22 Aprile 2015
pubblicato da Rino Genovese

Incoronare il grullo?

Incoronare il grullo?di Rino Genovese

Lo psicodramma che si recita a soggetto nel Pd a proposito della legge elettorale – con l’ultima mossa di Renzi, che ha sostituito d’imperio dieci esponenti della minoranza in commissione affari costituzionali – assomiglia sempre di più alla storiella del masochista che dice al sadico “fammi male…”, e questi con coerenza gli risponde “no!”. Nessuno sa esattamente chi sia il sadico e chi il masochista, ma certo una perversione deve esserci nei rapporti tra il segretario-presidente del consiglio e quelli della minoranza del suo partito. Una delle due parti insiste a rimanere, alcuni dissidenti sono pronti a votare finanche la fiducia se la questione sarà posta in aula sulla legge elettorale, mentre l’altra parte insiste a spingerla fuori dal partito: “Andatevene”, è il messaggio neanche tanto subliminale, “date solo fastidio…”.

Il punto è che la minoranza Pd non ha veramente capito Renzi. Pensa che si tratti di un giovinotto un po’ arrogante, ubriacato dal potere che gli è stato consegnato in primis dai gravi errori della passata gestione bersaniana della ditta. Ma è una lettura troppo semplice. Renzi è, in Italia, quello che mutatis mutandis fu De Gaulle per la quinta repubblica francese. Il tipo, di per sé, sarebbe l’opposto dell’eroe: non ha pronunciato alcuno storico “no” ed è anche il contrario di una figura carismatica: semmai ha qualcosa di Chance il giardiniere. Ma 1) è di scuola democristiana e la politica la sa fare (quella democristiana, s’intende, che consiste nel crearsi una cerchia di “amici”); 2) è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Per questo il progetto di distruzione della repubblica parlamentare, quella sancita dalla Costituzione, ha gambe più lunghe di quelle dello scout di Pontassieve. Risponde a una richiesta che un pezzo di società italiana sostiene da tempo: taluni la chiamano “democrazia decidente”, e consiste nel concentrare il potere nelle mani di uno solo (nel nostro caso in quelle del presidente del consiglio e segretario del Partito della Nazione), nella convinzione che così poi si possano fare quelle riforme o controriforme che siano (come il Jobs Act) capaci di ridare vigore all’azienda Italia.

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26 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

La grande furbata

La grande furbatadi Rino Genovese

Concludendo la sua trionfale kermesse fiorentina, Matteo Renzi l’ha detto piuttosto chiaramente: “Andatevene pure, non me ne frega niente”: questo il messaggio indirizzato alla minoranza Pd. Che, per fargli dispetto, non se ne va. Così l’acuto compagno Fassina, il pugnace compagno D’Attorre, il dolce compagno Civati restano nel partito in attesa di logorarne il segretario e presidente del Consiglio. Logorando logorando, tuttavia, finiranno con il logorare se stessi. È vero che la crisi morde e il tempo di Renzi non è infinito. Ma lui ha sotto il tavolo la carta vincente, quella delle elezioni anticipate, in modo da andare davanti al paese come il leader che avrebbe voluto il cambiamento e invece è stato frenato dalla minoranza Pd: della cui zavorra, del resto, può facilmente liberarsi facendo dei gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (ora invece sono quelli scelti da Bersani).

Per la minoranza Pd non ci sarebbe altra strada che affrontare a viso aperto la partita elettorale a cui Renzi, con tutta la sua prosopopea, si sta preparando. La scissione è nelle cose quando è addirittura il segretario che la fomenta. A questo punto la sfida andrebbe raccolta – per non trovarsi a dovere uscire dal partito successivamente in posizione di svantaggio ulteriore.

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25 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Una manovra di centro spostata verso destra

manovra di centrodi Rino Genovese

Non è difficile definire la manovra finanziaria del governo Renzi, che fa il paio con il cosiddetto jobs act. In sintesi, una manovra di centro spostata verso destra. Che cos’è infatti la riduzione dell’Irap, dopo la prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18 rispetto a quella già attuata dal governo Monti, se non un assegno in bianco firmato dal governo al padronato senz’alcuna contropartita? Squinzi, incassando soddisfatto il regalo, si è affrettato a dire che non ci sarà, nonostante tutto, nuova occupazione in mancanza di una ripresa della domanda. E pour cause! Se le imprese non hanno commesse perché mai dovrebbero assumere? La riduzione delle tasse è solo una strizzatina d’occhio da parte del governo. La generale depressione resta a tutt’oggi impregiudicata: non si intravede uno straccio d’investimento pubblico nella legge di stabilità. Il taglio delle tasse alle imprese è stato già realizzato dal governo francese con il “patto di responsabilità” voluto da Hollande. Risultato: il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia, gli imprenditori saranno stati forse responsabili nel mettere da parte i soldi, non certo nell’investirli.

Se le cose stanno così, che cosa ci fa dire che la manovra tutto sommato è di centro sia pure spostata a destra? La sua mentalità complessiva. Si dice di voler incoraggiare la ripresa e si aiutano gli imprenditori; a questi si abbassano le tasse ponendo le premesse per un aumento delle imposte regionali o per nuovi tagli alla sanità; al tempo stesso, però, si confermano gli ottanta euro in busta paga ai redditi più bassi e si dichiara di voler dare una mancia alle neomamme meno abbienti. È una filosofia che traluce. Un colpo al cerchio e uno alla botte, l’eterna democristianeria italiana – ma in quel suo avatar, ormai metabolizzato, che si chiama berlusconismo. Come l’annuncio degli ottocentomila posti di lavoro prossimi venturi.

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7 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quelli della palude

quelli della paludedi Rino Genovese

La fiducia non andava messa. Punto. Su una materia delicata come quella del jobs act con annesso articolo 18, e considerando che si tratta di una legge delega con i decreti attuativi che poi saranno fatti dal governo, è come se quest’ultimo chiedesse una delega in bianco o una doppia fiducia. Ma lo sappiamo: si tratta di un ricatto per piegare la minoranza Pd, di una pura esibizione muscolare da parte del presidente del Consiglio. Proprio per questo i dissidenti avrebbero dovuto dirlo chiaro e tondo: “Caro Renzi, se ti azzardi a porre la questione di fiducia al Senato, non soltanto cade il tuo governo ma salta lo stesso Pd”. Invece niente. La minoranza, con l’esclusione di Civati, ha dimostrato ancora una volta di essere nata per soffrire, credendo di fare politica.

Sul jobs act si sarebbe dovuti arrivare al braccio di ferro. Sembra che il compagno D’Attorre abbia tirato in ballo Togliatti e la “guerra di posizione” per distinguersi dalla “guerra di movimento” di Civati. Ma, a parte il paragone del tutto irriverente (Civati non è Rosa Luxemburg), la “guerra di posizione” in Gramsci e perfino in Togliatti – sebbene in questi con un pizzico di malafede, dato che nel frattempo il mondo era stato chiuso in blocchi e qualsiasi trasformazione radicale in Italia sarebbe risultata impossibile – era una strategia di lunga lena per la transizione al socialismo; in D’attorre, invece, consiste in un rapido calarsi le brache. Esercizio in cui pare vada specializzandosi la minoranza Pd, incapace di fare altro, terrorizzata com’è dalla prospettiva delle elezioni anticipate.

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