13 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Cambio di stagione

di Lanfranco Binni

Una diagnosi sbagliata?

Mi ha colpito molto un articolo, breve e clamoroso, pubblicato dalla microbiologa e virologa Maria Rita Gismondo, una voce fuori dal coro, nella sua rubrica “Antivirus” su «il Fatto Quotidiano» del 3 maggio, e ancora di più mi ha colpito il silenzio che gli è stato riservato dai competenti tecnico-scientifici della medicina di potere e dai media. Riporto integralmente il testo:

Questo virus non finisce di stupirci. Per due mesi abbiamo rincorso i posti letto in rianimazione, abbiamo parlato di polmonite interstiziale: oggi le autopsie ci fanno scoprire ben altro. Al Sacco di Milano e al Papa Giovanni XXIII di Bergamo ne sono state eseguite 70. È venuto fuori che la polmonite è un sintomo successivo, e forse anche meno grave, di quello che il virus provoca nel nostro organismo. Questa ipotesi era già stata avanzata dal dottor Palma, cardiologo di Salerno, tra le critiche dei soliti soloni mediatici: SarsCoV2 colpisce soprattutto i vasi sanguigni, impedendo il regolare afflusso del sangue, con formazione di trombi. La polmonite ne è una delle conseguenze. Nella terapia di questi pazienti, ci siamo quindi focalizzati su uno e forse non il principale meccanismo patogeno del virus. I pazienti deceduti, al netto di altre patologie pregresse, avrebbero sofferto le conseguenze delle prime diagnosi sbagliate. Covid19 è una malattia vascolare sistemica. I polmoni non possono ventilare, malgrado l’insufflazione forzata di ossigeno, perché non vi arriva sangue. Addirittura i respiratori avrebbero peggiorato l’esito della malattia. L’ipotesi italiana è oggi confermata anche dagli Usa. Questa nuova conoscenza porta a una vera rivoluzione. La prima osservazione per fare diagnosi è quindi il livello di infiammazione. E i farmaci con cui intervenire immediatamente sono quelli che possono prevenire o curare infiammazione e formazione di trombi. Tutti farmaci già in uso e a basso costo. Chiuderemo definitivamente le terapie intensive Covid19?

Le pratiche invasive delle terapie intensive si vanno rapidamente riducendo in tutta Italia, anche perché la gente ha intuito i rischi mortali degli ospedali infetti e soprattutto che rispetto al Covid-19 l’unica terapia è affidarsi alla speranza che la malattia si risolva da sé. Intanto in intere zone del nord industrializzato e inquinato sono morte “ufficialmente” più di 30.000 persone (ma i morti in casa sono molti di più), e medici e infermieri sono stati esposti alle infezioni senza le protezioni minime. La retorica istituzionale degli “eroi” riservata al personale sanitario che ci ha lasciato la pelle è un cinico alibi per le clamorose inadempienze del sistema sanitario nazionale pubblico e privato, della Protezione civile e dell’intero sistema politico statale e regionale; si moltiplicheranno i processi nei tribunali, e comunque agli uccisi non sarà resa giustizia.

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