19 Dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal governo costituente al governo stantio

Gentilonidi Mario Monforte

Al referendum del 4 dicembre il no è stato schiacciante e in base a una grande partecipazione popolare (contro la precedente tendenza al crescente non-voto): con il no alla riforma renziana è stato detto no a tutto l’operato del governo di Renzi & Co., e all’insopportabile ciarlataneria ottimistica dei racconti renziani, in urto con la tutt’altra realtà del paese. Renzi, sempre difendendo quanto ha fatto a dispetto di ogni evidenza, ha annunciato platealmente le sue dimissioni e le ha messe in atto personalmente, ma è stato un no a tutto il suo governo, che peraltro si era arrogato, contro ogni regola, di fare il «governo costituente», tuttavia gli altri suoi sodali non hanno voluto trarre le stesse conclusioni. Di conseguenza, il “ligio” (a chi l’ha posto alla presidenza della Repubblica) Mattarella non ha nemmeno pensato a indicare un segnale di discontinuità, con un governo provvisorio che provvedesse al piú presto a espletare le incombenze piú pressanti (da una piú decente legge elettorale, ai decreti attuativi della legge di bilancio, alla situazione banche, Mps in primo luogo, all’azione concreta per le zone terremotate, presenziando alle scadenze internazionali senza prendere impegni) per andare quanto prima alle elezioni.

Invece, trincerandosi dietro la prassi (come se prassi e regole non fossero state messe in non cale dal 2011), ha conferito l’incarico di governo all’indicato (da Renzi) Gentiloni, nella riconferma di tutto il precedente governo, con un parziale stantio «rimpasto» (è esclusa solo la Giannini, come se la “buona”, ma in effetti pessima, scuola fosse solo colpa sua), inserendo Minniti, la Finocchiaro, la Fedeli (millantatrice di una laurea), e altri nei sottosegretariati, confermando anche la Madia (a premio per la sua riforma della P.A. bocciata dalla Consulta?) e addirittura promovendo la Boschi, cofirmataria della riforma renziana (e coautrice ne è anche la neo-ministra Finocchiaro), la quale a sua volta aveva annunciato le dimissioni in caso di sconfitta referendaria (ma, chissà, se ne sarà dimenticata), nonché premiando l’ineffabile Lotti (sul quale, appunto, non vi sono parole) e anche l’incredibile Alfano con il suo Ncd (ma escludendo Verdini e i suoi, troppo impresentabili: però si dovrà poi dar loro qualcosa, pena agguati in parlamento), e cosí via.

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19 Gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

In nome del popolo lontano

in nome del popolo lontanodi Luca Baiada

Una democrazia già fragile, uscita incrinata dalla guerra fredda e entrata fiacca nella globalizzazione, adesso rischia il peggio.

La legge elettorale truffaldina del 2005 – proprio uno dei suoi confezionatori la chiamò «porcata» – è stata spazzata via dalla Corte costituzionale, ma ecco che la maggioranza parlamentare eletta proprio con quelle norme, una maggioranza che a sua volta si regge su un voto minoritario, su una parte della magra fetta dell’elettorato che è andata a votare, vuole cambiare di nuovo proprio la legge elettorale, e senza seguire i principi dettati dalla stessa Corte costituzionale.

Un governo sostenuto dalla fiducia di pochi spinge una modifica della Costituzione che riduce la partecipazione democratica. Propongono un ibrido furbo, un esile guscio di rappresentanza popolare con una polpa oscura: due camere, ma solo una è elettiva, benché figlia di un voto distante dalla partecipazione della cittadinanza. L’altra si chiama ancora Senato, ma i componenti non sono più elettivi; vengono individuati dagli enti locali, sulla base di logiche che in questo momento non sono esplicitate, ma che fanno indovinare basse manovre e stretti interessi delle segreterie di partito, o delle segreterie senza neppure un partito. Consiglieri regionali e sindaci, non dispensati dalle funzioni, riceverebbero in aggiunta la carica di senatore: non si sa dove troverebbero il tempo per un onere che – almeno a parole – dovrebbe essere gratuito, mentre di sicuro troverebbero sulla loro strada i legami e le clientele che fanno parte dell’andamento degli uffici locali, dove restano incardinati.

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