8 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (II)

Lo chiamavano Jeeg Robotdi Antonio Tricomi

Steven Spielberg, Il ponte delle spie (10 gennaio 2016)

In fondo, quando vai a vedere Spielberg, sai quello che ti aspetta. E dunque, se poi ti trovi lì a guardare nervosamente e di continuo l’orologio sperando che le due ore e mezza passino in fretta, la colpa è tutta tua, che hai scelto, chissà poi perché, di andare al cinema. E neppure puoi dire di esserti imbattuto nello Spielberg peggiore: il consueto distillato di americanismo dal volto umano, cioè in salsa democratica, ti è stato infatti largito con sufficiente pudicizia (merito, magari, del contributo alla sceneggiatura offerto dai fratelli Cohen). Che noia mortale, però, hai dovuto patire! Macchina narrativa perfettamente oliata, ci mancherebbe. Ma tutto già visto, tutto già detto, tutto invariabilmente uguale a se stesso. Duel e Lo squalo, E.T. e qualche Indiana Jones, quindi fiabe apocalittiche o edificanti e – ancor più – cartoni animati en travesti: il meglio di Spielberg – comunque la si pensi su di lui e dal punto di vista in senso stretto cinematografico – non resta, oltre ogni ragionevole dubbio, pur sempre questo?

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27 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Della vera buona scuola (purché laica)

don Milanidi Antonio Tricomi

Suddiviso in dieci capitoli – «composti in seconda persona» e che ambiscono, ripercorrendo «i luoghi più rappresentativi» della sua esistenza, a ricostruire genesi e principi della lezione lasciataci in eredità dal sacerdote fiorentino – e in altrettante «risonanze» che l’autore recupera dai propri «diari di viaggio intorno al mondo» – così da scoprire dove e in quali forme risulti oggi lecito scovare tangenze magari indirette, o persino sorprendenti, con tale magistero –, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani (Mondadori, Milano 2016, pp. 177, € 18,00) trae anzitutto origine da una spinta etico-culturale, comune a ogni libro di Eraldo Affinati, che – per intenderci – potremmo approssimativamente ricondurre a una sorta di filosofia anti-novecentesca della vita. Agli occhi dello scrittore, il “secolo breve” conosce infatti due derive, al tempo stesso, morali e politiche – la legittimazione sociale del più gretto individualismo di matrice libertaria e la convalida di ideologizzate narrazioni identitarie a vocazione totalitaria – che egli in sostanza giudica fenomeni intimamente connessi, e anzi reversibili l’uno nell’altro, giacché facce di una sola medaglia, vale a dire forme complementari di quell’ossessione nichilistica a parer suo connaturata a chiunque sia figlio del Novecento e dovrebbe perciò assumersi la responsabilità quantomeno di provare a reprimere in sé tale pulsione. Concepire l’attività letteraria come una prosecuzione del proprio lavoro di insegnante – e quindi scorgere l’unica possibile incarnazione odierna del vecchio intellettuale civile nella figura del pedagogo sempre preoccupato di rivolgersi a precisi interlocutori con i quali condividere e rielaborare specifiche forme di sapere per dar vita, tutti assieme, a un’operosa comunità di individui realmente liberi e dunque solidali tra loro – è la maniera appunto scelta da Affinati per vincere qualsiasi tentazione nichilistica. Una maniera che non stupisce abbia sentito addirittura l’obbligo di misurarsi con il modello educativo sperimentato da don Milani.

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8 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

L’intramontabile storia di Luigini e Contadini

mezzogiorno padanodi Antonio Tricomi

A chiarirlo è Vito Teti nella prefazione al volume: Mezzogiorno padano (manifestolibri, Roma 2015, pp. 127, € 14,00) è «un unico romanzo», inequivocabilmente corale, «sul dolore del nostro tempo presente». Si rivela assai presto un’organica epopea dei già rassegnati e degli ancora combattenti che scaturisce non dal mero accostamento, ma dalla sempre ponderata, credibile intersecazione di «storie apparentemente separate», e «fatte di scarti e di frammenti», tutte in egual misura pronte ad offrici «le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo». Lancinanti cronache tenute assieme dall’«io narrante del racconto di apertura», che è «quasi certamente un alter ego» dell’autore e si fa quindi carico del progetto, squisitamente intellettuale, di costui. Sandro Abruzzese desidera cioè riflettere su una crescente «meridionalizzazione» dell’Italia da intendersi anche come processo per effetto del quale «la criminalità sembra avere ancora i piedi in certe aree del Sud e la testa, la mente, gli interessi al Nord», ma soprattutto da ritenersi la cartina al tornasole del «fallimento collettivo, storico», di un’intera idea di nazione, se quanti oggi popolano il Bel Paese affollano, in verità, un’indifferenziata «distesa di non luoghi, di vuoti o di pieni» che saldano il Meridione al Settentrione cancellando ogni residua distanza tra le due metà della penisola appunto per creare, mercé l’ibridazione degli originari «tratti negativi» di tali zone, un indistinto, soffocante Mezzogiorno padano. In cui – è allora immediatamente necessario aggiungere – le sole tracce di decoro, sia civile sia culturale, vanno reperite nelle «minute forme di resistenza che vedono come protagonisti piccoli eroi dolenti e dignitosi ancora capaci di pietas, di amore e di bisogno di abitare», non nei disegni di «gruppi dirigenti sempre uguali a se stessi» e che appare dunque inevitabile considerare i principali responsabili del degrado nazionale.

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30 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Una favola semplice semplice

Salman Rushdiedi Antonio Tricomi

Per quel che vale ammetterlo, non sono mai stato un lettore molto paziente con Salman Rushdie. Il suo ventriloquo virtuosismo affabulatorio, risultandomi il più delle volte oltranzistico e per certi aspetti anche troppo facile, ha spesso finito con lo stancarmi presto. I suoi espliciti intarsi citazionistici, ricavati da un’ibridazione talora eccessivamente meccanica di cultura alta e cultura pop, hanno in genere sortito su di me l’identico effetto. Con ogni probabilità sono io a sbagliarmi: capita, del resto, di fraintendere, più di altri, anzitutto gli autori con cui non si riesce a entrare in piena sintonia. Ciononostante, Rushdie continua a sembrarmi in primo luogo questo: uno smaliziato mitografo postmoderno le cui narrazioni, palesemente manieristiche, non sarebbe forse un azzardo ritenere compiuti esempi di midcult, in alcuni casi persino seducenti. Essi appaiono infatti inclini a svolgere un quasi mai implicito discorso critico e, di riflesso, a dichiarare obiettivi conoscitivi largamente condivisibili per un lettore, almeno occidentale, che voglia mantenersi ancora fedele alla laica utopia civile in principio elaborata da una peculiare anima dei Lumi: quella realmente persuasa dell’ineludibilità di valori quali la tolleranza e il relativismo culturale.

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26 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Indimostrato interesse

La zona d'interessedi Antonio Tricomi

Dopo aver letto il romanzo nella traduzione italiana apparsa di recente, mi sembra di poter definire sorprendenti e, al contempo, criticamente illuminanti le pur relative traversie editoriali patite da La zona d’interesse (Torino, Einaudi, 2015, pp. 303), il nuovo lavoro di Martin Amis. Come alcuni di certo sapranno, in Francia e in Germania il libro è stato respinto dalle case editrici che avevano sino a quel momento pubblicato le principali opere dell’autore inglese. Ebbene, se tali dinieghi sono scaturiti dalla sensazione di avere a che fare con un testo fin troppo politicamente scorretto – e che dunque avrebbe potuto attirare numerose critiche anche su chi avesse deciso di stamparlo – giacché concepito come una grottesca, sarcastica riflessione sulle comuni dinamiche e persino sulle frivolezze del desiderio amoroso all’interno di un campo di concentramento, allora si tratta di rifiuti davvero incomprensibili.

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5 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

La critica letteraria oggi e l‘Asor Rosa di cinquant’anni fa

Alberto Asor Rosadi Marco Gatto

1. Grazie a Cesare Segre, e persino al di là delle sue intenzioni, ci eravamo chiesti dove andasse a parare la critica letteraria, che per questo studioso, è bene ricordarlo, più che un discorso sull’esistente a partire dai testi, era semplicemente un sinonimo di indagine filologica e stilistica1. Il termine “crisi” – ben prima che venisse investito, in anni recentissimi, di significati più strettamente economici o finanz-capitalistici – funzionava già da passepartout per definire una situazione di irreversibile atrofia del discorso critico: gli intellettuali non avevano più una funzione civile, erano privi di pubblico e di destinatario; l’interrogazione del mondo attraverso i testi aveva subito contraccolpi laceranti; il dibattito languiva, anche a causa degli scontri tra interpreti e analisti, impegnati e tecnici, insomma, tra chi intendeva la letteratura come occasione di intervento sociale o politico e chi la intendeva come corpo autonomo di regole, meccanismi, strutture, come scrigno di una qualche essenza irriducibile.

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4 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Rimarrebbe pur sempre Spartaco

Spartacodi Antonio Tricomi

Quella scattata da Guido Mazzoni con I destini generali (Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 115, € 14,00) è una fotografia della nostra epoca, e in special modo della società occidentale, autenticamente spietata perché intellettualmente onesta. Il merito principale del saggista lo potremmo infatti riassumere così: ricavare tale impietosa diagnosi in primo luogo dalla propria esperienza di scacco non già conoscitivo, ma etico-politico o, in altri termini, dalla consapevolezza di non essere legittimato a considerarsi in una qualche misura estraneo alla bancarotta della civiltà che caratterizza il presente solo perché almeno in parte formatosi sui principi – da tempo decaduti – della tradizione umanistica. Mazzoni muove cioè da un’addolorata ammissione di fisiologica correità emotiva – e, per paradosso non proprio estremo, anche culturale – con le mitologie perlopiù regressive che dominano l’età contemporanea. A parer suo, quel letterato, quel filosofo, quello storico che, in nome dell’ormai solo presunta eterodossia della propria educazione, immagini di potersi porre al di sopra o semplicemente al di fuori dell’oggi, e di riuscire a decifrarlo e magari a contrastarne le peggiori retoriche impiegando saperi o richiamandosi a valori che si ostina a credere strutturalmente irriducibili a quelli egemoni, finisce infatti col prodursi in uno sterile, tutt’al più moralistico esercizio di falsa coscienza, che gli vieta di misurarsi con un reale il cui ordito non si lascia più né cogliere criticamente, né lacerare in chiave utopistica da interpretazioni di tal genere.

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30 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Appena fuori. Diario cinematografico

Diario cinematograficodi Antonio Tricomi

 Nanni Moretti, Mia madre (25 aprile 2015)

Chi lo ha lungamente amato molto, e in nome di ciò ha scelto di perdonargli tanti eccessi ed errori, non si meritava da lui tutto questo: oltre vent’anni di niente. Perché, dopo Caro diario, Moretti ha cessato letteralmente di esistere, tanto come cineasta quanto come intellettuale, riservandosi tuttavia di offrirci periodicamente, cioè con ogni opera successiva, un’ulteriore segnale di questa sua fragorosa inesistenza cinematografica e culturale. Chi magari pensava che con Habemus papam egli avesse raggiunto l’apice di tale inutilità, è forse bene non veda Mia madre e conservi in sé questa sua generosa illusione. Perché qui il nostro si spinge addirittura oltre la retorica: arriva al più gretto, ipocrita, patologico sentimentalismo a buon mercato; conquista l’estremo, assolutorio, nazionalpopolare patetismo conciliante. E peraltro non esita a farlo – perché anche nel giocare al ribasso si rivela comunque l’autocompiaciuto snob di sempre – svendendo alle ragioni della più stucchevole oleografia il pur irritante punto di forza che un tempo, piacesse oppure no, ne caratterizzava proficuamente la riflessione sulla società in special modo italiana: l’intrinseco, e inevitabilmente classista, complesso di superiorità su un’anonima plebe considerata di per sé belluina o, nella migliore delle ipotesi, indecente. Pregiudizio innato che gli deriva dall’appartenenza a un’alta o ripulita borghesia per di più particolare, quella romana, dalle posticce maniere spesso raffinate solo perché in verità nichilista, preoccupata in genere di apparire moralmente ineccepibile solo perché al fondo papalina. Così, in questa sua ultima inconsistente fatica, Moretti beatifica la madre, celebrandone la morte gloriosa, quasi a dirci: stupite per l’eccezionale santità di una donna a tal punto straordinaria da aver generato quell’inimitabile individuo che son io, il più sensibile, intelligente e garbato di tutti.

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6 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Dell’Europa secondo Houellebecq

houellebecqdi Antonio Tricomi

Chi ha interpretato Sottomissione (Milano, Bompiani, 2015) come un greve romanzo provocatoriamente islamofobo, o addirittura alla stregua di un qualunquistico pamphlet anti-islamico, ha in larga misura letto un libro che poco ha da spartire con quello effettivamente licenziato da Michel Houellebecq e contraddistinto da ben altri, reali difetti. Esploriamo subito il primo: il testo non brilla né per levigatezza formale né per scrupolosa abilità nella costruzione di un pur volutamente minimale intreccio, rivelandosi in tal modo esangue, e anzi trasandato, sotto l’aspetto stilistico; noioso, ripetitivo e quindi, per paradosso estremo, prolisso dal punto di vista squisitamente narrativo; incapace, perciò, di strutturarsi su un’autentica complessità concettuale e di esprimerla. Si potrà magari obiettare che un simile impianto complessivo è scientemente elaborato da Houellebecq perché, rispecchiandola, dia conto della normale mediocrità dell’io narrante, e che allora esso non rappresenta il limite principale di Sottomissione, bensì l’orma stessa e il significato ultimo del suo equivoco messaggio. In parte, le cose stanno esattamente così, ma l’impressione è che tale sforzo di adeguamento sia della macchina narrativa sia dell’ispirazione letteraria all’intrinsecamente comica banalità esemplare del protagonista del romanzo abbia finito col prendere la mano all’autore, spingendolo sulla cattiva strada di una semplificazione delle istanze psicologiche e delle valutazioni socioculturali troppo marcata finanche per chi voglia raccontare, con ormai sfinito e non più polemico piglio grottesco, una storia di ordinario conformismo individuale e collettivo, come pure pronosticare, con vena solo nichilisticamente umoristica, un futuro di altrettanto convenzionale e opportunistico allineamento dei soggetti e delle masse a inviolabili stili di vita nei quali nessuno saprà riconoscere il tramonto stesso della civiltà.

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7 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Don Chisciotte a zonzo in Occidente

di Antonio Tricomi

L'altro occidenteDifficile dar torto a Rino Genovese: non da oggi, l’inguaribile «sindrome italiana» si materializza, per il Belpaese, nell’ormai cronica acquisizione forzosa di un’«identità senza volto, irriconoscibile, quella di un serpente sempre pronto a mutare pelle, che diventa qualcuno solo nel breve momento di questo suo mutare, e prima e dopo non è più nessuno». E allora, proprio perché l’Italia invariabilmente si rivela il medesimo teatrino dell’assurdo – ingannevoli retoriche di rinnovamento che si candidano, perlopiù con successo, a celare, ovviamente introiettandola, un’endemica convivenza di vuoti identitari a propria volta inderogabilmente camuffati da pieni culturali – il filosofo napoletano ha puto raccogliere in un unico volume fresco di stampa, L’altro Occidente. Dall’Avana a Buenos Aires (manifestolibri, Roma 2014, pp. 239, € 23,00), due suoi lavori di circa vent’anni fa con la legittima ambizione di regalarci non tanto una mera genealogia, quanto un’addolorata istantanea del nostro angoscioso presente.

Cuba, falso diario, apparso da Bollati Boringhieri nel 1993, e Tango italiano, intenzionalmente falsificato, più che fasullo, diario di un viaggio in Argentina pubblicato dallo stesso editore quattro anni più tardi, si proponevano infatti come sinceri, benché inautentici, autoritratti intellettuali certamente preoccupati di sondare – impiegando categorie critiche ereditate dalla Scuola di Francoforte, nonché a ridosso della fine del comunismo sovietico – sopravvivenze e fallimenti del progetto civile tracciato dalla modernità. Soprattutto, quei testi strutturalmente ibridi, cioè scaturiti dal felice abbraccio tra ricognizione teorica e moduli narrativi, ambivano però, entro siffatta cornice storica e sociale, a studiare in tralice, provando a ripensarlo da lontano, un “caso italiano” capace, forse non proprio all’improvviso, di mutarsi in cartina di tornasole di una complessiva crisi dell’Occidente già segnata dalla tendenziale legittimazione pubblica di una impasse dei Lumi supposta inevitabile. In altri termini, l’Italia appariva due decenni fa a Genovese ciò che oggi a maggior ragione gli sembra: lo specchio deformato, e quindi l’immagine iper-realistica, di un tuttavia non fisiologico declino occidentale. Di qui sia l’attualità di Cuba, falso diario e di Tango italiano, sia il desiderio dell’autore di tornare a offrirli al pubblico perché i lettori possano riconsiderare la niente affatto implicita proposta utopica in essi contenuta.

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