si fa forte di un preteso aggiornamento, dimenticando che la Costituzione è già stata oggetto di modifiche – adottate secondo le disposizioni legislative in materia o imposte in via di fatto – che, ben lungi dal migliorare le pratiche politiche e amministrative, sono risultate quasi sempre negative e difficili da conciliare con il contesto complessivo. È il caso del famigerato emendamento sull’obbligo di parità del bilancio dello Stato. La riforma dell’assetto regionale come disciplinato nel Titolo V si è rivelata tanto posticcia e deludente da richiedere sostanziose modifiche a breve distanza di tempo, con lo stesso progetto ora sottoposto a referendum, sollevando tuttavia altri dubbi e giustificando molte riserve. Il diritto al lavoro (art. 1) è contraddetto ampiamente nella disciplina legislativa corrente e nella stessa fisionomia della società “post-fordista”. Le alleanze che ci portiamo dietro dalla competizione bipolare e dalla guerra fredda hanno giustificato e giustificano di continuo gli sfregi all’art. 11, che con parole nitide e univoche ripudia la guerra sia «come offesa alla libertà degli altri popoli» sia «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Se non bastasse il merito delle singole (disparate e confuse) modifiche della Costituzione su cui ci si deve pronunciare, ci sono anche le ombre di questa deriva che grava sugli equilibri e la coesione della comunità dei cittadini a convincere tutti i “repubblicani” a votare no.

12 Novembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Una storia di diritti e di potere

Israeledi Gian Paolo Calchi Novati

Il numero sette ha avuto un ruolo importante nella vita dello Stato di Israele moderno. Si comincia dal 1897, l’anno del primo Congresso sionista convocato da Theodor Herzl a Basilea. Seguirà, durante la Prima guerra mondiale, la Dichiarazione Balfour del 1917. Nel 1947 finì il mandato della Gran Bretagna e una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì la spartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico. Vale ancora oggi lo spartiacque rappresentato dalla Guerra dei sei giorni: la vicenda di Israele come Stato e come attore regionale ha un prima e un dopo il 1967. Non è cambiata solo la geografia di Israele e, di riflesso, della Palestina, il suo fratello gemello mai nato. È la natura stessa dello Stato ebraico ad aver mutato di senso influendo sul suo codice identitario fra ebraicità e israelianità e sul modo di interagire con la politica del Medio Oriente e del mondo. Nel 1977, per la prima volta un presidente egiziano sbarcò in Israele e pronunciò un discorso alla Knesset: Anwar Sadat – consapevole delle responsabilità che competevano all’Egitto per essere lo Stato arabo più importante per popolazione, capacità militari e potenzialità economiche – aveva rotto gli indugi e chiese la pace, riconoscendo la sconfitta nel confronto con quel prodotto del sionismo che gli arabi avevano commesso l’errore di ritenere un accidente transeunte.

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25 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Le tante facce e i molti equivoci di un’emergenza

profughidi Gian Paolo Calchi Novati

Se e quando il flusso migratorio verso l’Europa finirà o almeno si normalizzerà, si potrà valutare meglio la maggiore o minore eccezionalità del fenomeno che è dilagato negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane. La storia registra processi migratori che hanno di fatto cambiato il mondo plasmando e riplasmando la geografia e la demografia dei continenti. Le Americhe, l’Australia, il Sud Africa ma anche la Turchia e Israele sono il prodotto di spostamenti massicci di popolazioni. Non sempre i nuovi insediamenti sono avvenuti nel vuoto. Le terre senza popolo per popoli senza terra sono più spesso una pia illusione o una pura e semplice ipocrisia per nascondere travasi o sostituzioni di massa con la forza. L’ultimo spostamento di milioni di persone in Europa è avvenuto a seguito della Seconda guerra mondiale come effetto dello slittamento verso ovest dei confini e della reazione alla “sovietizzazione”. La normativa internazionale sul diritto d’asilo ha avuto come spunto contingente proprio gli eventi in Europa degli anni quaranta.

Se si sta ai numeri, i profughi che approdano in Europa sono una quota minima rispetto ai profughi che si muovono all’interno delle stesse aree che soffrono le conseguenze di guerre, carestie, calamità naturali, persecuzioni e regimi autoritari. La grande maggioranza degli uomini e delle donne che in Africa – il continente che consideriamo il nostro continente di riferimento – lasciano i loro paesi d’origine per emergenze di varia natura, ma anche alla ricerca di lavoro o promozione sociale, lascia un paese africano per un altro paese africano. I profughi africani che restano in Africa si contano a milioni, non a decine o, tutt’al più, centinaia di migliaia come per le esperienze recenti di immigrazione da Sud a Nord. Pur ammettendo che è più “facile” integrare o integrarsi in contesti o spazi territoriali informali che non nei nostri Stati ultra-formalizzati, resta tuttavia una bella differenza fra Africa (ma anche Medio Oriente) e Europa. La percentuale media di stranieri nei paesi dell’Unione europea è dell’11%, nel solo Libano è del 25%.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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