16 Febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’arbitro

arbitrodi Marcello Rossi

La stampa quotidiana – come è logico – ha già ampiamente commentato il discorso di insediamento del neopresidente della Repubblica e, salvo poche eccezioni, ha messo in campo tutto il servilismo di cui è capace. In linea, tra l’altro, con l’emiciclo di Montecitorio che, in omaggio alla morigeratezza, ha interrotto con lunghi applausi il discorso presidenziale per ben 42 volte. Di quel discorso non si vuole in questa sede proporre un commento – che risulterebbe superfluo, dopo tutto quello che è stato scritto – ma si vuole solo mettere in luce un passaggio: quello in cui il presidente ha detto che vorrà essere «arbitro imparziale».

Meraviglia che il presidente Mattarella, che tutti descrivono come giurista di rango e fine intellettuale, sia caduto in questo luogo comune tanto abusato dai politici nostrani. Meraviglia perché, se si scorrono gli articoli della Costituzione che riguardano il presidente della Repubblica (artt. 83-91), non si trova mai la parola “arbitro”. E pour cause, secondo me, perché l’arbitro è figura che vive di luce riflessa, mentre i soggetti veramente attivi sono i giocatori. Ma la nostra Costituzione non postula un presidente “neutro” o addirittura “passivo”: il presidente non è il monarca dello Statuto albertino, che regnava ma non governava, né è il monarca inglese, che fonda il suo potere sulla tradizione ed è soltanto un organo di rappresentanza. Nella nostra Costituzione il presidente della Repubblica, ponendosi come mediatore fra i tre poteri fondamentali – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – costituisce una sorta di ago della bilancia che deve compensare ogni più piccolo conflitto e squilibrio che si venga a delineare fra i tre poteri. Dunque figura assolutamente attiva, mediatore, non arbitro, per evitare – come ricorda Calamandrei – che la politica governativa si indirizzi per vie divergenti dalle direttive politiche prefissate nella Costituzione.

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