21 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Ripartire dallo Stato. Intervista a Boaventura De Sousa Santos

De Sousa Santos[di Elena Ciccarello da Volere la luna]

Non può esserci transizione ecologica e culturale senza una profonda reinvenzione dello Stato. Ne è convinto Boaventura De Sousa Santos, sociologo dell’Università di Coimbra, in Portogallo, uno dei padri fondatori del World social forum, da anni intellettuale cerniera tra accademia e movimenti sociali. De Sousa Santos, da poche settimane autore per Castelvecchi di un’agile riflessione sulla pandemia, La crudele pedagogia del virus, ha discusso in anteprima con lavialibera i contenuti della sua prossima opera, attesa per l’autunno.

Professore, qual è la pedagogia di Covid-19?

Possiamo trarre diverse lezioni da questa pandemia. Date le conoscenze sempre più convergenti sui rapporti causali tra il cambiamento climatico e il ripetersi delle epidemie, credo che la prima lezione da trarre sia che il rapporto tra natura e società che ha dominato il mondo dal XVI secolo, convertito in un sistema filosofico da Cartesio nel XVII secolo, sia giunto al termine. Questo sistema concepisce la natura come materia inerte, priva dell’infinito dello spirito: una risorsa a nostra disposizione e sfruttabile, senza limiti.
In questa prospettiva, la pandemia suona come un segnale: la natura soffre lo sviluppo di tipo estrattivista, se continuiamo ad aggredirla potrebbe rivoltarsi contro la vita umana e mettervi fine. È questa la lezione più radicale che posso trarre dall’attuale pandemia.
Una seconda lezione è che lo Stato è importante e non solo uno strumento di oppressione. Negli ultimi 40 anni il neoliberismo ha diffuso l’idea secondo cui l’unico sistema regolatore razionale ed efficace delle relazioni sociali è il mercato. Cioè l’economia capitalista. E che, al contrario, lo Stato è corrotto, inefficiente e la sua partecipazione all’economia e alla società dovrebbe essere ridotta al minimo. Quando è arrivata la pandemia, però, nessuno si è rivolto ai mercati per ottenere protezione. Ci siamo rivolti allo Stato.
La terza lezione è che l’orientamento politico dei governi conta, almeno in tempi di pandemia. Durante la crisi alcuni Stati hanno riconosciuto più valore alla vita dei loro cittadini che all’economia, mentre altri l’hanno trattata come fosse subalterna, come se l’economia potesse prosperare su un mucchio di cadaveri. I governi di destra ed estrema destra hanno minimizzato la gravità della crisi, cercato capri espiatori, distrutto la poca protezione sociale che esisteva all’interno dei loro confini e causato disastri umanitari: penso al caso dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, del Brasile, dell’Ecuador e dell’India.
Infine, la pandemia ha mostrato con intensità drammatica l’estensione delle disuguaglianze sociali.

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5 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Un parallelo impossibile e fecondo: Gramsci e Dossetti

di Massimo Jasonni

Le attenzioni del momento, pur inevitabilmente rivolte alla salute pubblica e ai tempi della ripresa industriale, non crediamo possano esimersi dal ripensare alle basi etico-politiche che valgano a portare a un cambiamento. La débâcle istituzionale ed economica del paese sollecita una riflessione sulla formazione di una classe politica dirigente altra, rispetto a quella a cui da troppo tempo siamo abituati. Solo una nuova classe dirigente potrà cogliere i segnali profondi del disagio, che le più recenti elezioni confermano, prospettando aggregazioni politiche e coaguli culturali capaci di fronteggiare o, almeno, di contenere la globalizzazione selvaggia che ha provocato la devastazione del pianeta.

L’ultimo dopoguerra offre spunti importanti. Si parla di un’avventura diversa da quanto è oggi sotto i nostri occhi, ma negli effetti rapportabile alla pandemia di ora per il cordoglio, la reclusione e la paralisi lavorativa in cui le vite dei cittadini sono gettate. Il capolavoro che consentì di riprenderci dalla sciagura bellica fu la Costituzione della Repubblica. Da cosa nacque questo documento tradotto e studiato in tutte le lingue, per nulla miracolistico, ma anzi frutto di una laboriosa sintesi ideologica? Nacque da un accordo tra formazioni anche tra di loro contrapposte, tuttavia accomunate dalla coscienza dell’ignominia del fascismo e della insopportabilità delle collusioni mussoliniane con il razzismo e il bellicismo hitleriano. Alla base di tutto, il sogno di riportare il paese alle tradizioni e alle bellezze che ne avevano fatto, in passato, il giardino non solo naturale, ma anche intellettuale d’Europa. Ricordo, al proposito, le lezioni in cui Calamandrei spiegava agli studenti milanesi il portato della Carta repubblicana, riscontrandovi «grandi voci lontane»: quelle di Cattaneo, di Beccaria, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini.

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8 Maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio della bocciatura

Elogio della bocciaturadi Alex Borghi e Massimo Jasonni

Se c’è un approccio che va evitato, avendolo chi scrive sempre considerato deprecabile specchio dell’età mussoliniana, è quello qualunquistico. Nel qualunquismo la generalizzazione prevale sull’analisi dei fatti, le responsabilità politiche e personali finiscono per confondersi e ha la meglio quel pregiudizio culturale che porta con sé l’impronta del regime totalitario.

Tuttavia, il vizio a cui ci riferiremo è ormai talmente diffuso, da consentire una critica complessiva, pur nella consapevolezza che non tutti portano colpe, nell’attuale degrado istituzionale, rispetto al fenomeno della caduta del valore del riconoscimento del merito scolastico.

Non si boccia più o, comunque, si tende a un grigio lasciapassare per cui gli studenti, in particolare universitari, sanno a priori di non doversi preoccupare delle prove che li attendono, guardando anzi a esse con spirito di sufficienza. Così è andato prendendo piede l’andazzo della elusione, da parte del docente, della verifica dello studio e dell’apprendimento del discente.

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24 Dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Lettera aperta a Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersanidi Rino Genovese

Caro Bersani, desidero anzitutto esprimerle una simpatia personale che non data da ora ma da quella volta, diversi anni fa, in cui la vidi dormicchiare di primo mattino su un trenaccio scalcagnato tra Piacenza e Bologna: autentico socialdemocratico emiliano che si recava al suo ufficio di modernizzatore, non così “omologato” da smarrire le proprie radici popolari, anzi in visibile controtendenza rispetto al presunto genocidio culturale che un apocalittico come Pasolini aveva considerato inevitabile perfino nella regione rossa per eccellenza. Anche con il suo pittoresco linguaggio (da ultimo, “la mucca nel corridoio” per indicare la crescente minaccia dell’estrema destra), lei appare un erede di quella cultura antropologica entro cui ebbe a formarsi la tradizione socialista italiana.

Io dunque mi accingo a votare per la lista messa insieme da lei e da altri. Sono stato un tifoso della scissione del suo gruppo, costituito da alcuni valenti giovani come Speranza e D’Attorre, dal Pd renziano. Tuttavia la mia previsione è che non andrete al di là di quello che oggi vi assegnano i sondaggi, semmai qualcosa al di qua, per la semplice ragione che – nonostante la scelta di Grasso come leader – siete percepiti nel paese come un ceto politico bollito.

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20 Novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Hollywood Babilonia

Harvey Weinsteindi Mario Pezzella

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

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6 Giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (VI)

Get Outdi Antonio Tricomi

Zhang Yimou, The Great Wall (4 marzo 2017)

Ma quando comincia il film? Sono quasi due ore che qui si va avanti con il promo del nuovo giochino per la PlayStation. Pensavo d’essere venuto al cinema, non in un punto vendita della Sony.

Paul Verhoeven, Elle (3 aprile 2017)

Questo dunque sarebbe il film capace (nell’ordine) di: rifondare lo sfinito cinema d’autore; regalarci un ritratto della cinica borghesia contemporanea che sa riattualizzare o mettere a frutto la lezione tanto di Jean Renoir quanto di Claude Chabrol; rivitalizzare l’ormai solo ripetitiva commedia nera; risollevare il moribondo thriller all’europea. Certo, come no. E magari anche in grado (già che c’è) di: preparare l’insalata russa o la crème brûlée; rendere socialmente presentabili i capelli di Donald Trump o i film di Walter Veltroni.

Ma per favore! La profondità di pensiero, la visione del mondo e – in particolare – della donna, dei rapporti umani, del sesso, la complessità psicologica dei personaggi e la loro tenuta drammaturgica sono le medesime che si potevano riscontrare in Basic Instinct. Il quale, in confronto, si rivela un film ben più riuscito, perché esibisce, invece di mistificare, la consueta ispirazione del suo autore: un adolescenziale gusto, solo morboso, per una trasgressione banalmente intesa quale sadomasochistica sottomissione del desiderio maschile alla supposta carica irrefrenabilmente omoerotica di un godimento femminile intriso di smanie distruttive e autodistruttive, fantasie di stupro ed incesto, ciniche o intellettualmente raffinate impudicizie varie. Insomma, un distillato di puro maschilismo coi brufoli.

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10 Febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Dario Fo o il potere della parola

Dario Fodi Michele Feo

Con Dario Fo si è spenta una delle anime più affascinanti, stracciona e sublime, della nostra Italia dalle mille e contraddittorie anime. Negli ultimi tempi faceva tenerezza e incuteva reverenza, quando appariva solo e corpulento sulla scena, grande vecchio dal cervello in piena attività, a tenere banco per un paio d’ore senza fogli in mano che aiutassero la memoria, accompagnato dai suoi dilaganti dipinti didattici sullo sfondo, diritto come un treno nel dipanare i ragionamenti e arciere sicuro nell’assestare le battute fulminanti contro preti e cardinali, politici corrotti, lenoni di ogni specie e sfruttatori del popolo. Era la prova provata che esiste un fervore e un fuoco interiore che accende la materia anche quando essa è diventata fragile e desidera la quiete finale.

Sono tredici i volumi einaudiani delle sue opere teatrali, curati, forse per affettuosa finzione, dalla compagna Franca Rame, ma dicono solo in parte la realtà viva che fu dei suoi spettacoli. Che avevano qualcosa della commedia dell’arte e presentavano a ogni rappresentazione battute, varianti e improvvisazioni di ogni genere, che si sposavano con la temperatura del pubblico presente e dialogavano con gli eventi della politica e della storia. Non di rado quelle pièces erano scespirianamente “storie italiane”. Portarono sul palcoscenico il Fanfani rubato, il Feltrinelli dilacerato e il Sofri indegnamente accusato, e li portarono davanti a platee plaudenti, che godevano che ci fosse qualcuno che desse ragione ai loro più profondi sentimenti e voleri, e che proclamasse le loro verità senza paura in teatri disseminati di poliziotti occulti. Di quegli eroici spettacoli la protesta civile era e resta il nerbo vigoroso, ma la forma teatrale, che assumeva grandezza trascinante nella performance, era, e purtroppo non è più, la indicibile, misteriosa, forza artistica. Dario giganteggiava nella solitudine: unico, era capace di dar vita a due, tre, personaggi diversi e compresenti. Nel famoso dialogo del papa Bonifacio VIII con l’angelo nel Mistero buffo, l’angelo non c’è sulla scena, ma lo spettatore lo vede grazie a piccoli gesti dell’unico attore e ai suoi cambi di voce. Dario aveva nel sangue il grottesco. Il grottesco è più del comico; è il momento in cui il comico, ma anche la banalità, l’assurdo, l’orrore raggiungono livelli parossistici e si trasformano in puro gioco di meraviglia. Il grottesco, come ha dimostrato il russo Bachtin, è anche il sogno di un’altra rivelazione del mondo, quella del carnevalesco, del basso materiale, del quid popolare irriducibile alla ragione, alta o triviale che sia, che regge il mondo delle ingiustizie e delle violenze, è la possibilità che il pazzo prenda il posto del sano sulla faccia di questa

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3 Gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

La strage, gli innocenti, il resto

La stragedi Luca Baiada

La racconta solo Matteo, il pubblicano. Un esattore: gente dal denaro facile, da prendere e da spendere. Ceto di rapaci al servizio di ogni potenza occupante, molto diversi dai tecnici della finanza in tempi di valuta unica europea. Nel suo Vangelo scrive pornai, puttane: pubblicani e puttane vi precedono nel regno di Dio. Sta parlando del suo ambiente. Se sta fabbricando la sua innocenza, attenzione: forse altri lo accompagnano, in questa salita, insospettabili.

Solo lui, dunque, racconta la strage erodiana. Lui, che fa l’esattore contro il suo popolo, racconta che Gesù è un resto. Dei coetanei maschi di Gesù, quelli di Betlemme e dintorni sono uccisi, non li conoscerà mai. I suoi compagni di giochi, di crescita, di strada e di apprendistato, non saranno nati a Betlemme o non saranno coetanei. Lui sarà quello nato a Betlemme e svezzato in Egitto. Uno scampato. Per tutta la vita, non potersi mai specchiare negli occhi di un coetaneo maschio nato nello stesso villaggio. E non poter essere guardato dai genitori dei nati a Betlemme in quell’arco di tempo, senza il senso di sospetto che accompagna i superstiti, questi inspiegabili mostriciattoli: chissà perché, tu sei ancora vivo.

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8 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (II)

Lo chiamavano Jeeg Robotdi Antonio Tricomi

Steven Spielberg, Il ponte delle spie (10 gennaio 2016)

In fondo, quando vai a vedere Spielberg, sai quello che ti aspetta. E dunque, se poi ti trovi lì a guardare nervosamente e di continuo l’orologio sperando che le due ore e mezza passino in fretta, la colpa è tutta tua, che hai scelto, chissà poi perché, di andare al cinema. E neppure puoi dire di esserti imbattuto nello Spielberg peggiore: il consueto distillato di americanismo dal volto umano, cioè in salsa democratica, ti è stato infatti largito con sufficiente pudicizia (merito, magari, del contributo alla sceneggiatura offerto dai fratelli Cohen). Che noia mortale, però, hai dovuto patire! Macchina narrativa perfettamente oliata, ci mancherebbe. Ma tutto già visto, tutto già detto, tutto invariabilmente uguale a se stesso. Duel e Lo squalo, E.T. e qualche Indiana Jones, quindi fiabe apocalittiche o edificanti e – ancor più – cartoni animati en travesti: il meglio di Spielberg – comunque la si pensi su di lui e dal punto di vista in senso stretto cinematografico – non resta, oltre ogni ragionevole dubbio, pur sempre questo?

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21 Febbraio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Eco

Ecodi Rino Genovese

Le prime prove sì, la fenomenologia di Mike Bongiorno, gli interventi sulla cultura di massa alla maniera del Barthes di Miti d’oggi, e sì, certo, a libri come Opera aperta e a quelli che introducevano in Italia il difficile e strano termine di “strutturalismo” (in un’Italia in larga parte ancora crociana), sì all’estetica di Tommaso d’Aquino (indagato con spirito illuministico) e fino al Trattato di semiotica generale del 1975 (che però appare più un manuale universitario che un trattato vero e proprio, dotato di un pensiero autonomo). Ma poi no, no, no… No a una letteratura intesa come una sorta d’ininterrotto cruciverba (per cui schiaffeggiare una persona che dinanzi a noi in treno si affanna sulla Settimana enigmistica o schiaffeggiarne una che ha in mano Il nome della rosa può risultare meritorio allo stesso titolo), e no al barzellettaro che, passato dai corsivi di Dedalus sul Manifesto – in cui, tra l’altro, polemizzava con il partito preso di Pasolini sull’aborto – all’antiberlusconismo in salsa debenedettiana, di Berlusconi sembrava il semplice rovescio.

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