Brexit, e dopo?

brexitdi Rino Genovese

Nell’immediato, un disastro (tra l’altro, lo choc britannico ha tradito le aspettative della vigilia che, dopo l’assassinio di Jo Cox, erano ormai tutte per una vittoria dell’in): quindi panico sui mercati finanziari, baraonda nelle istituzioni europee… Ma siamo sicuri che alla lunga non sia un bene che se ne sia andata la più euroscettica delle grandi nazioni europee? Diciamo la verità, la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) non ha mai creduto nel progetto di un’Europa unita. Il riflesso conservatore, sovranista, egoistico, da cui oggi nella sua maggioranza è presa, non è per nulla una novità. Perfino il Labour, nella sua componente più di sinistra, è attraversato dall’euroscetticismo. Taluni rimproverano a Corbyn di non essersi granché impegnato nella campagna a favore del remain – se non dopo la tragica fine della deputata laburista. Ma si sa, come anche in Italia o altrove, una certa sinistra d’antan rimpiange i tempi in cui si potevano realizzare politiche sociali a partire dallo Stato nazionale. Quell’epoca ormai è alle nostre spalle. Oggi tutto ci dice che solo entità statali sovranazionali potrebbero essere sufficientemente forti da realizzarle, quelle politiche, imponendo un’armonizzazione fiscale in chiave progressiva, introducendo finalmente una tassa sulle transazioni finanziare, e così via. Solo l’Europa unita su basi federali e sociali potrebbe… Ma quest’Europa, ahimè, non c’è.

Per questo mi sembra che la scossa possa essere positiva, alla lunga. L’Europa così com’è non va, l’austerità che è stata imposta è mortale, le pulsioni nazionalistiche crescono, e si diffonde quell’avatar delle destre che sono i populismi (la cui missione principale, confondendo la distinzione destra/sinistra, è d’impedire a una sinistra che vede mancarsi il terreno sotto i piedi di rinnovarsi collegandosi alle sue radici socialiste). Dunque come uscirne se non con un rilancio, una rifondazione, del progetto europeo? Finché non si comprenderà che i grandi problemi del secolo – dalle migrazioni, figlie della questione postcoloniale, alla questione ambientale – non sono affrontabili se non su basi postnazionali, l’Europa vivacchierà nella sua attuale impotenza. O addirittura si dissolverà, senza un cambio di passo.

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