29 Gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini: l’economia politica e l’orizzonte della sinistra

l’economia politicadi Nicolò Bellanca

1. Qualcuno ha osservato che, mentre di solito gli economisti illustri vengono ricordati per una singola teoria o per un modello analitico, Giacomo Becattini sarà ricordato principalmente per aver contribuito alla dignità culturale e all’identità collettiva – al riconoscimento e all’autoriconoscimento – di “luoghi” come Prato e i distretti industriali italiani. La sua reinterpretazione dello sviluppo locale del nostro Paese si formò in modo induttivo, graduale e prudente; ma al momento della sua enunciazione, alla fine degli anni 1970, apparve spiazzante e rivoluzionaria, così per i colleghi economisti, come per i policy-makers. A quei tempi dominava l’idea della one best way, secondo cui il sentiero ottimo d’industrializzazione non può che ricalcare le orme delle economie capitalistiche aventi la leadership mondiale. Questo sentiero era caratterizzato dall’inevitabile superiorità delle grandi imprese, capaci di alimentare economie interne di scala e di varietà. Alle piccole imprese rimaneva un ruolo interstiziale, o dipendente dalla strategia delle grandi, in base alla convinzione che tutto ciò che le piccole sono in grado di fare, possono farlo anche le grandi, mentre soltanto le grandi possono realizzare un’estesa divisione del lavoro interna, in termini di funzioni, fasi e prodotti. Becattini dimostrò – in astratto, recuperando il concetto marshalliano di economie esterne distrettuali; e in concreto, studiando sul campo Prato e altri “luoghi” – che «tutto quello che può fare una grande impresa in termini di efficienza può essere realizzato, non da una singola impresa, ma da una popolazione di imprese specializzate che operano in un contesto adeguato di nessi sociali, culturali e istituzionali»1. Peraltro, lo sviluppo locale non s’identifica con specifiche specializzazioni produttive o con particolari modelli istituzionali di regolazione dell’economia. Accanto ai distretti industriali di piccola impresa, incontriamo un intero arcipelago di sistemi produttivi locali. Ciò che accomuna, a parere di Becattini, buona parte delle numerose varianti, è di essere economie sociali di mercato, di realizzare un significativo “radicamento” dell’apparato produttivo nelle dimensioni socio-culturali, di avviare e stabilizzare percorsi di costruzione sociale dell’innovazione. Tuttavia, posto davanti a questa ampia fenomenologia, il nostro autore insiste nell’eleggere a cànone, lungo l’intero arco della sua riflessione, il distretto industriale. La ragione della scelta è duplice. Per un verso, essa si propone di mostrare che lo studio del distretto è in grado di rilanciare un modo specifico di fare scienza sociale, che storicamente conosciamo con il nome di “economia politica”. Per l’altro verso, essa intende assumere il distretto a tipo ideale – a modello sociale della Vita Buona – che le iniziative economiche e le progettualità politiche dovrebbero avvicinare. Esaminiamole l’una dopo l’altra.

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