30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Salvatore Settis

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo ScarpariAngelo Tonnellato, Valeria Turra]

Ritengo necessario pronunciare un energico no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, per considerazioni specifiche che ho meglio articolato nel mio recente libro Einaudi Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla.

Secondo Piero Calamandrei, «quando il Parlamento discuterà pubblicamente la Costituzione, i banchi del governo dovranno esser vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana». Questo galateo istituzionale è stato violato brutalmente dal governo Renzi.

Questa e altre (numerose) improprietà e forzature nella procedura non basterebbero da sole a giustificare un pieno no, che solo il merito della riforma può, anzi deve, innescare. Lo giustificano, invece, altre ragioni, per esempio:

  1.  con scelta politica quanto mai impropria, la proposta di riforma si è intrecciata a una nuova legge elettorale (detta Italicum), che pur essendo stata fatta dopo la sentenza della Corte costituzionale che condannava il Porcellum bollandone la «illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principî costituzionali», ha ribadito, truccandoli, i due motivi di incostituzionalità di quella legge, un irragionevole premio di maggioranza (di fatto assegnabile, al secondo turno, anche a una minoranza, poniamo del 20%), e un meccanismo che favorisce i nominati e limita le scelte degli elettori;
  2.  confuse campagne di disinformazione hanno oscurato la vera natura della riforma, presentandola come «la fine del monocameralismo», mentre il Senato sopravvive, in un intrico di competenze dello sterminato art. 70, che non meno di 11 ex presidenti della Corte costituzionale hanno denunciato come fonte di conflitti di competenze e ritardi nelle procedure;
  3.  l’abolizione dei Consigli provinciali (elettivi), lasciando le Province presidiate dai prefetti, che dipendono dal governo, si congiunge a un Senato di nominati dalla politica, a una Camera per oltre il 50% condizionata dalle nomine dei “capi” dei partiti; cioè corrisponde a una forte diminuzione della democrazia;
  4.  il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica (art. 83), che dal settimo scrutinio prevede una maggioranza dei 3/5 non dei componenti il collegio elettorale, ma dei votanti, comporta una violenta delegittimazione della più alta carica dello Stato;
  5.  con la modifica dell’art. 67 i membri del Senato non rappresenteranno piú la Nazione eppure del Senato faranno parte di diritto gli ex presidenti della Repubblica, derubricati a rappresentanti delle autonomie locali: ulteriore delegittimazione della figura del capo dello Stato e della sua funzione.

Queste sono solo alcune delle storture di una pessima riforma, che non affronta i veri problemi del paese, dalla corruzione all’evasione fiscale, dalla disoccupazione alla decrescita infelice della produzione. Una riforma voluta da un governo che intanto nulla fa per attuare gli articoli della Costituzione fino a oggi rimasti lettera morta (per citare un solo esempio, l’art. 3 sul diritto al lavoro).

30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Le nostre ragioni di un no

Le ragioni di un nodi Marcello Rossi

[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Che «Il Ponte» sia legato a doppio filo alla Costituzione del ’48 è cosa nota. A tutta la Costituzione, anche all’art. 138 che concerne le leggi di revisione. Se però la “revisione” impegna ben 47 articoli della Parte II («Ordinamento della Repubblica») – cioè il 55% di questa Parte – allora è lecito pensare che l’originaria Parte II sarà letteralmente stravolta. È possibile che uno stravolgimento di tal fatta non si ripercuota anche sulla Parte I («Diritti e doveri dei cittadini»)? E se sì, come io ritengo con certezza, non sarebbe stato più corretto, a ragion di logica, proporre una costituente? Comunque, costituente o meno, io non credo che la difficile situazione politica ed economica che stiamo attraversando trovi una soluzione con la messa in opera di una nuova costituzione, e per di più di una costituzione che, tra le altre cose, come prima risoluzione, con il pretesto di ridurre le spese del potere legislativo, ridisegna le funzioni di un Senato che, in ossequio al mito della velocità del legiferare, non darà più la fiducia al governo e non sarà più eletto direttamente dai cittadini.

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22 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Italicum, una riforma che oltraggia la democrazia

Italicumdi Domenico Gallo

Adesso che la nuova legge elettorale (Italicum), approvata a tambur battente dal Parlamento, è stata promulgata dal presidente della Repubblica, il discorso non è chiuso. Non solo perché il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati si applica a partire dal 1° luglio 2016, lasciando uno spazio temporale per i ripensamenti, ma anche perché la riforma costituzionale che abolisce il carattere elettivo del Senato della Repubblica è ancora in gestazione e – se approvata – potrebbe essere spazzata via dal referendum.

Se l’obiettivo cui tendono le riforme elettorali è quello di razionalizzare il sistema politico per favorire la governabilità, la situazione attuale apre le porte al caos istituzionale perché determina la contemporanea esistenza di due differenti sistemi elettorali per la Camera e per il Senato destinati per la loro natura intrinseca a provocare risultati profondamente divergenti nei due rami del Parlamento. Può darsi che l’istituzione Senato della Repubblica sia in procinto di essere cancellata come ramo elettivo del Parlamento, ma la logica e il buonsenso imponevano di delineare prima il nuovo volto del Parlamento e dopo di procedere ad approvare una riforma elettorale valida per la sola Camera dei deputati.

Invece si è voluto procedere a tappe forzate, ricorrendo addirittura alla fiducia, come avvenne nel 1953 per la legge truffa, evidentemente per nascondere sotto l’asfalto del decisionismo governativo le scorie tossiche (per la democrazia) del nuovo sistema ed evitare ogni reale dibattito.

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10 Febbraio 2015
pubblicato da Rino Genovese

L’eterno compromesso storico

compromesso storicodi Rino Genovese

Neanche noi, che mai abbiamo nutrito particolare simpatia per i democristiani, potremmo dire male del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non sappiamo come riuscirà a interpretare il suo ruolo, ma la persona è senza dubbio, per la sua stessa biografia, la migliore nelle condizioni date. Se si pensa che abbiamo, una volta di più, scampato l’elezione di Giuliano Amato, il furbo compare di Bettino Craxi, possiamo dirci contenti per come sono andate le cose. Mattarella non ci dispiace perfino per la sua creatura, il famoso mattarellum: una legge elettorale che era un misto di maggioritario e di proporzionale e che, con il senno del poi, appare un compromesso di tutto rispetto: non ti concedo il doppio turno nei collegi uninominali (che avrebbe reso quella legge un maggioritario puro alla francese) ma t’invento la doppia scheda, con una correzione proporzionale, e in più, per rafforzare quest’ultima, ti ci metto il meccanismo barocco dello “scorporo”. Una legge, questa, che al netto del berlusconismo avrebbe dovuto impiantare nel paese un’alternanza tra forze progressiste più o meno moderate e un centro moderato tout court, senza negare il diritto “di tribuna” ai partiti politici che si fossero collocati alle estreme. Insomma, un tipico compromesso di scuola democristiana che, dopo una ventina d’anni di eccitazione plebiscitaria (oggi prolungatasi nel Pd, grazie alla figura del giovane fiorentino della provvidenza), appare l’eldorado di una possibilità mai veramente realizzatasi.

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30 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

La Bella e la Bestia

La bella e la bestiadi Rino Genovese

All’inizio c’era un problema troppo semplice per essere risolto semplicemente: si trattava di fare una nuova legge elettorale dopo che la precedente, ormai da tutti ritenuta pessima, aveva ricevuto infine il marchio d’incostituzionalità dalla Corte, che modificandola l’ha resa una legge elettorale proporzionale sui generis in quanto nata con l’impianto da premio di maggioranza tipico del “porcellum”. Si sarebbe potuto mirare a una riforma che prevedesse il doppio turno nei collegi (la proposta del Pd), o si poteva ritornare al sistema precedente, il “mattarellum”, eliminando il barocchissimo meccanismo dello scorporo, e così accentuandone il carattere maggioritario; oppure si potevano mettere in campo altre ipotesi in linea con quanto sentenziato dalla Corte costituzionale, che ha stigmatizzato la mancanza di scelta da parte dell’elettore dovuta alle liste bloccate. Si sarebbe poi andati in parlamento – i voti alla Camera ci sono, al Senato si sarebbe dovuto trovarli – e, cercando un accordo con una parte delle opposizioni basato anche sulla prospettiva di un ritorno alle urne a breve, si sarebbe fatta una legge elettorale valida per la Camera e il Senato – magari inserendo nel pacchetto, in omaggio a una mentalità da “revisione della spesa”, una riforma costituzionale che prevedesse il taglio del numero dei parlamentari.

Ma no, troppo semplice. Si doveva piuttosto mettere in campo una di quelle riforme “epocali” che per lo più non riescono al fine di creare un’effervescenza nel paese intorno a un cambiamento che richiede tempi tanto lunghi da garantire il governo in carica (anche con la minaccia di un ritorno alle urne con una legge elettorale come quella in vigore, che nessuno ha voluto) fino al 2018, anno di scadenza della legislatura. Questa la grande trovata della Bella, al secolo Maria Elena Boschi, e della Bestia ispiratrice, al secolo Matteo Renzi. Ai quali bisogna ricordare alcune circostanze, peraltro anche ovvie: 1) che l’avere raggiunto il consistente risultato del 40,8% dei suffragi in un’elezione per il parlamento europeo, con una percentuale dei votanti molto più bassa rispetto a quella delle elezioni politiche nazionali, non dà loro alcuna investitura per modificare l’architettura costituzionale in punti essenziali; 2) che l’avere contrattato, in un incontro tra pochi intimi, una riforma della legge elettorale molto simile, sotto diversi profili, a quella precedente, non li esime dal confronto in parlamento con i dissensi e le “fronde” che si determinano; 3) che avere legato una riforma elettorale, pensata solo per la Camera, a una sostanziale abolizione del Senato, nelle intenzioni da eleggere in modo indiretto, con la fine del cosiddetto bicameralismo perfetto, li espone a un iter così incerto (ve li vedete voi i senatori che, come docili capponi, si infilano da se stessi nel forno?) che il fallimento è altamente probabile.

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