8 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Rosso di sera

rosso di seradi Lanfranco Binni

L’elettorato del Pd, travolto e tramortito dalle disfatte renziane del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018, da più di due anni spettatore passivo di una deriva politicista dell’apparato di un ex partito di potere in crisi, nelle primarie del 3 marzo ha finalmente lanciato un segnale chiaro di discontinuità con il renzismo. È un elettorato composito in cui coesistono gruppi sociali e orientamenti diversi: dalle confuse eredità Pci-Pds-Ds a quelle cattoliche della Margherita, dalle componenti anziane del sindacalismo confederale ad alcune aree di voto al M5S rifluite sul Pd in dissenso con le politiche dell’attuale governo gialloverde. Il segnale è comunque importante e sollecita i gruppi dirigenti del Pd a “cambiare rotta”, affidando questo compito impegnativo al nuovo segretario eletto. Ora il problema è proprio questo: su quale linea politica l’apparato del Pd (parlamentari, amministratori locali, funzionari) potrà cambiare rotta rispetto alle pratiche berlusconiane, liberiste e atlantiste della stagione renziana. Il tutto in presenza di un governo nazionale in cui l’abbraccio letale tra M5S e Lega, determinato dallo stesso Pd dopo le elezioni del 4 marzo 2018, sta provocando il rafforzamento della Lega su una linea di estrema destra e l’evidente crisi del M5S su una non-linea «né di destra né di sinistra».

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