9 Giugno 2020
pubblicato da Il Ponte

Il diario di Fang Fang

di Silvia Calamandrei

Una corsa contro il tempo e sfasata di un mese quella compiuta dal traduttore americano a Los Angeles per renderci disponibile il diario di Fang Fang (Fang Fang, Wuhan Diary, New York, Harper Collins, 2020, edizione inglese); tra poco ci sarà anche la traduzione italiana di questa memoria-testimonianza del Coronavirus nel suo luogo d’origine (?), o per meglio dire nella metropoli cinese che per prima è andata in lockdown, vivendo l’esperienza che sarebbe toccata ad altri milioni di reclusi nell’intero globo terrestre. Anche altri hanno scritto diari del lockdown di Wuhan, come l’attivista femminista Guo Jing, e in tutti il tema centrale è la rivendicazione che le autorità rispondano delle loro responsabilità: una richiesta di accountability (wenzexing), oltre che di trasparenza e accesso all’informazione. Ma Fang Fang è probabilmente il personaggio più noto, e su di lei si sono concentrate critiche e censure.

Michael Berry, che era a gennaio impegnato a tradurre il romanzo della scrittrice Funerali soffici, quello che era stato motivo di attacchi dell’ultrasinistra cinese e oggetto di censura (per la visione critica dell’epoca della riforma agraria), appena avuto sentore del diario si è messo in contatto con Fang Fang per chiederle di tradurlo.

I dispacci dalla quarantena di Wuhan cominciano il 25 gennaio e terminano l’8 aprile, e sono sessanta quotidiane annotazioni di gesti, pensieri, atti e contatti che hanno consentito la sopravvivenza nella reclusione, dopo l’annuncio del 20 gennaio del dottor Zhong Nanshan (il grande specialista della Sars) che la nuova malattia era trasmissibile tra umani (negato fino ad allora dai responsabili governativi e sanitari locali presi da scadenze politiche e cerimoniali che non ammettevano interferenze).

È bene leggere la postfazione del traduttore perché ci spiega come quello di Fang Fang non sia un diario nel senso tradizionale: si tratta di annotazioni trasmesse quotidianamente su Weibo e su Wechat, le piattaforme social cinesi, e riprese, commentate e ripercosse nella rete di comunicazioni tra migliaia di utilizzatori. Talvolta il messaggio trasmesso da Fang Fang sparisce, cancellato dai censori, ma c’è chi l’ha copiato e lo diffonde di nuovo, oppure è stato ripreso e commentato da qualcun altro. Insomma è una conversazione in rete con migliaia di interlocutori, non solo amici, ma anche sconosciuti, una sorta di alveare ronzante in cui circolano le notizie, vere o false che siano, e si cerca di informarsi il più accuratamente possibile bocca a bocca non fidandosi delle fonti ufficiali. Questo telefono senza fili è seguito anche all’estero, nelle comunità cinesi sparse per il mondo e da tutti coloro che si appassionano alla Cina. Al 10 aprile il diario aveva avuto 380 milioni di visualizzazioni e 94.000 commenti (fonte «Guardian»). A partire da un certo momento il diario diventa oggetto di attacco, non solo dei censori, ma di faziosi nazionalisti che accusano la scrittrice di fare il gioco degli americani e di coloro che denigrano la Cina, esponendone gli aspetti negativi: “i panni sporchi vanno lavati in casa”, insomma.

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