2 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

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8 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nascita e morte del Moderno

carlo emilio gaddadi Massimo Jasonni

 Nel settembre del 1945 Gadda pubblica su Il Mondo[1] una recensione di Rüssel, Profilo d’un umanesimo cristiano[2], che ora, dalle macerie della carta stampata, quasi miracolosamente ricompare grazie ad Adelphi[3].

La rilettura di oggi impone massima attenzione: perché si parla del più grande letterato, con Svevo, dell’Italia del Novecento che, peraltro, si affida alla rivista di Pannunzio, che gli è assai cara[4]; quanto a Herbert Werner Rüssel, di uno storico di rara e inquieta, all’epoca, larghezza di vedute. Ma non solo: è il tema stesso, nella sua oggettività, a suggerire cura: perché si tratta, per dirla con Gadda, di Rivelazione e bonae litterae lungo la storia ascendente, ovvero – decodificando il gergo barocco dell’ingegner Fantasia – dell’incidenza del pensiero greco e della teologia cristiana sull’avventura occidentale. Per storia ascendente l’ermeneuta evidentemente intende riferirsi alla «storia della libertà» di crociana memoria.

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27 Settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Le “leggi” antisemite, la revoca della cittadinanza e Alexander Pekelis l’allievo di Calamandrei

leggi razzialidi Angelo Tonnellato

Ottant’anni fa com’è tristemente noto l’Italia a eterna vergogna sua e nostra si dotò di un corpus normativo razziale che non a torto Michele Sarfatti ha da tempo osservato che sarebbe più giusto, corretto e veritiero definire «leggi antisemite».

“Leggi” per modo di dire, certo, ma che furono tremendamente e tragicamente efficaci pur costituendo la negazione in radice dell’idea stessa della legge, della Costituzione ancora formalmente vigente, del patto che con i plebisciti risorgimentali gli italiani avevano stretto tra loro e con la monarchia e del sentimento stesso della patria. Tutto fu spazzato via con la firma di un re che, come avrebbe osservato il monarchico Benedetto Croce chiedendone l’abdicazione, aveva barattato il suo titolo, legittimato dal moto risorgimentale, con la banda che con la sua compiacenza si era impadronita dello Stato.

Se le patrie muoiono, e possono ben morire essendo creazioni storiche e non certo divine istituzioni, la patria italiana morì non l’8 settembre 1943, quando anzi venne fatta rinascere con il forcipe del ferro e del fuoco della guerra civile e di liberazione, ma in quelle disonorevoli settimane autunnali del 1938, durante le quali il fascismo e il suo “palo” – il reuccio merovingio – attivarono la fabbrica degli orrori razziali.

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23 Febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

«Eros e Priapo» di Gadda: edizione critica di un inedito?

Carlo Emilio Gaddadi Neil Novello

La prima questione posta da Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda, nell’edizione critica curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti per Adelphi (2016), introduce a un paradosso identitario. Venirne a capo significa interrogarsi sullo statuto letterario dell’opera. Già pubblicata (massacrata) da Garzanti nel 1967, ora è ripubblicata, in «versione originale», nella collana Biblioteca dell’edizione adelphiana. Essa rincammina sul manoscritto originale per abolire infine il testo garzantiano “terremotato” da un editor di eccezione, Enzo Siciliano, con la complicità «coatta» dello stesso autore. Se poi si considera che Eros e Priapo, scritto nel biennio 1944-45 da un autore regolarmente in possesso – almeno fino al 1941 – della «tessera del PNF», più che un «pamphlet antimussoliniano» è da considerarsi un «trattato di psicopatologia delle masse valido in ogni epoca e per ogni forma di totalitarismo», il paradosso muta in gnommero.

Il pasticciaccio del libro inizia con la fuga di Gadda da Firenze (agosto 1944), sotto l’occupazione tedesca, e l’approdo a Roma liberata, nel cui effervescente clima culturale è progettato Eros e la banda: un reportage «sulle latenze erotiche responsabili del ventennio». Ma Eros e la banda, promesso alle Nuove Edizioni Italiane di Enrico Falqui, non è la sola opera in lavorazione. Un’altra, I miti del somaro, è la versione «disciplinata» e in tre capitoli di Eros: è già pronta ed è rifiutata da «La Nuova Europa». Al 1° settembre 1945, ritornato Gadda a Firenze, va invece ascritto Teatro patriottico anno XX pubblicato dal «Mondo» a nom de plume Aligi Ca’ da l’Ormo, probabile frammento di un inedito, Le Marie Luise e la eziologia del loro patriottaggio verbale. A questo, va aggiunto, a completamento del ginepraio Eros e Priapo, un altro inedito, Le genti. Sono i lacerti ur–priapeschi confluiti nell’Appendice II, La «galassia» di «Eros e Priapo» dell’edizione critica.

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