13 Luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

Continua a leggere →

3 Giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

L’idea di socialismo rivisitata

L’idea di socialismodi Rino Genovese

È vero: il socialismo storico è rimasto in sostanza economicistico: questa una delle tesi condivisibili espresse da Axel Honneth nel suo L’idea di socialismo (di cui si veda qua sotto la recensione di Marco Solinas). Ma ciò dipende, come vuole Honneth, dal suo non avere avuto consapevolezza della differenziazione funzionale della società (segnalo ai non esperti che il riferimento è alla teoria sociologica circa gli ambiti differenziati in cui si svolge la vita sociale moderna: secondo cui, per esempio, la sfera del diritto non è la stessa della politica, e quella amorosa è diversa sia dall’una sia dall’altra), o non piuttosto dal fattore esattamente opposto: di avere dovuto affrontare, ai suoi inizi, la questione della miseria delle condizioni di lavoro del proletariato industriale dell’epoca, dell’intrusione pervasiva della sfera della produzione di merci in ogni settore della vita sociale, il tutto nel senso di un processo di segno contrario alla presunta differenziazione dispiegata delle funzioni sociali? È sulla base di questa de-differenziazione a partire dal prepotere dell’economia – qualcosa che si combina maledettamente bene con il compromesso e la commistione con le tradizioni culturali più retrive: si pensi al connubio storico realizzato dal capitalismo, in particolare sul continente americano,  con il modo di produzione schiavistico – che si misura lo sforzo del socialismo trascorso di proporre una de-differenziazione alternativa che, per forza di cose, non poteva non svolgersi sul terreno imposto dalle forze dominanti. Ne sono però scaturite grandi conquiste, che nel corso del tempo hanno contribuito a dissolvere i termini stessi della “questione sociale” di matrice ottocentesca. Si pensi all’invenzione dello Stato sociale – inizialmente bismarckiana, nata in chiave antisocialista, ma nelle sue successive realizzazioni socialdemocratiche ciò che ha tolto dalla tirannia del bisogno e dell’incertezza riguardo alla propria vita milioni di lavoratori. Da un punto di vista teorico generale, tuttavia, nient’altro che una forma di de-differenziazione in chiave politica della sfera economica liberale: un esempio di che cosa voglia dire, pur prendendo le mosse da un economicismo di fondo, arrivare a incidere nella politica “borghese” e statale.

Continua a leggere →

23 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sull’idea di socialismo di Axel Honneth

axel honnerthdi Marco Solinas

Bisognerebbe pur ricominciare a sperare in un’alternativa al capitalismo contemporaneo,  reincanalando e riattivando politicamente il sordo malessere e la cieca indignazione che attraversano la società occidentale, passando dalla disperazione alla lotta: una speranza che ancora una volta dev’essere chiamata socialista. È l’obiettivo di fondo che si prefigge l’ultimo, coraggioso lavoro del filosofo tedesco Axel Honneth, intitolato appunto L’idea di socialismo (Milano, Feltrinelli, 2016). Certo, la fisionomia del socialismo proposta in questo libro è talmente differente da quella tradizionale che i suoi padri fondatori – da Proudhon a Marx – avrebbero non poche difficoltà a riconoscere in Honneth un loro discendente diretto. E tuttavia risiede proprio in questa radicalità la forza del nuovo progetto.

Si tratta di una costruzione dal carattere eminentemente teoretico, storicamente fluttuante sulle vicende del secolo scorso. L’autore intende delineare e superare diversi elementi cruciali del framework socialista tradizionale. La critica degli errori e delle tare del vecchio paradigma socialista e marxista risulta non soltanto puntuale e incisiva, ma anche particolarmente feconda.  La sua metodologia costituisce però la debolezza del lavoro: astraendo dalla storia politica del socialismo, Honneth incorre nel rischio di fraintendere alcuni degli snodi correlati a quei molteplici processi in cui l’idea, o meglio le differenti idee, di socialismo sono state interpretate da autori e movimenti politici in luoghi e momenti storici peculiari. Una deriva beffarda per l’autore di Il diritto della libertà, anch’esso recentemente tradotto in italiano (Torino, Codice, 2015): qui infatti veniva adottato un metodo analitico di tipo storico-ricostruttivo, il cui taglio rigorosamente immanente ha indotto perfino alcuni interpreti a criticare Honneth per essere slittato inavvertitamente nel flusso della destra hegeliana, perdendo l’afflato emancipatorio che ha innervato da sempre la teoria critica. Se L’idea di socialismo rappresenta una risposta nettissima a queste critiche – poiché in esso è delineato un ideale positivo, quasi utopico, a cui poter ancorare la teoria in modo propositivo –, la divaricazione metodologica tra i due testi trova tuttavia un punto di riequilibrio nella centralità attribuita al concetto di libertà sociale.

Continua a leggere →

1 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Socialismo o astrazione?

socialismodi Mario Pezzella

1. Come rileggere Marx dopo la crisi economica del nostro presente e la rivoluzione passiva, che ha ricodificato in forma neoliberista le istanze di emancipazione degli anni sessanta del Novecento? Questa è la domanda di partenza di Finelli (Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel, Milano, Jaca Book, 2014) che, di contro ai più tradizionali marxismi della contraddizione e dell’alienazione, pone al centro dell’opera di Marx un crescente e totalitario affermarsi dell’astrazione in ogni piega del reale. Il marxismo della contraddizione si muoveva secondo lo schema dialettico del rovesciamento e della negazione della negazione:esso sottolineava soprattutto il contrasto tra forze produttive e rapporti di produzione, che conduce di necessità al superamento dell’ordine capitalistico e al comunismo. Entro lo stesso capitale si sviluppano capacità tecniche, scientifiche, intellettive, che sono già oggettivamente generiche e comuni e dunque incompatibili con l’appropriazione privata della ricchezza.

È la stessa forza-lavoro a essere il motore necessario del rovesciamento, secondo uno schema evolutivo che ha trovato una delle sue più compiute espressioni in Storia e coscienza di classe di Lukács. Nel corso dello sviluppo del capitale, la forza-lavoro perde, è vero, i suoi caratteri qualitativi, concreti, differenzianti; ma proprio per questo – superando ogni limite individualistico – può risolversi in soggetto universale-collettivo all’altezza dei mezzi di produzione creati dal capitale stesso. A questo processo di rovesciamento e contraddizione risolutiva, si affianca – soprattutto nel primo Marx – l’idea dell’uomo come genere comune, comunità originaria, che il capitale ha dissolto con l’incremento della divisione del lavoro. Tuttavia, proprio questa origine alienata può essere recuperata e liberata, nella forza lavoro compiutamente astratta, all’ultimo grado di sviluppo del capitale: «La sua potenza universale e fabbrile, per quanto negata attraverso la divisione del lavoro, non può comunque, per il suo carattere consustanziale all’umano, essere annichilita» (p. 73); tanto che solo oggi «l’immanenza dell’universale in ogni esistenza umana individuale» diviene del tutto esplicita; con la creazione del mercato mondiale e l’affermazione della tecnica «si è infine imposta una universalità dell’umano che si è sottratta ad ogni fissità e limite propri invece della dimensione naturale» (p. 74). Per questo marxismo, l’essere astratto della forza-lavoro può realizzare positivamente la sua antica potenza generica e universale: potenza che attende solo di essere disalienata, quasi per effetto automatico, in seguito alle contraddizioni che minano dall’interno lo sviluppo del capitale. Per Finelli, invece, l’idea di un genere umano e comune originario – e di una potenzialità emancipativa già implicita e compressa nella forza-lavoro asservita al capitale – è solo una figura mitica o un’immagine di sogno.

Continua a leggere →