21 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Franco Zeffirelli, perché per me Firenze non doveva santificarlo

di Tomaso Montanari

[Articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 19 giugno]

Il giorno dopo la morte di Franco Corsi, in arte Zeffirelli, amabilmente sfottuto da Ennio Flaiano col soprannome di ‘Scespirelli’, ho seguito con crescente smarrimento l’impennata retorica, che cresceva soprattutto nella mia Firenze. Mentre si profilavano l’esposizione della salma nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il funerale in Duomo, la tumulazione alle Porte Sante e la perdita definitiva del senso della misura che è culminata, su alcuni giornali fiorentini, in paragoni per nulla ironici con Michelangelo, Machiavelli, Galileo e gli altri forti che dormono in Santa Croce, ho pensato che fosse non solo legittimo, ma perfino doveroso, buttare nell’enorme calderone di melassa un atomo di contravveleno.
Pochi caratteri di scettico ridimensionamento, di fronte ad una foliazione dei giornali locali che non si sarebbe raggiunta neanche fosse morto di nuovo Dante in persona. Eccoli:
«Si può dire che il #maestro Scespirelli era un insopportabile mediocre, al cinema inguardabile? E che fanno senso gli alti lai della Firenzina, genuflessa in lutto o in orbace, ai piedi suoi e dell’orrenda Oriana? Dio l’abbia in gloria, con Portesante e quel che ne consegue. Amen».

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30 Novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tre cerchi e un segmento: una mostra fiorentina per Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Giulio Conticelli

Al termine del sessantesimo anno dalla scomparsa di Piero Calamandrei e all’approssimarsi del settantesimo dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la Commissione cultura del Consiglio comunale di Firenze e l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrt) hanno, in sinergia con il proprio patrimonio archivistico, promosso nell’Archivio storico comunale di Firenze la mostra Piero Calamandrei intellettuale democratico nella Firenze del dopoguerra, che rimane aperta sino al 13 dicembre 2017.

Dinanzi a un’esposizione di documenti storici, il criterio di analisi opportuno sembra individuarsi in “ciò che manca”, cioè nei vuoti espositivi per permettere di far risaltare quanto c’è di “pieno”, perché la superficie espositiva sia più espressiva della forma che intende trasmettere con i materiali archivistici.

L’Isrt conserva l’Archivio di Piero Calamandrei donato dalla vedova di Piero, Ada Cocci: questo ha permesso dai primi anni sessanta anche la conservazione di un peculiare materiale documentario sulla preparazione dei fascicoli del «Ponte», dal 1945 al 1956, con l’intreccio nell’amplissimo epistolario di lettere per l’attività editoriale con la più estesa attività culturale e giuridica di Calamandrei.

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4 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’edizione integrale del «diario» di Piero Calamandrei: uno spaccato testimoniale tra autobiografia, storia e storiografia

Piero Calamandreidi Angelo Tonnellato

Un’attesa edizione integrale

Finalmente, l’attesa e sollecitata edizione integrale del Diario di Calamandrei arriva in libreria. Va dato merito a Tommaso Codignola, in continuità, non solo editoriale, ma etica e civile, con la comunità calamandreiana dei suoi «maggiori» – il bisnonno Ernesto, il nonno Tristano, il padre Federico – di aver degnamente corrisposto a una sollecitazione di lunga data della cultura italiana. Queste le coordinate del libro: Piero Calamandrei, Diario 1939-1945, introduzione di Mario Isnenghi, 2 voll., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015. Prezzo dei due volumi euro 56.00, che si possono ordinare anche sul sito dell’editore a euro 47.60.

L’edizione del 1982, come si sa, fu realizzata con alcuni omissis, dettati dalla cautela verso persone, allora ancora in vita, e dal desiderio di Franco Calamandrei di attutire qualche punta particolarmente acre dei numerosi «paragrafi dello scontento» compilati su di lui dal padre. Notazioni che erano il riflesso e la proiezione d’un dissidio che, emerso fin dal 1937-38, era venuto dilatandosi, negli anni successivi, su latitudini non solo politiche, come uno sciame sismico di cui il (troppo) sensibile e fibrillante sismografo paterno era venuto registrando tutte le evoluzioni e impennate. Non poche volte, peraltro, esacerbando e irrigidendo i contrasti sotto l’effetto di una solitudine che lo conduceva, da un lato, a far fibrillare le sue scontentezze fino ai limiti di una quasi vendicativa insofferenza e, dall’altro, a restringere – come nella sequenza di un precipite – la messa a fuoco dei suoi propri «dintorni» relazionali alle dimensioni e andature di un microcosmo che, apparendogli, appunto, addirittura privo di un condiviso «lessico famigliare», risulta in definitiva affidato al solo codice dei segni – il rimpicciolito e clandestino esperanto dell’opposizione moderata al fascismo – in vigore nel vigilato circuito di una ridottissima pattuglia di persone fidate.

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