19 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

La trappola democratica

norberto bobbiodi Alfio Mastropaolo

La definizione standard

In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.

Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.

Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente. Anzi, aggiungeva, non mantiene nemmeno le sue modestissime promesse: le oligarchie sono tenacissime, prevalgono gli interessi più forti, quelli economici innanzitutto, persistono larghissimi spazi democraticamente inaccessibili. Ma lui apparteneva alla generazione che aveva vissuto il fascismo. Il suo punto di vista si può capirlo. Non sappiamo cosa direbbe oggi, dopo che è trascorso mezzo secolo e che il suo futuro democratico è arrivato. Le democrazie sono diventate più oligarchiche, sono governate da gente che è al servizio dei potentati economici e la sfera del potere invisibile si è dilatata a dismisura. In compenso, il suffragio universale è sempre lì, si decide sempre a maggioranza e c’è pure competizione tra partiti. Non solo, ognuno è libero di dire quel che vuole (con qualche restrizione). E di vivere come vuole. Peccato che spesso non abbia i mezzi di che vivere decentemente.

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12 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

«La legittimità democratica» di Pierre Rosanvallon

di Rino Genovese

[È da poco in libreria, per la collana “La critica sociale” dell’editore Rosenberg&Sellier, il volume La legittimità democratica di Pierre Rosanvallon. Riproduciamo la postfazione di Rino Genovese]

Pierre RosanvallonA leggere questo libro di Pierre Rosanvallon, come gli altri recenti e meno recenti della sua vasta e perfino un po’ ridondante produzione, si tocca con mano come il periodo che stiamo vivendo sia segnato da una metamorfosi della democrazia. Si tratta di un mutamento storico che non può non riflettersi nella teoria: qualcosa di paragonabile, con tutte le differenze del caso, a ciò che avvenne nel corso dell’Ottocento. A quel tempo, sotto la pressione di un liberalismo conservatore che mirava a limitare il diritto di voto da una parte, e del socialismo dall’altra, che al contrario spingeva verso una democrazia non soltanto politica ma sostanziale, il modello che finì con l’affermarsi fu quello della democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale e su un grado crescente di inclusione sociale. Una forma ibrida, nota anche sotto il nome di «democrazia liberale», ossimoro in cui si trovano riuniti insieme i principi fondamentali del liberalismo politico (come la concezione dello Stato di diritto o la separazione dei poteri) e quelli della sovranità popolare e del suffragio universale in quanto aspetti propriamente democratici. In questo quadro erano destinati a rimanere irrisolti i rapporti tra la democrazia e il liberalismo economico, che da una trentina d’anni a questa parte, com’è noto, ha ripreso prepotentemente vigore arrivando a mettere in crisi la stessa concezione dello Stato sociale (o Stato-provvidenza nell’uso terminologico francese), in cui a lungo era sembrato esprimersi il contenuto economico più autentico della democrazia e attraverso cui, a partire dalla ridistribuzione del reddito, si era giunti a prospettare una vera e propria ridistribuzione del potere a favore dei più svantaggiati. Ciò del resto era considerato non il risultato di una pura e semplice azione di governo dall’alto, ma il frutto del coordinarsi di questa con la spinta proveniente dal conflitto sociale dispiegato dal basso. Una visione dinamica della democrazia, la cui legittimità si radicava nello stesso processo di transizione da essa implicato, che nei paesi europei occidentali la rendeva gradita a larghe masse di popolo organizzate dai partiti di sinistra – il che appare oggi un lontano ricordo. Procede da qui la necessità della ricerca di un aggiornamento non di semplice facciata: come riqualificare una democrazia che ha perso gran parte della sua carica di trasformazione sociale e ha generato sentimenti di sfiducia diffusa?

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22 Dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quattro tesi sul socialismo oggi

Socialismodi Rino Genovese

La tesi preliminare, all’interno di una ripresa della discussione intorno al socialismo, è che questo concetto – a parte la sua versione a lungo servita in salsa totalitaria sotto il nome di “socialismo reale” – non è affatto l’opposto di quello di individualismo. Al contrario: la centralità conferita all’individuo nella modernità (dal Rinascimento all’illuminismo e oltre) è un presupposto essenziale del pensiero socialista. La concezione di Pierre Leroux – colui che per primo, nella Francia della monarchia di luglio, introdusse il termine “socialismo” nell’accezione contemporanea – che indubbiamente stabilisce una tensione tra i due concetti, a veder bene non fa altro che esprimere ciò che Jean Jaurès affermerà con nettezza qualche decennio più tardi: «Il socialismo è l’individualismo logico e completo». A spingere in questa direzione, è il significato stesso della questione sociale ottocentesca. Il movimento socialista, nel passaggio da una dimensione puramente ideale all’impegno concreto per la trasformazione della società, proclamerà che l’esaltazione moderna dei diritti dell’individuo è monca, e si perverte, se non riconosce i diritti di una larga parte della società che si trova in condizioni di reale diseguaglianza. È la nascita dei diritti sociali: la loro rivendicazione si scontra con un’organizzazione economica incentrata sulla proprietà privata, la mette in questione, la limita, in prospettiva l’abolisce. Questa correzione della modernità dal suo interno, riformistica nel senso della riforma sociale – che nella storia francese del XIX secolo assumerà anche movenze insurrezionaliste (si pensi, per fare un nome, a un tenace militante come Auguste Blanqui) e, nella variante di un anarchismo più o meno “esemplare”, perfino terroristiche –, non è altra cosa dal fine ultimo inteso come superamento della forma capitalistica di produzione e di consumo: piuttosto ingloba questo fine dentro di sé come una linfa vivificante della quotidiana pratica rivendicativa e politica. Socialismo è allora riforma sociale in quanto piena realizzazione dell’individualismo moderno, prefigurazione di un modo di produrre e consumare non più capitalistico e di una vita sociale svincolata dal bisogno e dall’interesse economico, che comprimono o limitano la libera espressione degli individui. Insomma ciò che Marx riassunse nei termini di un salto dalla preistoria alla storia, dal regno della necessità a quello della libertà.

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