22 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Romano Luperini, il romanzo storico, il conflitto ideologico fra le generazioni

Romano Luperinidi Floriano Romboli

L’opera narrativa di Romano Luperini ha come caratteristiche spiccate la compattezza e l’organicità, nel senso che i vari lavori (I salici sono piante acquatiche (2002); L’età estrema (2008); L’uso della vita. 1968 (2013) si sostengono e si richiamano in un processo di integrazione perfezionante altresì testimoniato dalla tecnica del riuso di intere porzioni di narrato che transitano, sovente con scarse variazioni , da un testo a un altro.

Altrove (v. «Italianistica», XLIII, 3, 2014) ho messo in risalto il fatto che l’unitarietà sostanziale del discorso letterario non si afferma mai a detrimento della dimensione peculiare che è propria di ogni libro e ne garantisce l’autonomia; e ciò vale tanto di più per La rancura (gennaio 2016), che rispetto alle altre prove – contraddistinte da una scrittura multigenere (nel merito vale di nuovo il rinvio al saggio menzionato poco sopra) –, si segnala apertamente per la più regolare e rigorosa narrazione romanzesca, seppur suddivisa in tre momenti distinti: il primo, Memoriale sul padre (1935-1945), dal tratto memorialistico-storico; il secondo, Il figlio (1945-1982), più precisamente autobiografico; il terzo, Il figlio del figlio (2005), non redatto come gli altri in prima persona, bensì in terza e quindi in forma più distaccata e impersonale.

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14 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Persistenze della teoria letteraria

teoria letterariadi Marco Gatto

1. A cosa serve la teoria della letteratura? In un mondo di teorici e di “discorsi teoretici” (secondo la formula di Fredric Jameson), a poco o a nulla: la famosa legge della saturazione regna sovrana anche nel campo, per costituzione ibrido e dinamico, della teoria letteraria. Ma la superfetazione di metodi, prima, e teorie, poi – gli uni, figli minori della sbornia strutturalista degli anni sessanta e settanta; gli altri, nipoti sparsi della decostruzione americana e di un marxismo spoglio di pretese totalizzanti –, se segnala un’esigenza, dimostra altresì di riflettere un disorientamento collettivo, un’errabonda incapacità di darsi punti fermi e di calibrare in modo non troppo superficiale il lavoro teorico. Che, d’altro canto, non è un lavoro da specialisti – e in ciò si potrebbe rintracciare la sua natura oppositiva e non-conciliativa, la sua distanza dall’accademismo –, ma un lavoro che pur necessita della padronanza – Edward W. Said direbbe “dilettantesca”, ossia non ideologicamente professionistica – di ampi spazi di sapere. E, allora, la proliferazione di teorie non può spiegarsi semplicemente con il motivo ricorrente della scomparsa dell’umanesimo o delle lyotardiane grandi narrazioni: piuttosto, essa oggi è l’esito, spesso inconsapevole, di un qualche frattura più profonda, le cui ragioni storiche non possono essere negate o sorvolate con superficialità. L’esplosione frammentaria di correnti teorico-politiche, di metodologie di lettura le più disparate, di un marxismo che rincorre il suo stesso fantasma, di aree di approfondimento culturale contrassegnate dalle mode della differenza e dell’autonomia, riconsegna l’immagine di una teoria che, snaturandosi, è diventata essa stessa un genere, un comparto specialistico del sapere, una formula di comodo, o forse, semplicemente, una disciplina sottomessa al diktat della specializzazione. E ciò è avvenuto perché la teoria, reificandosi nella costruzione di un armamentario concettuale astruso e autoreferenziale, ha perso il ben noto contatto con la realtà, con lo spazio della politica: ha perso, per dirla in breve, quella capacità di immaginazione sociologica che non solo le dava una dignità culturale, ma la candidava a essere la protagonista di un lavoro culturale che potesse dirsi militante e costruttivo.

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