10 Febbraio 2015
pubblicato da Rino Genovese

L’eterno compromesso storico

compromesso storicodi Rino Genovese

Neanche noi, che mai abbiamo nutrito particolare simpatia per i democristiani, potremmo dire male del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non sappiamo come riuscirà a interpretare il suo ruolo, ma la persona è senza dubbio, per la sua stessa biografia, la migliore nelle condizioni date. Se si pensa che abbiamo, una volta di più, scampato l’elezione di Giuliano Amato, il furbo compare di Bettino Craxi, possiamo dirci contenti per come sono andate le cose. Mattarella non ci dispiace perfino per la sua creatura, il famoso mattarellum: una legge elettorale che era un misto di maggioritario e di proporzionale e che, con il senno del poi, appare un compromesso di tutto rispetto: non ti concedo il doppio turno nei collegi uninominali (che avrebbe reso quella legge un maggioritario puro alla francese) ma t’invento la doppia scheda, con una correzione proporzionale, e in più, per rafforzare quest’ultima, ti ci metto il meccanismo barocco dello “scorporo”. Una legge, questa, che al netto del berlusconismo avrebbe dovuto impiantare nel paese un’alternanza tra forze progressiste più o meno moderate e un centro moderato tout court, senza negare il diritto “di tribuna” ai partiti politici che si fossero collocati alle estreme. Insomma, un tipico compromesso di scuola democristiana che, dopo una ventina d’anni di eccitazione plebiscitaria (oggi prolungatasi nel Pd, grazie alla figura del giovane fiorentino della provvidenza), appare l’eldorado di una possibilità mai veramente realizzatasi.

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7 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quelli della palude

quelli della paludedi Rino Genovese

La fiducia non andava messa. Punto. Su una materia delicata come quella del jobs act con annesso articolo 18, e considerando che si tratta di una legge delega con i decreti attuativi che poi saranno fatti dal governo, è come se quest’ultimo chiedesse una delega in bianco o una doppia fiducia. Ma lo sappiamo: si tratta di un ricatto per piegare la minoranza Pd, di una pura esibizione muscolare da parte del presidente del Consiglio. Proprio per questo i dissidenti avrebbero dovuto dirlo chiaro e tondo: “Caro Renzi, se ti azzardi a porre la questione di fiducia al Senato, non soltanto cade il tuo governo ma salta lo stesso Pd”. Invece niente. La minoranza, con l’esclusione di Civati, ha dimostrato ancora una volta di essere nata per soffrire, credendo di fare politica.

Sul jobs act si sarebbe dovuti arrivare al braccio di ferro. Sembra che il compagno D’Attorre abbia tirato in ballo Togliatti e la “guerra di posizione” per distinguersi dalla “guerra di movimento” di Civati. Ma, a parte il paragone del tutto irriverente (Civati non è Rosa Luxemburg), la “guerra di posizione” in Gramsci e perfino in Togliatti – sebbene in questi con un pizzico di malafede, dato che nel frattempo il mondo era stato chiuso in blocchi e qualsiasi trasformazione radicale in Italia sarebbe risultata impossibile – era una strategia di lunga lena per la transizione al socialismo; in D’attorre, invece, consiste in un rapido calarsi le brache. Esercizio in cui pare vada specializzandosi la minoranza Pd, incapace di fare altro, terrorizzata com’è dalla prospettiva delle elezioni anticipate.

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30 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

La Bella e la Bestia

La bella e la bestiadi Rino Genovese

All’inizio c’era un problema troppo semplice per essere risolto semplicemente: si trattava di fare una nuova legge elettorale dopo che la precedente, ormai da tutti ritenuta pessima, aveva ricevuto infine il marchio d’incostituzionalità dalla Corte, che modificandola l’ha resa una legge elettorale proporzionale sui generis in quanto nata con l’impianto da premio di maggioranza tipico del “porcellum”. Si sarebbe potuto mirare a una riforma che prevedesse il doppio turno nei collegi (la proposta del Pd), o si poteva ritornare al sistema precedente, il “mattarellum”, eliminando il barocchissimo meccanismo dello scorporo, e così accentuandone il carattere maggioritario; oppure si potevano mettere in campo altre ipotesi in linea con quanto sentenziato dalla Corte costituzionale, che ha stigmatizzato la mancanza di scelta da parte dell’elettore dovuta alle liste bloccate. Si sarebbe poi andati in parlamento – i voti alla Camera ci sono, al Senato si sarebbe dovuto trovarli – e, cercando un accordo con una parte delle opposizioni basato anche sulla prospettiva di un ritorno alle urne a breve, si sarebbe fatta una legge elettorale valida per la Camera e il Senato – magari inserendo nel pacchetto, in omaggio a una mentalità da “revisione della spesa”, una riforma costituzionale che prevedesse il taglio del numero dei parlamentari.

Ma no, troppo semplice. Si doveva piuttosto mettere in campo una di quelle riforme “epocali” che per lo più non riescono al fine di creare un’effervescenza nel paese intorno a un cambiamento che richiede tempi tanto lunghi da garantire il governo in carica (anche con la minaccia di un ritorno alle urne con una legge elettorale come quella in vigore, che nessuno ha voluto) fino al 2018, anno di scadenza della legislatura. Questa la grande trovata della Bella, al secolo Maria Elena Boschi, e della Bestia ispiratrice, al secolo Matteo Renzi. Ai quali bisogna ricordare alcune circostanze, peraltro anche ovvie: 1) che l’avere raggiunto il consistente risultato del 40,8% dei suffragi in un’elezione per il parlamento europeo, con una percentuale dei votanti molto più bassa rispetto a quella delle elezioni politiche nazionali, non dà loro alcuna investitura per modificare l’architettura costituzionale in punti essenziali; 2) che l’avere contrattato, in un incontro tra pochi intimi, una riforma della legge elettorale molto simile, sotto diversi profili, a quella precedente, non li esime dal confronto in parlamento con i dissensi e le “fronde” che si determinano; 3) che avere legato una riforma elettorale, pensata solo per la Camera, a una sostanziale abolizione del Senato, nelle intenzioni da eleggere in modo indiretto, con la fine del cosiddetto bicameralismo perfetto, li espone a un iter così incerto (ve li vedete voi i senatori che, come docili capponi, si infilano da se stessi nel forno?) che il fallimento è altamente probabile.

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