19 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il labirinto del silenzio: memoria senza i titoli di coda

Il labirinto del silenziodi Luca Baiada

Arriva con un po’ di ritardo, nelle sale italiane, Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli. È dedicato ai processi di Francoforte, celebrati a partire dal 1963, poco dopo il processo Eichmann di Gerusalemme. Anche a Francoforte furono giudicati criminali nazisti, e si giunse a condanne severe, a condanne miti e a qualche assoluzione.

Nel film, un giovane pubblico ministero è sconvolto dall’emergere della verità sui Lager, in particolare su Auschwitz, e dalle dimensioni della rete di complicità morale e di indifferenza, anche nel suo ambiente di lavoro. Superando incertezze e diffidenze, osteggiato da alcuni colleghi, sostenuto da altri, riuscirà a far celebrare un dibattimento di importanza eccezionale. Dalle pieghe della ricostruzione processuale emergeranno fatti e sentimenti inattesi, si apriranno crepe sconcertanti.

La cifra interessante del film sta proprio nello sguardo sul passato e sul presente, attraverso l’indagine sul vissuto unita al vissuto dell’indagine. È una chiave di lettura che arricchisce il discorso: forse la memoria del processo, con la messa in chiaro dell’attività investigativa, è una buona strada per le narrazioni dei nati dopo, un utensile contro l’oblio.

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28 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

La carne e la memoria

La carne e la memoriadi Luca Baiada

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 de Il Ponte – gennaio 2015]

La stagione dei settantesimi anniversari delle piú gravi stragi nazifasciste – furono compiute nel 1944 – è chiusa, ed è tempo di qualche nota. Prendo spunto soprattutto dalla strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto, di 174 morti, perché è delle piú gravi e meno conosciute, ma le mie considerazioni valgono anche per le altre.

I caduti. In Italia sono almeno quindicimila, di cui cinquemila in Toscana. E questo considerando solo i morti civili, esclusi i partigiani uccisi in combattimento, ed esclusi anche i militari uccisi dopo l’8 settembre 1943, o deportati e uccisi, o deportati e tornati stremati, per una breve sopravvivenza.

I castighi. Pochi ufficiali tedeschi sono condannati, subito dopo la guerra, e già negli anni cinquanta in Italia restano in carcere solo Kappler e Reder, colpevoli l’uno delle Ardeatine, e l’altro di un fascio di massacri. Figure intermedie, un colonnello e un maggiore: non troppo in basso, per non infierire sul sano popolo tedesco, e non troppo in alto per non disturbare gli alti comandi. Uno lo fanno fuggire nel 1977, l’altro nel 1985 si finge pentito e lo lasciano andare in Austria, dove subito chiarisce di non essersi pentito per niente. Dopo la fine della guerra fredda si celebrano altri processi, ma solo le condanne di Erich Priebke e Michael Seifert hanno esecuzione. Il primo lo consegna l’Argentina, il secondo il Canada. Tutti gli altri restano in Germania, anche da condannati.

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