3 Marzo 2015
pubblicato da Rino Genovese

La Controriforma e la Rivolta

controriformadi Rino Genovese

[Articolo in uscita nel numero 7 della rivista cartacea Outlet edita da Manifestolibri]

In un tempo ormai lontano, per tutti gli anni sessanta del Novecento e buona parte dei settanta, si sono contrapposte due idee, se si vuole due ipotesi, cariche entrambe di ambizioni innovative, ambedue non prive di una loro mitologia retrodatabile (nel senso che non nascevano di punto in bianco ma affondavano le radici nel passato). Erano la Rivoluzione e la Riforma. La prima aveva alle spalle la rottura francese del 1789 e poi – come in una grande epopea – le successive ondate ottocentesche fino alla Comune di Parigi e oltre, fino all’Ottobre sovietico e al moto spartachista in Germania. La concezione di fondo era quella, progressista radicale, della violenza come levatrice della storia: Hegel e Marx insieme, realismo politico e utopia. Dall’altro lato splendeva di una luce non meno intensa un’idea riformistica, gradualistica, a lungo prevalente nel movimento operaio organizzato, diciamo fino alla prima guerra mondiale, e ritornata in auge dopo la seconda. Stando a questa concezione, il modo capitalistico di produzione e di consumo va corretto, in prospettiva anche superato, senza il ricorso alla violenza rivoluzionaria: piuttosto con la pressione dei movimenti sociali combinata con una strategia elettorale e un’azione di governo.

Esisteva certo una serie di opzioni, variamente modulate, per cui la Rivoluzione poteva andare dalla semplice esaltazione rituale della Russia sovietica, o in seguito della Cina rossa, al progetto – non si sa quanto realistico – di una lotta che vedesse la fine dello stesso Occidente capitalistico, con il contributo più o meno decisivo delle spinte rivoluzionarie provenienti dal Terzo mondo; mentre, nel segno della Riforma, si poteva intendere un mero accomodamento in funzione di quello che all’epoca era detto il neocapitalismo, come pure una progressiva fuoriuscita dal sistema mediante le “riforme di struttura”.

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22 Dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quattro tesi sul socialismo oggi

Socialismodi Rino Genovese

La tesi preliminare, all’interno di una ripresa della discussione intorno al socialismo, è che questo concetto – a parte la sua versione a lungo servita in salsa totalitaria sotto il nome di “socialismo reale” – non è affatto l’opposto di quello di individualismo. Al contrario: la centralità conferita all’individuo nella modernità (dal Rinascimento all’illuminismo e oltre) è un presupposto essenziale del pensiero socialista. La concezione di Pierre Leroux – colui che per primo, nella Francia della monarchia di luglio, introdusse il termine “socialismo” nell’accezione contemporanea – che indubbiamente stabilisce una tensione tra i due concetti, a veder bene non fa altro che esprimere ciò che Jean Jaurès affermerà con nettezza qualche decennio più tardi: «Il socialismo è l’individualismo logico e completo». A spingere in questa direzione, è il significato stesso della questione sociale ottocentesca. Il movimento socialista, nel passaggio da una dimensione puramente ideale all’impegno concreto per la trasformazione della società, proclamerà che l’esaltazione moderna dei diritti dell’individuo è monca, e si perverte, se non riconosce i diritti di una larga parte della società che si trova in condizioni di reale diseguaglianza. È la nascita dei diritti sociali: la loro rivendicazione si scontra con un’organizzazione economica incentrata sulla proprietà privata, la mette in questione, la limita, in prospettiva l’abolisce. Questa correzione della modernità dal suo interno, riformistica nel senso della riforma sociale – che nella storia francese del XIX secolo assumerà anche movenze insurrezionaliste (si pensi, per fare un nome, a un tenace militante come Auguste Blanqui) e, nella variante di un anarchismo più o meno “esemplare”, perfino terroristiche –, non è altra cosa dal fine ultimo inteso come superamento della forma capitalistica di produzione e di consumo: piuttosto ingloba questo fine dentro di sé come una linfa vivificante della quotidiana pratica rivendicativa e politica. Socialismo è allora riforma sociale in quanto piena realizzazione dell’individualismo moderno, prefigurazione di un modo di produrre e consumare non più capitalistico e di una vita sociale svincolata dal bisogno e dall’interesse economico, che comprimono o limitano la libera espressione degli individui. Insomma ciò che Marx riassunse nei termini di un salto dalla preistoria alla storia, dal regno della necessità a quello della libertà.

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