9 Luglio 2020
pubblicato da Il Ponte

Platone in soffitta

Platonedi Massimo Jasonni

La riflessione platonica è di tale vastità e ricchezza da sconsigliare superficiali approcci o semplificazioni, ma è pur vero che la sua oggettiva grandezza non impedisce, anzi suggerisce, richiami nel nome della sintesi: anche per vincere un dominio culturale, oggi, che nega alla scuola lo studio della storia e, in particolare, la memoria del divenire del pensiero occidentale.

Platone parla della politicità come connotato fondamentale dell’essere dell’uomo, non come virtù astratta. Ne dice in Repubblica e Leggi, chiarendo che si ha a che fare con un profilo concreto della vita, paragonabile a ciò che l’armonia musicale offre nei disagi dell’esistenza. Proprio per questo la dimensione della politicità è in perenne conflitto con forze ambientali ostili che tendono a far prevalere sulla socialità un’individualità, cui non a caso il filosofo assegna il nome dell’idiozia. Noi moderni, e tanto più noi postmoderni, ricorriamo molto spesso a questo termine, ma privatizzandolo e quasi denaturandolo: ovvero esautorandolo della sua innata energia semantica pubblicistica.

La dimenticanza del valore della politicità produce imbarbarimento intellettuale e perdita del senso dell’amicizia tra la gente. Ecco perché quelle origini greche della nostra civiltà sottolineano, nella statura dello statista, i requisiti fondamentali della sapienza e dell’amicizia. Platone è esplicito: sophia e philia1. Aristotele si allineerà a una siffatta impostazione etica, ma insistendo sulla phronesys: dote dell’equilibrio e della propensione al giudizio equitativo2. Nient’altro, in ultima analisi, se non specificazione e ulteriore materializzazione del binomio platonico filosofia e filia. Etica e politica vanno così a fondersi nell’uomo di Stato, che è colui che possiede coscienza del benessere della polis e ne ha cura3.

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30 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Emergenza italiana, debito tedesco: questioni di metodo

Norimbergadi Luca Baiada

Con la pandemia di Covid-19 l’Italia cerca sostegno finanziario in sede europea, ma nell’Unione le posizioni degli Stati sono diversificate. La Germania è forte, ed è ovvio che si parli del suo debito per la Seconda guerra mondiale. Le cose che si sentono, però, proprio non vanno.

Un uomo di spettacolo diffonde un video che ha subito successo. Ricorda i danni della guerra, poi: «Grazie a Dio sono italiano. Sì, saremo cialtroni, saremo anche mafiosi, come dicono i tedeschi, ma siamo empatici, siamo umani, quindi grazie, grazie di essere italiani e non tedeschi». Parole sbagliate che neppure la difficoltà del momento giustifica.

L’europarlamentare Carlo Calenda, i presidenti delle Regioni Emilia-Romagna e Liguria, più nove sindaci importanti, pubblicano a pagamento una lettera su «Frankfurter Allgemeine Zeitung». L’esordio oracolare, «con il Coronavirus la storia è tornata in occidente», è appena spiegabile con l’intento di convincere chi legge. In sostanza, nella lettera gli accordi internazionali dopo la guerra sono raccontati alla grossa. Non si distinguono i debiti prebellici, cioè assunti contrattualmente dalla Germania prima del 1939, dai debiti non contrattuali, assunti facendo danni mediante la guerra. Non si distinguono neppure i debiti verso gli Stati e quelli verso i cittadini, anche italiani (familiari di vittime di strage, e loro eredi; deportati militari e civili, e loro eredi).

Altri appelli, su questo aspetto sono deludenti.

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