30 Agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Riparlando di operaismo

operaismodi Massimo Ilardi

L’operaismo “fu essenzialmente una forma di rivoluzione culturale […]. E più che un modo di fare politica […] fu un modo di fare cultura politica.” Ma c’è un’altra premessa da mettere in campo, fondamentale quanto la prima: l’operaismo italiano “comincia con la nascita dei Quaderni rossi e finisce con la morte di Classe operaia. Punto. Questa è la tesi.” Così Mario Tronti nel 2008. 1961-1966 sono dunque i limiti temporali entro cui avviene la scoperta della classe operaia come soggetto politico. Dentro questo periodo c’è la rivolta operaia di Piazza Statuto a Torino; dopo ci sono Corso Traiano, ancora a Torino, e l’autunno caldo verso cui forse vanno spostati quei limiti a cui faceva riferimento Tronti. Non fosse altro perché la nuova edizione di Operai e capitale accresciuta con il rilevante Postscritto di problemi è del 1971.

Dopo queste date ci sarà di tutto, il post-operaismo, il neo-operaismo, lo pseudo-operaismo, l’altro-operaismo, con il “profluvio di pubblicazioni entusiastiche” che oggi invadono il mercato editoriale, come scrive Marco Gatto nel suo intervento del 16 luglio su questo sito. Ma non ci sarà più l’operaismo. Non ci sarà più quel punto di vista altro o, meglio, quella pratica teorica del punto di vista; quella rivendicazione di “essere parte” contro l’universalismo egualitario e umanitario della sinistra e non solo; quella supremazia del “ciò che è” su “ciò che è stato detto e scritto”; quel rifiuto della morale del sacrificio e della speranza; quel rivolgere sempre lo sguardo a occidente perché solo qui c’erano la classe operaia, lo sviluppo capitalistico e la grande cultura borghese; quel nesso inscindibile tra teoria e pratica che, come ci ricorda Pier Vittorio Aureli nel suo Il progetto dell’autonomia. Politica e architettura dentro il capitalismo (Quodlibet, Macerata, 2016), è l’unico modo per darci la possibilità di una critica rigorosa non solo della produzione in architettura ma anche dei modi di produzione dello spazio urbano: questi erano alcuni dei cardini del pensiero operaista capaci di produrre una lettura alta della cultura e del conflitto e che svaniranno con la sua scomparsa.

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18 Luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Le contraddizioni dell’autonomia

Pier Vittorio Aurelidi Marco Gatto

Il revival operaista è ormai sotto gli occhi di tutti: il successo internazionale raggiunto da Toni Negri, il riconoscimento dell’importanza filosofica di Mario Tronti, i tentativi di innestarne la teoria politica sul post-strutturalismo di marca deleuziana, la proliferazione accademica di discorsi teorici fondati sull’autonomia e sulla soggettività rivoluzionaria, e via dicendo, segnano un orizzonte culturale in cui l’operaismo ha conquistato una rilevanza impensabile fino a qualche decennio fa. Si coglie, persino, una sorta di euforia galvanizzante nei sostenitori di quella stagione, oggi alfieri del post-operaismo: una narrazione culturale in cui i filosofi-politici diventano eroi titanici, scrivono ponderose autobiografie, diventano senatori dalla parte sbagliata, e nella quale la classe operaia è vista come una sorta di leggenda o di racconto delle origini.

A questa creazione dal nulla di un mito filosofico il nostro paese non è estraneo: chi si ostina, oggi, a riconoscere una supposta differenzialità teoretico-geografica nella tradizione filosofica italiana sembra servire, senza neppure troppi problemi, logiche forse eccessivamente somiglianti a quelle del mercato culturale più ordinario. Ogniqualvolta venga fuori dal niente un’identità costruita a tavolino, non possono che affiorare preoccupazioni. Nel caso dell’operaismo, il profluvio di pubblicazioni entusiastiche fa sorgere il sospetto di un’integrazione sin troppo facile di questo fenomeno nei discorsi culturali: per paradosso, la sua legittimazione intellettuale sembra svuotare il peso politico di libri pur importanti come Operai e capitale, che andrebbero invece vivacemente discussi alla luce della loro compromissione col percorso – a essi successivo – del capitalismo postmoderno (e delle vicende politiche italiane a esse legate: dal Settantasette fino al berlusconismo). Il fatto che quella stagione possa dirsi conclusa, perché in fondo strategicamente sbagliata, ha oggi poca importanza: mantenuta in vita attraverso i funambolici percorsi teoretici delle filosofie della differenza e della decostruzione, la sua vacuità politica viene sommersa dalla sua legittimazione culturale o dalla facilità con cui i suoi portati concettuali trasmigrano nel mercato delle mode teoriche. L’idea che potesse darsi un’eccedenza interna al capitale, capace vieppiù di autonomia e di consapevolezza politica, ha dovuto necessariamente riformularsi nel momento in cui quella stessa eccedenza era divenuta la regola del capitalismo. Che sia sopravvissuta solo a livello intellettuale, lo testimonia il destino politico dei suoi principali sostenitori.

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