18 Agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Autogestione e socialismo

Autogestionedi Rino Genovese

L’articolo precedente di Bruno Jossa ha il merito di ricondurre l’attenzione sul nodo dell’autogestione delle imprese, cioè sulla sostanza di un socialismo che non voglia ridursi a un fallimentare e dispotico socialismo di Stato. Non v’è dubbio, a mio parere, che da qui dovrebbero ripartire le nostre riflessioni. Tuttavia – nel delineare il progetto di un rovesciamento delle parti in cui i lavoratori non più salariati ma associati si troverebbero a ricevere un reddito variabile e il capitale, al contrario, un reddito fisso in quanto finanziatore dell’attività produttiva – Jossa trascura di affidare un ruolo allo Stato, intendendo, con questo termine, non i vecchi e ormai declinanti Stati nazionali ma l’organizzazione statale sovranazionale e postnazionale (come potrebbe essere una Unione Europea profondamente trasformata). Senza il “cuscinetto” protettivo offerto da un’organizzazione del genere, il reddito aleatorio proposto dal mercato potrebbe portare alla rovina i lavoratori dell’impresa autogestita, laddove il capitale prospererebbe ancora grazie al suo interesse, sia pure fisso. L’organizzazione statale federale (in sintonia con un federalismo dal basso delle imprese autogestite) dovrebbe funzionare da prestatore in ultima istanza a tasso d’interesse zero. Del resto Proudhon – in cui si trovano delle sciocchezze, come pure delle buone idee – aveva già fatto del credito gratuito la chiave di volta di ogni mutualismo associazionistico.

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18 Giugno 2015
pubblicato da Rino Genovese

Socialismo e astrazione. A proposito di Finelli e Pezzella

Socialismodi Rino Genovese

Il socialismo ottocentesco si afferma contro l’astrazione della società capitalistica e, più in generale, della forma di vita moderna secondo cui “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Nei confronti di un universalismo astratto, sotto l’imperio della forma merce (che racchiude, stando a Marx, il tempo di lavoro separato dalla produzione di questo o quell’oggetto particolare, cioè un lavoro astratto che è tutt’uno con il lavoro alienato), e del denaro come sua estrema manifestazione fenomenica, il socialismo fa valere il vissuto della condizione operaia, della solidarietà di classe, della cooperazione, del mutuo soccorso. In altre parole, i legami concreti.

Non sorprende dunque che Finelli e Pezzella (il secondo commentando un libro del primo, come si può vedere qua sotto) concentrino l’analisi del capitalismo contemporaneo sul suo carattere di astrazione (si pensi all’odierna finanziarizzazione dell’economia) che lo avrebbe condotto a superare le proprie contraddizioni, prima di tutte quella tra le forze produttive e i rapporti di produzione che – insieme con la famosa “caduta tendenziale del saggio di profitto” – era per Marx la contraddizione fondamentale che avrebbe aperto le porte a un mondo postcapitalistico.

Ci sono tuttavia delle obiezioni possibili a questo discorso che si sforza, mediante la sottolineatura di un aspetto come quello dell’astrazione, di salvare la teoria di Marx dai segni inconfondibili del tempo trascorso.

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22 Dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quattro tesi sul socialismo oggi

Socialismodi Rino Genovese

La tesi preliminare, all’interno di una ripresa della discussione intorno al socialismo, è che questo concetto – a parte la sua versione a lungo servita in salsa totalitaria sotto il nome di “socialismo reale” – non è affatto l’opposto di quello di individualismo. Al contrario: la centralità conferita all’individuo nella modernità (dal Rinascimento all’illuminismo e oltre) è un presupposto essenziale del pensiero socialista. La concezione di Pierre Leroux – colui che per primo, nella Francia della monarchia di luglio, introdusse il termine “socialismo” nell’accezione contemporanea – che indubbiamente stabilisce una tensione tra i due concetti, a veder bene non fa altro che esprimere ciò che Jean Jaurès affermerà con nettezza qualche decennio più tardi: «Il socialismo è l’individualismo logico e completo». A spingere in questa direzione, è il significato stesso della questione sociale ottocentesca. Il movimento socialista, nel passaggio da una dimensione puramente ideale all’impegno concreto per la trasformazione della società, proclamerà che l’esaltazione moderna dei diritti dell’individuo è monca, e si perverte, se non riconosce i diritti di una larga parte della società che si trova in condizioni di reale diseguaglianza. È la nascita dei diritti sociali: la loro rivendicazione si scontra con un’organizzazione economica incentrata sulla proprietà privata, la mette in questione, la limita, in prospettiva l’abolisce. Questa correzione della modernità dal suo interno, riformistica nel senso della riforma sociale – che nella storia francese del XIX secolo assumerà anche movenze insurrezionaliste (si pensi, per fare un nome, a un tenace militante come Auguste Blanqui) e, nella variante di un anarchismo più o meno “esemplare”, perfino terroristiche –, non è altra cosa dal fine ultimo inteso come superamento della forma capitalistica di produzione e di consumo: piuttosto ingloba questo fine dentro di sé come una linfa vivificante della quotidiana pratica rivendicativa e politica. Socialismo è allora riforma sociale in quanto piena realizzazione dell’individualismo moderno, prefigurazione di un modo di produrre e consumare non più capitalistico e di una vita sociale svincolata dal bisogno e dall’interesse economico, che comprimono o limitano la libera espressione degli individui. Insomma ciò che Marx riassunse nei termini di un salto dalla preistoria alla storia, dal regno della necessità a quello della libertà.

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