5 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Salvini & Macron: la morte a credito

Salvinidi Mario Pezzella

Minniti gode oggi di una certa considerazione: Salvini lo considera un suo precursore, Travaglio lo elogia come colui che senza tanti clamori stava risolvendo il problema dell’immigrazione; si può immaginare che sarebbe stato uno dei perni della poi fallita coalizione di governo Pd-Cinque Stelle. Il suo merito maggiore è quello di essersi accordato con i predoni e capi bastone libici per creare campi (di accoglienza!?) nel deserto, dove internare i migranti; istituendo quella frontiera esterna, che un po’ tutta la Fortezza Europa vuole costruire, Merkel e Macron non esclusi. Peccato che le condizioni di vita in questi campi siano divenute simili – senza che nessuno se ne preoccupi – a quelle di un lager nazista. Paragonai in un articolo su «Il Ponte» l’indifferenza di Minniti (e nostra) a quella di Eichmann, che – durante il suo processo a Gerusalemme – declinava ogni responsabilità per quello che accadeva nei campi, pur avendone predisposto la realizzazione. Paragone che mi ha attirato molte critiche, in parte giustificate: in effetti io non mi riferivo alla quantità delle vittime, ma alla qualità morale dell’internamento. Ricordo che nel novembre del 2017 l’Alto commissario dell’Onu per la difesa dei diritti umani, fondandosi su prove e testimonianze, dichiarava: «È letteralmente disumana la cooperazione UE-Libia, si assiste a orrori inimmaginabili. […] La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». Non è esagerato parlare di neoschiavismo: in un video della Cnn, sempre del 2017, si documenta la vendita di due ragazzi «per i quali piovono offerte e rilanci. 800 dinari… 900, 1.100… venduti per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)». Uno dei due giovani è presentato come «un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi». Ricevuto il filmato, Cnn è andata a verificare, registrando in un video shock la vendita di una dozzina di persone in pochi minuti. Stupri violenze, detenzione in condizioni intollerabili, vendita di schiavi, sono la normalità in questi centri di accoglienza.

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15 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Giustizia e magistrati nel nuovo millennio

Magistratura democraticadi Livio Pepino

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 5-6 de Il Ponte (maggio-giugno 2015). Numero speciale interamente dedicato alla giustizia e curato da Livio Pepino]

1. Quarantacinque anni fa, nel febbraio 1970, usciva il primo fascicolo di «Qualegiustizia»1, rivista radicalmente nuova nel panorama giuridico, destinata a essere, per tutto il decennio successivo2, strumento fondamentale e punto di riferimento per un modo diverso di rendere giustizia3. Fu subito chiaro che si trattava di una rivista eretica, una rivista contro, seppur in una prospettiva di costruzione di un modello alternativo. Contro una collocazione e un ruolo della giurisdizione pesantemente influenzati da un formalismo acritico, da un diffuso conformismo filogovernativo e da una forte volontà di conservazione politica (nonostante il vento del Sessantotto e le lotte operaie del ’69). In quasi mezzo secolo si sono sovrapposte e sostituite generazioni di magistrati. La situazione politica, sociale, culturale del paese è, come ovvio, profondamente mutata. Ed è cambiata la collocazione dei giudici e della giurisdizione nel sistema politico. Da qui la domanda: ha senso, oggi, riproporre l’interrogativo su quale giustizia o si tratta di un amarcord inutile e un po’ patetico? Come sempre, la risposta dipende dal modo in cui si affronta la questione. È certamente inutile e fuori tempo riproporre modelli legati a un’epoca che (nel bene e nel male) non c’è più; è, con pari certezza, utile – anzi necessario – riflettere sui valori e i princìpi sottostati a quei modelli, spesso frettolosamente accantonati da un pensiero dominante che vorrebbe diventare unico.

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