22 Luglio 2014
pubblicato da Il Ponte

Cattivi pensieri

bicameralismo perfettodi Marcello Rossi

Non capisco perché alcuni – anzi, la grande maggioranza degli italiani, a quanto ci vogliono far credere – ritengano che leggere un disegno di legge due volte – una volta alla Camera e una volta al Senato – sia una perdita di tempo. Io penso, invece, che le leggi (e i relativi decreti attuativi, che però nessuno prende in considerazione) siano momenti importanti della vita associata e allora leggerle due volte è sempre meglio che leggerle una volta sola, tanto che si potrebbe pensare che il bicameralismo si sia chiamato “perfetto” proprio per i vantaggi indotti da questa doppia lettura.

Possibile che i nostri costituenti – i Mortati, i Moro, i Calamandrei, i Codignola, i Terracini – non si siano posti il problema se una doppia lettura fosse una perdita di tempo, o no? Possibile che in un momento di grande difficoltà per il paese, che usciva dalle macerie morali e materiali della guerra, si sia dato vita a un inutile doppione del potere legislativo? Non era questo apparente doppione un di piú di democrazia di cui il paese aveva bisogno? E oggi possiamo davvero rinunciare a questo di piú di democrazia, sposando le “raffinate” elaborazioni di una Maria Elena Boschi che ritiene che il bicameralismo “perfetto” sia solo una perdita di tempo?

Ma allora il Parlamento deve rimanere quello di sempre? Non voglio dire questo. Un dimagrimento delle due Camere forse si impone, per cui 200 senatori e 400 deputati, pagati la metà di quello che oggi percepiscono, sarebbero più che sufficienti. Ma sufficienti per fare che cosa? Per fare le leggi e non per approvare i decreti legge del governo. Certo, se il potere legislativo si comprime sempre di piú fino ad annullarsi nell’esecutivo, allora il Senato serve veramente a poco e si potrebbe addirittura eliminarlo, ma la stessa cosa si potrebbe pensare anche per la Camera. E nel contempo si dovrebbe eliminare anche l’art. 76 della Costituzione che vuole che «l’esercizio della funzione legislativa non [possa] essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti».

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4 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Chiodo scaccia chiodo

morire democristianidi Marcello Rossi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Durante la Prima repubblica, di fronte ai continui successi della Democrazia cristiana, avevamo coniato uno slogan: «Non vogliamo morire democristiani!». Di fatto, però, questa nostra speranza rimase sempre inascoltata e, se non fosse intervenuta l’azione del pool di Mani pulite, forse saremmo ancora qui a cantare la stessa canzone. Ma l’effetto di Mani pulite, purtroppo, fu quello di far subentrare alla Balena bianca Berlusconi, e allora, pur avendo preso atto che non saremmo morti democristiani, dovemmo rispolverare un vecchio adagio che era di moda nel Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento: «si stava meglio quando si stava peggio», che è come dire, per usare un altro adagio, «dalla padella nella brace». E in questa brace per venti lunghi anni si sono bruciate le poche cose buone che la Prima repubblica aveva realizzato e le molte speranze che la Resistenza prima e la Costituzione poi avevano suscitato.

Come sia finito Berlusconi, o come stia per finire, è sotto gli occhi di tutti e non mi sembra di buon gusto affondare il bisturi nella piaga. Gli italiani, che purtroppo hanno sempre amato affidarsi a un “ghe pense mi”, dopo vent’anni gli hanno chiesto il conto, come lo chiesero già, in condizioni molto piú tragiche, all’uomo della provvidenza.

Certo, a proposito di Mussolini, altri tempi e altre tensioni, ma è ancora di grande effetto – almeno per me – rileggere le parole di Calamandrei che commentavano la fine del dittatore annunciata da un giornale-radio: «Alla fine della trasmissione c’è qualche attimo di silenzio, di desolato e vuoto silenzio: non un commento, non una esclamazione di giubilo, non un’imprecazione. Da vent’anni questa fine fatale si prevedeva, si attendeva, si invocava: ora che la conclusione arriva, inesorabile come la morale di un orribile apologo, ci ritroviamo, invece che consolati, umiliati dal disgusto e dalla vergogna. Ecco, era tutto qui: un ventennio di spaventose apocalissi concluso in questo mucchio di stracci insanguinati. E noi che non abbiamo saputo impedirlo: e noi che abbiamo aspettato vent’anni a tirar questi conti cosí semplici».

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