21 Febbraio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Eco

Ecodi Rino Genovese

Le prime prove sì, la fenomenologia di Mike Bongiorno, gli interventi sulla cultura di massa alla maniera del Barthes di Miti d’oggi, e sì, certo, a libri come Opera aperta e a quelli che introducevano in Italia il difficile e strano termine di “strutturalismo” (in un’Italia in larga parte ancora crociana), sì all’estetica di Tommaso d’Aquino (indagato con spirito illuministico) e fino al Trattato di semiotica generale del 1975 (che però appare più un manuale universitario che un trattato vero e proprio, dotato di un pensiero autonomo). Ma poi no, no, no… No a una letteratura intesa come una sorta d’ininterrotto cruciverba (per cui schiaffeggiare una persona che dinanzi a noi in treno si affanna sulla Settimana enigmistica o schiaffeggiarne una che ha in mano Il nome della rosa può risultare meritorio allo stesso titolo), e no al barzellettaro che, passato dai corsivi di Dedalus sul Manifesto – in cui, tra l’altro, polemizzava con il partito preso di Pasolini sull’aborto – all’antiberlusconismo in salsa debenedettiana, di Berlusconi sembrava il semplice rovescio.

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5 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

La critica letteraria oggi e l‘Asor Rosa di cinquant’anni fa

Alberto Asor Rosadi Marco Gatto

1. Grazie a Cesare Segre, e persino al di là delle sue intenzioni, ci eravamo chiesti dove andasse a parare la critica letteraria, che per questo studioso, è bene ricordarlo, più che un discorso sull’esistente a partire dai testi, era semplicemente un sinonimo di indagine filologica e stilistica1. Il termine “crisi” – ben prima che venisse investito, in anni recentissimi, di significati più strettamente economici o finanz-capitalistici – funzionava già da passepartout per definire una situazione di irreversibile atrofia del discorso critico: gli intellettuali non avevano più una funzione civile, erano privi di pubblico e di destinatario; l’interrogazione del mondo attraverso i testi aveva subito contraccolpi laceranti; il dibattito languiva, anche a causa degli scontri tra interpreti e analisti, impegnati e tecnici, insomma, tra chi intendeva la letteratura come occasione di intervento sociale o politico e chi la intendeva come corpo autonomo di regole, meccanismi, strutture, come scrigno di una qualche essenza irriducibile.

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