23 Marzo 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Nuovi cieli e nuova terra

 democrazia direttadi Lanfranco Binni

In Siria non è andata come doveva andare. La spartizione neocoloniale del paese è rinviata a tempi migliori. Contrordine: va interrotta l’evacuazione forzata della popolazione civile e bisogna promuovere il rientro, forzato, dei profughi; via dall’Europa, compatibilmente con le esigenze tedesche di capitale umano di qualità; i campi di concentramento in Turchia saranno aree di transito per il rientro in Siria, mentre al governo turco è stato concesso di lucrare sui profughi con finanziamenti europei. La Nato passa al piano B: consolidare la Turchia come avamposto dell’Occidente contro la Russia (la guerra ai curdi siriani e irakeni, la feroce repressione della società turca, sono effetti collaterali da «comprendere»), spostare il focus degli interventi militari dalla Siria alla Libia, all’intero continente africano. Il cambio di strategia comporta la dislocazione nell’area libica di quello che resta dell’Isis, indebolito dalla sconfitta militare in Siria e da conflitti crescenti con la galassia del jiadismo, in primo luogo con le reti di al Qaeda.

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28 Novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa sarebbe una politica di pace

terrorismodi Rino Genovese

Si può dire ciò che si vuole sull’orrore del terrorismo jihadista, ma resta il fatto che si tratta di un terrorismo come un altro – la cui essenza non sta nella pura e semplice violenza, ma nel messaggio che si intende trasmettere attraverso il dispiegamento della violenza. Questo è anzitutto rivolto a  galvanizzare il proprio campo: e nel caso specifico vuol dire dimostrare che, nonostante tutta la potenza dell’Occidente, la partita non è chiusa, che si può mettere in scacco una delle sue capitali, facendosi beffe di qualsiasi controllo e diffondendo il panico. Questo tipo di violenza, per l’organizzazione che dispiega (e che può essere anche “fatta in casa”, come oggi appare chiaro per quanto riguarda l’attacco parigino del gennaio scorso contro la sede di un giornale satirico e contro un supermercato), è diverso da quello della sommossa. Rispetto alla rivolta delle banlieues – di dieci anni fa, esattamente, con le auto in fiamme nelle notti francesi – c’è un salto di qualità. Se quella violenza restava apparentemente muta (nessuno infatti rivendicava alcunché), nel caso del terrorismo si assiste al passaggio a una vera e propria politica, con tanto di rivendicazione da parte del jihadismo internazionale e della sua centrale autodenominatasi Stato islamico. Si tratta quindi di un problema politico interno con un suo retroterra sociale, se si pensa alla rabbia giovanile delle periferie, ma con risvolti internazionali importanti.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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20 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi? (2)

conflitto sirianodi Rino Genovese

In Siria c’è una guerra nella guerra. Mentre scrivo, probabilmente infuria la battaglia intorno al sobborgo di Marea, avamposto verso Aleppo, nel nord del paese ai confini con la Turchia. Ma non si tratta delle truppe lealiste (quelle fedeli al regime di Assad) contro i ribelli dell’Esercito siriano libero nato dalla spaccatura di qualche anno fa, ai tempi delle rivolte nei paesi arabi. Si tratta piuttosto della battaglia di questi stessi insorti contro gli uomini dell’autoproclamato califfo Ibrahim – al secolo Abu Bakr Al-Baghdadi – che, dopo essersi impadroniti di buona parte del nord dell’Iraq, sono ritornati in forze verso ovest, equipaggiati di tutto punto grazie alle moderne armi di fabbricazione americana strappate all’esercito regolare iracheno. Così si forma uno Stato islamico degno del nome, guerreggiando a oriente come a occidente.

Stati Uniti ed Europa (nonostante il parere di qualcuno, come il presidente francese Hollande) hanno fatto benissimo a tenersi finora fuori dal conflitto siriano. Con la sua trasformazione in una guerra civile di lunga durata – addirittura con tre contendenti, non due – la rivolta contro Assad è stata politicamente sconfitta sul campo, e oggi un macellaio come il dittatore siriano è oggettivamente l’unico rappresentante politico con qualche credibilità all’interno di questa guerra di tutti contro tutti. Altri elementi di relativa stabilità nell’area sono i curdi (sparsi tra i quattro Stati della zona, e cioè tra Siria, Turchia, Iraq e Iran). Sostenere questi ultimi, in particolare nel teatro iracheno, significa per l’Occidente entrare nel conflitto tramite interposta persona. Ciò è evidente, e non si potrà in seguito fare finta di nulla, ossia evitare l’obiettivo politico per il quale i curdi si battono da circa un secolo: la proclamazione di un loro Stato indipendente. Ormai le cose stanno così: o il califfato islamico con le orde jihadiste, o la soluzione della questione curda. Supporre di potere aggirare il problema, magari per far piacere all’alleato turco, vorrebbe dire per l’Occidente chiudere gli occhi davanti alla realtà.

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17 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi?

armi ai curdidi Rino Genovese

Questo pezzo non può cominciare se non con un antipatico: “L’avevamo detto!” Noi pacifisti che undici anni fa manifestammo contro la seconda guerra del Golfo, contro l’invasione dell’Iraq di Saddam da parte delle potenze occidentali (compresa, per quel che conta, l’Italia), avevamo la chiara percezione non solo dell’inganno statunitense (ricordiamo le menzogne di Colin Powell all’Onu) ma anche della totale insensatezza politica di una guerra che avrebbe messo a ferro e fuoco un paese per non ottenere nulla, neppure quella pax che regna in un deserto (riprendendo la famosa citazione da Tacito resa popolare ai tempi del Vietnam). Ciò che si è realizzato – in particolare dopo il ritiro delle truppe americane deciso da Obama – è un governo di coloro che in passato erano sotto (gli sciiti) ai danni di coloro che erano sopra (i sunniti) nell’eterno ritorno, a parti invertite, dell’eguale.

Certo, se nel frattempo non ci fosse stata la crisi del vicino regime siriano, con le sue prolungate e nefaste conseguenze, forse non saremmo stati colpiti dalle notizie dei massacri che arrivano oggi da quella parte del mondo – ma resta il fatto che in Iraq l’Occidente (sempre che abbia un senso quest’espressione), del resto proprio come in Afghanistan, si è lasciato invischiare in una guerra civile tra gruppi etnici e tendenze religiose differenti, dentro un neotribalismo di cui non è riuscito in alcun modo a venire a capo e che anzi ha aggravato.

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