4 Febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle

Movimento cinque stelledi Mario Monforte

Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata. Ma Renzi, con i suoi, non è stolido a tal punto: mira (e mirano) a restare in sella nonostante i disastri, con esito elettorale su cui contrattare per il governo.

Il fronte del centrodestra invoca la necessità della propria unità, sempre con il feticcio del 40%, ma è spaccato, su linee profondamente diverse: Berlusconi, con il “grosso” di Forza Italia, disponibile, nonostante le dichiarazioni pre-elettorali, a un rinnovato governo da Grosse Koalition, magari non con Renzi, e perciò tende a procrastinare le elezioni, per avere un Pd piú ridotto e un Renzi piú screditato (oltre ad attendere una sentenza liberatoria per la sua candidatura dalla Corte europea); Salvini, con la Meloni, e anche qualcuno di Forza Italia, è contro ogni accordo con il Pd e piú affine a quanto si muove in Francia (il Front National della Le Pen) e altrove (Germania, Austria, Olanda, la Gran Bretagna con la Brexit e seguenti, per non dire del successo di Trump negli Usa), e perciò richiede elezioni subito, per utilizzare l’ondata anti-Renzi & Pd e le spinte che vengono dall’estero.

Continua a leggere →

2 Febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

Continua a leggere →

1 Settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora sull’Europa

brexitdi Rino Genovese

Marcello Rossi, nella sua risposta del 23 agosto su questo sito, m’invita a “fare le pulci” all’articolo Fuori dall’Europa, apparso con la firma Il Ponte, sul numero di luglio della rivista cartacea. È quanto mi accingo a fare, non senza avere prima confermato al nostro direttore stima e affetto, accogliendo la proposta di un ritorno alla sua direzione unica. Del resto Il Ponte è una proprietà – nominale e di fatto – di Marcello: è bene che sia lui solo a prendersi la responsabilità di quanto si sostiene, e si potrà ancora sostenere in futuro, negli articoli cucinati in redazione.

Ciò che contesto in maniera radicale nel testo in questione è il trionfalismo riguardo alla cosiddetta Brexit – una valutazione errata di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna – e il compiacimento per una prospettiva (d’altronde irrealistica nell’immediato) di disgregazione dell’Unione europea. Sul primo punto, c’è da registrare oggi, con il nuovo governo conservatore di Theresa May, una completa incertezza riguardo al prossimo futuro: ci sono ministri che vorrebbero davvero una rottura con l’Europa – cioè l’uscita dal mercato unico, che implicherebbe, nell’ipotesi di un nuovo trattato, anche la libera circolazione delle persone (da notare questo, perché è proprio da un riflesso anti-immigrati che nasce in gran parte il voto favorevole all’out) – e ci sono altri ministri che invece vorrebbero dire: “Abbiamo scherzato: rifacciamo un trattato con l’Europa molto simile al precedente” (che di fatto già concedeva una certa autonomia alla Gran Bretagna, paese, ricordiamolo, mai entrato nella moneta unica).

Continua a leggere →

25 Agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

Continua a leggere →

25 Giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

Brexit, e dopo?

brexitdi Rino Genovese

Nell’immediato, un disastro (tra l’altro, lo choc britannico ha tradito le aspettative della vigilia che, dopo l’assassinio di Jo Cox, erano ormai tutte per una vittoria dell’in): quindi panico sui mercati finanziari, baraonda nelle istituzioni europee… Ma siamo sicuri che alla lunga non sia un bene che se ne sia andata la più euroscettica delle grandi nazioni europee? Diciamo la verità, la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) non ha mai creduto nel progetto di un’Europa unita. Il riflesso conservatore, sovranista, egoistico, da cui oggi nella sua maggioranza è presa, non è per nulla una novità. Perfino il Labour, nella sua componente più di sinistra, è attraversato dall’euroscetticismo. Taluni rimproverano a Corbyn di non essersi granché impegnato nella campagna a favore del remain – se non dopo la tragica fine della deputata laburista. Ma si sa, come anche in Italia o altrove, una certa sinistra d’antan rimpiange i tempi in cui si potevano realizzare politiche sociali a partire dallo Stato nazionale. Quell’epoca ormai è alle nostre spalle. Oggi tutto ci dice che solo entità statali sovranazionali potrebbero essere sufficientemente forti da realizzarle, quelle politiche, imponendo un’armonizzazione fiscale in chiave progressiva, introducendo finalmente una tassa sulle transazioni finanziare, e così via. Solo l’Europa unita su basi federali e sociali potrebbe… Ma quest’Europa, ahimè, non c’è.

Continua a leggere →