L’Onu e la questione israeliana

questione israelianadi Vincenzo Accattatis

Nel «Giorno della memoria» e nei giorni successivi molti hanno lamentato che si possa scadere nella cerimonia rituale. Da decenni si discute di non far scadere la memoria della Shoah – fatto tragico che riguarda tutta l’umanità e l’Occidente in particolare – in cerimonia rituale, ripetitiva. Non lo diviene se si affrontano i problemi attuali con la consapevolezza dell’oggi.

E dell’oggi è componente il dramma che vivono israeliani e palestinesi (anche questa è tragedia che riguarda tutto l’Occidente e l’Europa in particolare), di cui si è trattato con grande competenza sul «Ponte» (La questione israeliana, nn. 11-12, novembre-dicembre 2015). Prima di tutto, occorre recuperare la dimensione storica e porre ognuno di fronte alla proprie responsabilità, e dire pane al pane, vino al vino, trascendenza alla trascendenza, immanenza all’immanenza: nel discorso sono profondamente coinvolti Dio, l’etica, il diritto, il concetto di giustizia, il rispetto del diritto internazionale, il rispetto dei diritti dell’uomo, il rispetto del valore della persona. Israele non può sottrarsi al rispetto del diritto internazionale e non può (non deve) essere impegnata a screditare il diritto internazionale e l’Onu.

Il primo imperativo, morale: affrontare, analizzare i fatti in modo onesto. Esamino quindi un recente episodio, a mio avviso molto grave.

Dopo la critica di Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, al governo israeliano perché tollera o incoraggia le occupazioni del territorio assegnato ai palestinesi dagli accordi e dalla normativa internazionale, Benyamin Netanyahu l’ha accusato di dare un tailwind to terror, «un contributo al terrorismo» (Peter Beaumont, Ban Ki-moon calls Israeli settlement expansion an “affront” to the world, «The Guardian», 26.01.2016). Netanyahu: The UN has long lost its neutrality and moral power … Dove si fermerà Netanyahu?

Quindi, siamo arrivati al punto che il governo israeliano scredita l’Onu, impegnato a far rispettare gli accordi e la normativa internazionale. La Palestinian frustration, ha detto Ban Ki-moon, «va crescendo sotto il peso di cinquant’anni di occupazione e di paralisi del processo di pace». Ban Ki-moon ha chiamato il settlement building un «affronto al popolo palestinese e alla comunità internazionale». Ed è proprio cosí. È proprio un affronto. L’Unione europea, già ai ferri corti con Netanyahu, è chiamata a prendere posizione.

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