Parigi tra terrorismo e unità nazionale

Parigidi Rino Genovese

Sono state le prime parole di Hollande dopo la strage di mercoledì 7 gennaio: ci vuole l’unità nazionale. E le organizzazioni sindacali, i partiti politici, un insieme di sigle della cosiddetta società civile, si sono affrettate a indire una manifestazione per domenica 11 – ancor prima che la tragica vicenda fosse conclusa, prima che si sapesse che il “terzo uomo”, quello che aveva ucciso a caso una poliziotta, stesse per prendere in ostaggio un imprecisato numero di clienti in un negozio ebraico. Da Place de la République a Nation: strano corteo, che vedrà sfilare il presidente e il suo avversario Sarkozy, i socialisti e i comunisti e i verdi, mentre si discute se non sia stato un errore lo sgarbo fatto a Marine Le Pen non invitandola, regalandole così l’unico posto libero fuori dal “sistema”. A questo punto, certo che lo è. Se si tratta di celebrare i valori repubblicani, di esaltare il bene indiscutibile della libertà di stampa e così via, tutti possono essere invitati. Anche i razzisti. Anche l’ex ministro dell’interno (Sarkozy, appunto) che, per calcolo elettorale, proclamava una decina di anni fa di voler ripulire le periferie con il bidone aspiratutto.

Gli anni sono trascorsi e, tra un’elezione e l’altra, chi si ricorda più delle banlieues francesi? Eppure guardate i loro volti, quelli dei giustizieri antivignettisti, i fratelli franco-algerini, e del loro supporter nero: simili a quello del ragazzo di Tolosa che, qualche anno fa, proprio durante la campagna elettorale per la presidenza della repubblica, ebbe a compiere analoghe gesta coronate dalla volontà di martirio. Non potrete sbagliarvi: riconoscerete le facce della banlieue. Prima di quella enorme genericità che sono i valori repubblicani, sarebbe sufficiente un’attenzione al particolare per cogliere il filo conduttore che lega la protesta “dei fuochi” (incendi e scontri nelle notti delle periferie francesi) di dieci anni fa alle imprese odierne. C’è stata un’escalation, certo, connessa alla situazione internazionale – ma è da ciechi non vedere come la questione sia essenzialmente interna. E aggiungo: interna europea, non solamente francese. Altro che terza guerra mondiale! Quale sarebbe, chi l’avrebbe dichiarata? Uno Stato fantasma formato da un gruppo di fanatici, nato dalla situazione creatasi tra Siria e Iraq con aspirazioni da internazionale del terrore, o i loro fratelli maggiori, e rivali, di Al-Qaida dalle mille facce, dallo Yemen al corno d’Africa, al Mali, alla Libia e un po’ ovunque nel mondo arabo-musulmano? Con chi siamo in guerra se non con noi stessi, mondo occidentale europeo che reca in sé un’eredità sporca come quella del colonialismo?

È la questione postcoloniale, nuovo aspetto della questione sociale, che brucia intensamente nelle banlieues. È stato detto e ripetuto: i giovani francesi provenienti dall’immigrazione, di seconda e terza generazione, non sopportano, come i loro padri, il razzismo strisciante o esplicito che li circonda e non si accontentano di parole che per loro sono vuote – liberté, egalité, fraternité –, passando con una rapidità sorprendente, nel tentativo di riappropriarsi delle radici culturali, dal rap all’islamismo radicale. Dove non appare il conflitto sociale, aperto e democratico, ecco riapparire la tradizione culturale chiusa in se stessa, più o meno inventata o reinventata come appiglio identitario. Culto della violenza, jihadismo, sentimento del martirio, ne sono la conseguenza.

Perciò meglio farebbe la sinistra francese – ormai assente dalle periferie – a interrogarsi su se stessa: se tanti giovani fuggono via per addestrarsi alla guerra santa è perché non trovano una sponda politico-sociale al loro profondo malessere, e credono di trovarne una politico-religiosa. Di fronte a questo problema, si può anche essere presi dallo sgomento quando la violenza esplode, ma non ci si può rifugiare nella vaghezza di un’unità nazionale che è la pura e semplice esaltazione di se stessi in quanto “buoni” e “repubblicani” contro… contro non si sa chi o che cosa, se non i “cattivi” generati tuttavia dal seno stesso della repubblica e della sua storia.

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