1 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Esperanto socialista

Esperanto socialistadi Rino Genovese

Se di una prospettiva socialista si tornerà a discutere, in un prossimo futuro, come di un’utopia concreta sarà all’interno di una profonda crisi del modello di vita occidentale. E non sarà – questo ormai appare assodato – né nella forma socialdemocratica e puramente statalista che abbiamo conosciuto in alcuni paesi europei nella seconda metà del Novecento, né in quella altrettanto statalista (e peggiore) del comunismo come “socialismo reale”. Sarà piuttosto dalla mescolanza delle culture antropologiche, peraltro da tempo in atto, che una soluzione socialista allo sconvolgimento delle identità tradizionali prenderà forma. Il socialismo del futuro sarà una una sorta di lingua artificiale, un esperanto.

Alla domanda sul perché in un grande paese come gli Stati Uniti un movimento operaio come quello europeo non avesse preso piede, Marx rispondeva che dalla miscela delle lingue in un paese d’immigrati era difficile far nascere l’unità di classe dei lavoratori. Oggi tutto il mondo è una Babele non solo linguistica ma di usi e costumi. Si può scegliere di chiudersi in un fortilizio identitario, sovranista, nazionalista, magari sedicente cristiano, teso alla difesa della “civiltà” (ma sarebbe una battaglia di retroguardia e persa in partenza, perché l’eredità coloniale dei paesi europei si sta ritorcendo contro la metropoli nella forma di un’immigrazione di massa dal sud del mondo); oppure si può tentare di costruire l’esperanto del futuro, cioè un socialismo non più basato sulla oggettività di una collocazione “di classe” come ai tempi di Marx, ma sulla scelta consapevole di donne e uomini nel rinunciare alle certezze tradizionali, alle comunità di appartenenza, per aprirsi all’utopia di un individualismo sociale costruito utilizzando anche pezzi di tradizioni diverse.

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