12 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Non fare il TAV fa bene alla democrazia

di Livio Pepino

[Il testo riprende ampie parti dell’intervento pubblicato in Aa.Vv., Perché No Tav, Roma, PaperFIRST, 2019]

1. La costruzione della Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione è appesa all’esile filo dei tentennamenti e dei contrasti interni al governo. In ogni caso essa non è a tutt’oggi iniziata. Sono stati effettuati, e sono in corso, studi, lavori preparatori, tunnel geognostici e quant’altro, con una spesa complessiva, per il nostro paese, di oltre un miliardo e mezzo di euro, ma la tratta transfrontaliera (cioè il tunnel di base di 57 km) e le adduzioni in territorio italiano e francese sono al palo. Chi si oppone all’opera non chiede, dunque, di interrompere alcunché ma solo di bloccare sul nascere uno sperpero di denaro pubblico aggiuntivo rispetto a quello sino a oggi realizzato.

Le ragioni che impongono di non fare l’opera sono molteplici e ripetute centinaia di volte: l’opera non è giustificata dai volumi del traffico (che sono, in realtà, in costante diminuzione), provoca un impatto ambientale insostenibile, non determina il decantato trasferimento dei trasporti dalla strada alla ferrovia, comporta un dispendio di risorse (tutte rigorosamente pubbliche) più utilmente impiegabili nella manutenzione del territorio e nel potenziamento dei trasporti ordinari (con ben altra utilità sociale e creazione di maggior numero di posti di lavoro), perpetua il modello di sviluppo che ha determinato la crisi in atto e via elencando. Molto di questo è documentato nell’analisi costi-benefici elaborata nei mesi scorsi dalla commissione nominata dal governo e presieduta dal prof. Ponti.

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17 Settembre 2018
pubblicato da Luke

Verità e bufale sul Tav Torino-Lione

No Tavdi Livio Pepino

Il “contratto di governo” tra M5S e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal governo «un atto ostile». Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Ma tanto è bastato a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e terroristi. Dall’altro ha mandato in fibrillazione i promotori (pubblici e privati) dell’opera, l’establishment affaristico, finanziario e politico che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione («La Stampa» e «la Repubblica» in testa) che, non paghi di ripetere luoghi comuni ultraventennali sulla necessità dell’opera per evitare l’isolamento del Piemonte dall’Europa (sic!), hanno cominciato a evocare fantasiose penali in caso di recesso dell’Italia.

In questo contesto e per consentire un confronto razionale è, dunque, utile fare il punto sulla situazione, partendo dall’esame delle affermazioni più diffuse circa l’utilità dell’opera.

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5 Settembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Grandi opere pubbliche, grande corruzione

Grandi opere pubblichedi Ferdinando Imposimato

Sandro Pertini a Francesco Saverio Nitti, che, incaricato di formare il nuovo governo, aveva detto «dirò tutta la verità perché il Paese si orienti spontaneamente sui doveri indeclinabili dell’ora», rispose con estrema durezza in un articolo pubblicato sul «Lavoro nuovo» il 18 maggio 1947. Scrisse infatti: «per noi la ragione prima dell’aggravarsi della situazione economica e dell’instabilità politica, in cui viviamo da mesi, bisogna ricercarla soprattutto nella sperequazione dei sacrifici che pesano sul popolo italiano. Vi è una parte del nostro popolo, la maggioranza – che va dall’operaio al professore, dall’impiegato al magistrato, dal disoccupato al pensionato – la quale è costretta a sopportare tutto il peso dell’attuale situazione. Un’altra parte, invece, ha più di quanto abbisogni e si rifiuta non solo di accettare sacrifici, ma specula sulla presente situazione per aumentare il proprio benessere, rendendo più penoso il sacrificio altrui. Ora è ingenuo pensare che questa parte del popolo italiano accetti spontaneamente i doveri indeclinabili dell’ora. Ricordiamo quanto disse il ministro del Tesoro: “bisogna far pagare le classi abbienti”. E forse proprio per questo è stato liquidato».

Ma l’impresa di ridurre i privilegi non riuscì nemmeno a Pertini quando gli si presentò l’occasione, nel giugno 1968, dopo l’insediamento come presidente della Camera dei deputati. Disse: «Noi dobbiamo pensare di lavorare in una casa di cristallo. Da noi deve partire l’esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l’esempio di onestà e di rettitudine. Perché il popolo italiano ha sete di onestà. Su questo punto dobbiamo essere intransigenti prima verso noi stessi, se vogliamo poi esserlo verso gli altri. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che la corruzione è nemica della libertà. E non dimentichiamo che i giovani ci stanno a guardare».

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