12 Ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

Saviano, la Colombia non è Casal di Principe

Farcdi Aldo Garzia

Con la consueta verve polemica, Roberto Saviano prende a pugni il recente accordo di pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc, peraltro affossato dai colombiani con solo il 37% di partecipanti al voto e la maggioranza di “no” allo specifico referendum. Invece che indagare su questo risultato a sorpresa, lo scrittore (sulla Repubblica dell’8 ottobre) dice la sua sulle Farc (hanno fatto finta di fare una guerriglia comunista, in verità erano solo narcotrafficanti), sul perché la trattativa sia stata condotta a Cuba (l’Avana sarebbe la capitale occulta del commercio di droga verso gli Stati Uniti), sulla politica di Washington che avrebbe stretto d’assedio – soprattutto dalla presidenza di Bush junior in poi – il traffico di stupefacenti. Il sostegno di Saviano alla possibile pace è di conseguenza a dir poco molto tiepido.

L’avvio dello scontro armato in Colombia è datato 1948, dopo l’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, candidato progressista alla presidenza. È in quel passaggio che le Farc muovono i primi passi. In tutti questi decenni non è stato possibile sconfiggere la guerriglia, nonostante le stragi e la terribile repressione. Chiedersi come mai sarebbe utile: forse qualche consenso lo aveva. L’autore di Gomorra dimentica un altro passaggio clou. Alla fine degli anni novanta l’Unión Patriótica tentò la soluzione politica del conflitto: i suoi esponenti furono eliminati fisicamente (Bernardo Jaramillo, candidato alla presidenza, fu ucciso nell’aeroporto di Bogotà). L’ex presidente Alvaro Uribe, attualmente capofila del “no” alla pace e probabile vincitore delle prossime elezioni, si caratterizzò per la spietata repressione e per la chiusura di ogni spiraglio di negoziato.

Continua a leggere →

5 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

L’Onu e la questione israeliana

questione israelianadi Vincenzo Accattatis

Nel «Giorno della memoria» e nei giorni successivi molti hanno lamentato che si possa scadere nella cerimonia rituale. Da decenni si discute di non far scadere la memoria della Shoah – fatto tragico che riguarda tutta l’umanità e l’Occidente in particolare – in cerimonia rituale, ripetitiva. Non lo diviene se si affrontano i problemi attuali con la consapevolezza dell’oggi.

E dell’oggi è componente il dramma che vivono israeliani e palestinesi (anche questa è tragedia che riguarda tutto l’Occidente e l’Europa in particolare), di cui si è trattato con grande competenza sul «Ponte» (La questione israeliana, nn. 11-12, novembre-dicembre 2015). Prima di tutto, occorre recuperare la dimensione storica e porre ognuno di fronte alla proprie responsabilità, e dire pane al pane, vino al vino, trascendenza alla trascendenza, immanenza all’immanenza: nel discorso sono profondamente coinvolti Dio, l’etica, il diritto, il concetto di giustizia, il rispetto del diritto internazionale, il rispetto dei diritti dell’uomo, il rispetto del valore della persona. Israele non può sottrarsi al rispetto del diritto internazionale e non può (non deve) essere impegnata a screditare il diritto internazionale e l’Onu.

Continua a leggere →