7 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Don Chisciotte a zonzo in Occidente

di Antonio Tricomi

L'altro occidenteDifficile dar torto a Rino Genovese: non da oggi, l’inguaribile «sindrome italiana» si materializza, per il Belpaese, nell’ormai cronica acquisizione forzosa di un’«identità senza volto, irriconoscibile, quella di un serpente sempre pronto a mutare pelle, che diventa qualcuno solo nel breve momento di questo suo mutare, e prima e dopo non è più nessuno». E allora, proprio perché l’Italia invariabilmente si rivela il medesimo teatrino dell’assurdo – ingannevoli retoriche di rinnovamento che si candidano, perlopiù con successo, a celare, ovviamente introiettandola, un’endemica convivenza di vuoti identitari a propria volta inderogabilmente camuffati da pieni culturali – il filosofo napoletano ha puto raccogliere in un unico volume fresco di stampa, L’altro Occidente. Dall’Avana a Buenos Aires (manifestolibri, Roma 2014, pp. 239, € 23,00), due suoi lavori di circa vent’anni fa con la legittima ambizione di regalarci non tanto una mera genealogia, quanto un’addolorata istantanea del nostro angoscioso presente.

Cuba, falso diario, apparso da Bollati Boringhieri nel 1993, e Tango italiano, intenzionalmente falsificato, più che fasullo, diario di un viaggio in Argentina pubblicato dallo stesso editore quattro anni più tardi, si proponevano infatti come sinceri, benché inautentici, autoritratti intellettuali certamente preoccupati di sondare – impiegando categorie critiche ereditate dalla Scuola di Francoforte, nonché a ridosso della fine del comunismo sovietico – sopravvivenze e fallimenti del progetto civile tracciato dalla modernità. Soprattutto, quei testi strutturalmente ibridi, cioè scaturiti dal felice abbraccio tra ricognizione teorica e moduli narrativi, ambivano però, entro siffatta cornice storica e sociale, a studiare in tralice, provando a ripensarlo da lontano, un “caso italiano” capace, forse non proprio all’improvviso, di mutarsi in cartina di tornasole di una complessiva crisi dell’Occidente già segnata dalla tendenziale legittimazione pubblica di una impasse dei Lumi supposta inevitabile. In altri termini, l’Italia appariva due decenni fa a Genovese ciò che oggi a maggior ragione gli sembra: lo specchio deformato, e quindi l’immagine iper-realistica, di un tuttavia non fisiologico declino occidentale. Di qui sia l’attualità di Cuba, falso diario e di Tango italiano, sia il desiderio dell’autore di tornare a offrirli al pubblico perché i lettori possano riconsiderare la niente affatto implicita proposta utopica in essi contenuta.

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