10 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Parigi tra terrorismo e unità nazionale

Parigidi Rino Genovese

Sono state le prime parole di Hollande dopo la strage di mercoledì 7 gennaio: ci vuole l’unità nazionale. E le organizzazioni sindacali, i partiti politici, un insieme di sigle della cosiddetta società civile, si sono affrettate a indire una manifestazione per domenica 11 – ancor prima che la tragica vicenda fosse conclusa, prima che si sapesse che il “terzo uomo”, quello che aveva ucciso a caso una poliziotta, stesse per prendere in ostaggio un imprecisato numero di clienti in un negozio ebraico. Da Place de la République a Nation: strano corteo, che vedrà sfilare il presidente e il suo avversario Sarkozy, i socialisti e i comunisti e i verdi, mentre si discute se non sia stato un errore lo sgarbo fatto a Marine Le Pen non invitandola, regalandole così l’unico posto libero fuori dal “sistema”. A questo punto, certo che lo è. Se si tratta di celebrare i valori repubblicani, di esaltare il bene indiscutibile della libertà di stampa e così via, tutti possono essere invitati. Anche i razzisti. Anche l’ex ministro dell’interno (Sarkozy, appunto) che, per calcolo elettorale, proclamava una decina di anni fa di voler ripulire le periferie con il bidone aspiratutto.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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23 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’Occidente disarmato

Occidente disarmatodi Rino Genovese

Scriveva Voltaire nel suo Dizionario filosofico: “Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla febbre e il furore alla collera”. E poco più avanti: “Che rispondere a un uomo che vi dice che preferisce obbedire a Dio anziché agli uomini e che quindi è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?” È l’impasse in cui può essere preso lo spirito di tolleranza: che cosa dire al fanatico? come impostare i rapporti con lui?

Voltaire aveva davanti agli occhi gli orrori delle guerre di religione che avevano devastato l’Europa, ma noi, figli del Novecento, abbiamo a nostra volta esperienza di un orrore diffuso nella forma dei totalitarismi. Che cosa erano per lo più gli sgherri hitleriani e staliniani se non dei fanatici, sia pure non nel senso della religione ma in quello dell’ideologia? E alcune delle efferatezze degli “anni di piombo” italiani non possono, allo stesso titolo, essere messe sul conto del fanatismo? Cominciamo col dire, dunque, che il fanatismo è ben noto alla cultura occidentale, non riguarda unicamente le culture “altre”.

E con il fanatismo si è sempre trattatto, si è costretti a trattare se non si vuole diventare a propria volta immediatamente fanatici. Quella della guerra è soltanto l’ultima delle opzioni. Fin quando hanno potuto le democrazie occidentali hanno trattato con Hitler, era una carta che andava giocata, anche se non funzionò. Con Stalin – che aveva comunque una visione meno aggressiva nei confronti dell’esterno rispetto a quella di un Hitler – l’Occidente è stato alleato e, successivamente, sia pure tra molti sussulti, ha impostato una politica che è sfociata nella coesistenza pacifica. Insomma non è vero che con il “male radicale” (per usare un’espressione di Kant) non si tratta; il punto è piuttosto come trattare e fin dove spingersi nelle trattative.

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