5 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

La critica letteraria oggi e l‘Asor Rosa di cinquant’anni fa

Alberto Asor Rosadi Marco Gatto

1. Grazie a Cesare Segre, e persino al di là delle sue intenzioni, ci eravamo chiesti dove andasse a parare la critica letteraria, che per questo studioso, è bene ricordarlo, più che un discorso sull’esistente a partire dai testi, era semplicemente un sinonimo di indagine filologica e stilistica1. Il termine “crisi” – ben prima che venisse investito, in anni recentissimi, di significati più strettamente economici o finanz-capitalistici – funzionava già da passepartout per definire una situazione di irreversibile atrofia del discorso critico: gli intellettuali non avevano più una funzione civile, erano privi di pubblico e di destinatario; l’interrogazione del mondo attraverso i testi aveva subito contraccolpi laceranti; il dibattito languiva, anche a causa degli scontri tra interpreti e analisti, impegnati e tecnici, insomma, tra chi intendeva la letteratura come occasione di intervento sociale o politico e chi la intendeva come corpo autonomo di regole, meccanismi, strutture, come scrigno di una qualche essenza irriducibile.

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4 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Rimarrebbe pur sempre Spartaco

Spartacodi Antonio Tricomi

Quella scattata da Guido Mazzoni con I destini generali (Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 115, € 14,00) è una fotografia della nostra epoca, e in special modo della società occidentale, autenticamente spietata perché intellettualmente onesta. Il merito principale del saggista lo potremmo infatti riassumere così: ricavare tale impietosa diagnosi in primo luogo dalla propria esperienza di scacco non già conoscitivo, ma etico-politico o, in altri termini, dalla consapevolezza di non essere legittimato a considerarsi in una qualche misura estraneo alla bancarotta della civiltà che caratterizza il presente solo perché almeno in parte formatosi sui principi – da tempo decaduti – della tradizione umanistica. Mazzoni muove cioè da un’addolorata ammissione di fisiologica correità emotiva – e, per paradosso non proprio estremo, anche culturale – con le mitologie perlopiù regressive che dominano l’età contemporanea. A parer suo, quel letterato, quel filosofo, quello storico che, in nome dell’ormai solo presunta eterodossia della propria educazione, immagini di potersi porre al di sopra o semplicemente al di fuori dell’oggi, e di riuscire a decifrarlo e magari a contrastarne le peggiori retoriche impiegando saperi o richiamandosi a valori che si ostina a credere strutturalmente irriducibili a quelli egemoni, finisce infatti col prodursi in uno sterile, tutt’al più moralistico esercizio di falsa coscienza, che gli vieta di misurarsi con un reale il cui ordito non si lascia più né cogliere criticamente, né lacerare in chiave utopistica da interpretazioni di tal genere.

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24 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Gli errori di Guido

di Rino Genovese

guido-mazzoniL’errore di Guido Mazzoni, per i numerosi apologeti della modernità occidentale e della democrazia liberale, sarà quello di dichiararsi a disagio, come scrive nella frase finale del suo libro (I destini generali, Roma-Bari, Laterza, 2015), oppresso da uno stato d’animo melanconico circa le sorti del mondo. Va invece a suo merito, ai miei occhi, proprio l’ambivalenza nevrotica nei confronti dell’esistente assunto come intollerabile nel momento stesso in cui ne stabilisce l’invincibilità. La parte di pianeta oggi relativamente al riparo dalle guerre a base etnica o religiosa, non priva di livelli di benessere ancora elevati, ha come risvolto rapporti di classe mondiali di tipo neo-ottocentesco: così giustamente li definisce l’autore, è questo uno dei suoi rovelli. Sono allora altri gli errori di Guido, per me in forma schematica i seguenti:

1) egli fonda il suo pessimismo su una visione per nulla originale della realtà contemporanea, che ha il suo punto di riferimento nell’analisi di Pasolini riguardo alla “mutazione antropologica” (cui era associata quella sulla “omologazione culturale” indotta dai consumi di massa) adeguata – se anche lo era – a un mondo perfettamente integrato nella sua divisione in blocchi, in cui la cultura occidentale la faceva da padrona nella versione occidentale liberaldemocratica come in quella marxista sovietica, ma non a un mondo come quello odierno caratterizzato dall’esplosione caotica delle culture particolari (con la forma di vita occidentale moderna ridotta a una cultura tra altre, cosa che era in fondo fin dall’inizio nonostante le pretese universalistiche); si pensi, per fare un esempio, al documentario pasoliniano Le mura di Sana’a, in cui sembrava che l’antico Yemen dovesse scomparire di lì a poco sotto l’avanzare dell’omologazione e in virtù di uno sviluppo dissennato, laddove oggi è distrutto da una guerra di tipo confessionale, prolungamento di uno scontro regionale più ampio tra sciiti e sunniti; sarebbe sufficiente riflettere su una situazione neotradizionale del genere per archiviare i concetti pasoliniani e iniziare a ragionare, piuttosto, sulla ibridazione culturale in cui sono presi tanto l’Occidente quanto le culture “altre”;

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