17 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La nitidezza e il gorgo. Sulla «Frantumaglia» di Elena Ferrante

frantumagliadi Mario Pezzella

1. La frantumaglia1 di E. Ferrante rientra in un particolare genere letterario, il “falso diario”2, che non è un’autobiografia ingannevole che si spaccia per autentica, ma in certo senso il suo esatto contrario. Il lettore di un falso diario non sa mai con certezza se il racconto è biografico, si riferisce a una realtà o a una finzione. La scrittura, senza cedere di un millimetro, resta in sospeso tra l’immaginario e il reale. Non è che il lettore sia ingannato: egli è infatti sempre e sottilmente avvertito di un’oscillazione tra il documento e la fiction. Tenuto in bilico, viene coinvolto in un vortice identitario in cui non distingue più tra realtà e visione, sogno e materia. Nel disgregarsi delle identità precostituite emerge una verità dello scrittore, che è indifferente alla distinzione tra oggettivo e soggettivo: è il suo fantasma o il suo carattere intelligibile, la fantasia originaria che dà forma al suo mondo e scintilla nel gioco specchiale delle identità.

Perciò Ferrante può affermare da un lato che «nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile» (75); e d’altra parte, bisogna «orchestrare menzogne che dicono sempre rigorosamente, la verità» (70), dire «bugie vere»; perché dietro il velo e la maschera si può avere la forza di superare ogni freno e autocensura. La finzione permette che oltre gli eventi emerga il fantasma o l’imago primaria che li plasma o conforma, riattiva una memoria associativa e involontaria che dice di noi e della situazione in cui ci troviamo ad esistere molto più dei ricordi volontari e inquadrati dell’Io.

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30 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (VIII)

Colore nascosto delle cosedi Antonio Tricomi

Silvio Soldini, “Il colore nascosto delle cose” (24 settembre 2017)

Devo essere sincero: a me è parso narrativamente – ripeto: narrativamente – disonesto, perché mette in scena l’abusato canovaccio in sé di una storia d’amore qualunque e in quanto tale, con le paure e gli slanci, i ricatti e gli ardori, la gioia e i pentimenti, le ipocrisie e la dolcezza che ciascun rapporto erotico genericamente comporta. Detto altrimenti, i due personaggi che danno forma alla relazione raccontata nel film non soltanto appaiono maschere giusto un filino, cioè appena superficialmente, caratterizzate, ma avrebbero persino potuto non essere, rispettivamente, una donna da tempo privata della vista e un uomo di più di quarant’anni cronicamente immaturo senza che ciò obbligasse minimamente il regista a modificare l’autentica strategia di significazione implicata dal Colore nascosto delle cose.

Che infatti, non volendo realmente sondare il tragico disagio esistenziale dell’una o la vile cialtroneria dell’altro, ma preoccupandosi quasi esclusivamente di ricavare, dai diversi approcci alla vita esibiti dai protagonisti, indispensabili espedienti narrativi per dar corpo, appunto, a una vicenda amorosa in fondo in fondo del tutto ordinaria, nient’altro si dimostra che un’esile commediola tra le tante e, come tante, sostanzialmente insapore. Magari persino graziosa, qui e là, e specie nei suoi lacerti più direttamente comici, o comunque brillanti, e poi nelle migliori sequenze in cui l’intera responsabilità di dare forza alla rappresentazione ricade sul viso, sulla mimica di una Valeria Golino quanto mai espressiva, senza alcun dubbio bravissima. E però, in estrema sintesi, un’operina di garbo priva di una sua qualche identità vera, irrimediabilmente già vista mille e altre mille volte.

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6 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (VI)

Get Outdi Antonio Tricomi

Zhang Yimou, The Great Wall (4 marzo 2017)

Ma quando comincia il film? Sono quasi due ore che qui si va avanti con il promo del nuovo giochino per la PlayStation. Pensavo d’essere venuto al cinema, non in un punto vendita della Sony.

Paul Verhoeven, Elle (3 aprile 2017)

Questo dunque sarebbe il film capace (nell’ordine) di: rifondare lo sfinito cinema d’autore; regalarci un ritratto della cinica borghesia contemporanea che sa riattualizzare o mettere a frutto la lezione tanto di Jean Renoir quanto di Claude Chabrol; rivitalizzare l’ormai solo ripetitiva commedia nera; risollevare il moribondo thriller all’europea. Certo, come no. E magari anche in grado (già che c’è) di: preparare l’insalata russa o la crème brûlée; rendere socialmente presentabili i capelli di Donald Trump o i film di Walter Veltroni.

Ma per favore! La profondità di pensiero, la visione del mondo e – in particolare – della donna, dei rapporti umani, del sesso, la complessità psicologica dei personaggi e la loro tenuta drammaturgica sono le medesime che si potevano riscontrare in Basic Instinct. Il quale, in confronto, si rivela un film ben più riuscito, perché esibisce, invece di mistificare, la consueta ispirazione del suo autore: un adolescenziale gusto, solo morboso, per una trasgressione banalmente intesa quale sadomasochistica sottomissione del desiderio maschile alla supposta carica irrefrenabilmente omoerotica di un godimento femminile intriso di smanie distruttive e autodistruttive, fantasie di stupro ed incesto, ciniche o intellettualmente raffinate impudicizie varie. Insomma, un distillato di puro maschilismo coi brufoli.

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