9 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

Neorealismo come ritorno all’ordine

neorealismodi Mario Pezzella

L’ultimo libro di Gaspare De Caro, Rifondare gli italiani? (Jaca Book, Milano, 2014), è una storia non convenzionale del cinema neorealista e dei suoi effetti sulla cultura e sull’immaginario collettivo del nostro secondo dopoguerra. In quel contesto storico, una naturalis oboedientia, una servitù volontaria, permette – secondo de Caro – la rimozione dei traumi storici del fascismo e della guerra perduta: la cultura italiana viene ricodificata in termini di riconciliazione e unità nazionale.

La storia del cinema neorealista si divide tra una breve e intensa attività testimoniale e critica e una produzione media diffusa, in cui gli epigoni divengono interpreti della buona coscienza nazionale e creano un “cinema della rimozione, una scuola di oboedientia”. “Di fatto – scrive De Caro – ciò che dà senso omogeneo e unificante al cinema del neorealismo, debilitando le testimonianze trasgressive, è l’impegno collettivo a esorcizzare […] gli ingrati fantasmi della guerra e del dopoguerra”. La volontà di trasgressione radicale culmina nelle due grandi trilogie di Rossellini e De Sica. In esse diviene visibile, contro ogni retorica populista e nazionale, lo stato di umiliazione e desolazione, che segue l’8 settembre e segna l’immediato dopoguerra. Si può leggere Ladri di biciclette come la storia di una generazione precipitata dalle altezze pseudo-imperiali e dalle sue aquile di cartapesta in una derelizione e in una vergogna senza fine di fronte ai propri figli; o si può riconoscere, per fare un altro esempio, la caduta di ogni ordine simbolico e morale, nella durissima sequenza di Paisà (episodio di Napoli), quando lo scugnizzo porta il soldato americano nella grotta infera dove si nascondono i sopravvissuti dei bombardamenti, senza casa e ridotti a una vita elementare.

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4 Marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

«La grande bellezza»? Meglio niente, grazie

di Antonio Tricomi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10  de Il Ponte – ottobre 2013 ]

La grande bellezzaE va bene: fingiamo pure che Flaubert, che era Flaubert, volesse realmente scrivere un “romanzo sul niente”, invece che “un libro su nulla”, e che egli davvero non abbia saputo realizzare un proposito cui, tuttavia, non risulta si sia mai dedicato, dal momento che tanto L’educazione sentimentale quanto Bouvard e Pécuchet, per esempio, nascono da tutt’altra ispirazione. Ma, allora, perché cimentarsi in un progetto che, cosí, tanto per chiacchierare, stiamo indebitamente ipotizzando essersi dimostrato superiore persino alle forze di uno fra i massimi autori della modernità? Il rischio è che ne risulti un ambiziosissimo film sul niente che poi si rivela niente e spinge gli spettatori a domandarsi: «non sarebbe stato meglio niente?». A chi non confonda un autentico e rigoroso talento visionario con un ossessivo manierismo che, per eccesso di gratuità, da potenziale virtuosismo onirico si degrada a monocorde formalismo asfittico, La grande bellezza di Paolo Sorrentino apparirà infatti nulla.

Una dopo l’altra, debordanti citazioni sia cinematografiche sia letterarie, raramente essenziali sotto l’aspetto figurativo o nell’economia della pressoché assente narrazione, si affastellano alla rinfusa, dando non troppo congruamente vita a una carrellata, immancabilmente qualunquistica, degli idoli e dei luoghi comuni del nostro tempo. Il quale, appunto perché rievocato con una sensibilità tutta estetizzante, non risulta – al di là delle intenzioni del cineasta, quali che fossero – né decostruito, o almeno effettivamente interrogato, né messo sotto accusa, o al limite assolto. Se il desiderio era cioè quello di svelare il cinico e disperato, anzi mortuario, abbrutimento etico, nonché lo smisurato e persino lugubre cattivo gusto che si cela sotto le triviali immagini di grottesca magniloquenza imposte dall’odierna società dello spettacolo e cui aspirano a uniformarsi anzitutto ceti abbienti sempre piú ipocritamente sguaiati, e se l’ambizione era altresí quella di reperire, sia pure in cotanto squallore, tracce o potenzialità di sopravvissuta o nuova bellezza, di riaffiorata o inedita decenza, Sorrentino manca entrambi gli obiettivi. Il suo oleografico ma fragoroso barocchismo, difatti, ne rende gli slanci satirici cosí ovvi e farseschi da ridurli a epidermici e buffoneschi, dunque a facili e spuntati, sberleffi. E il suo onnivoro compiacimento espressivo, benché voglia magari provare a riscattarle, degrada invece le poche chances o illusioni di grazia e di moralità, che pensa di poter ancora scoprire nella nostra epoca corrotta, a melensi reperti kitsch.

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