Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

La saggia misura costituzionale di un Parlamento ampio e bicamerale previene colpi di testa e di mano, e anzi, forse non è neppure abbastanza prudente. Per aprire la strada a Berlusconi, dopo le bombe ai magistrati e nelle piazze, c’è un referendum bovino che liquida il sistema proporzionale; chiusa quella stagione, una votazione asinina imbriglia la Costituzione più propositiva del mondo (articolo 3, «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…»), privandola di mezzi. Eppure, Calamandrei nel 1955 lo disse bene: le carte costituzionali di solito sono polemiche col passato, la nostra è polemica col presente: vuole cambiarlo. Col pareggio di bilancio si tolgono gli strumenti per farlo, fingendo di chiudere il tempo della brigata spendereccia.

Nella Costituzione il sistema elettorale proporzionale non c’è: da questa falla, nei contraccolpi della caduta del blocco socialista, passa il sabotaggio del sistema democratico. Col referendum del 1993, appunto, si cade nella trappola: il sistema maggioritario rende talmente sovrarappresentati Berlusconi e i suoi alleati, compresi i fascisti, da permettere un governo banditesco, subito sostituito da compromessi appena più presentabili, ma ligi alle stesse esigenze e sostenuti da una sinistra che si crede furba.

Il proporzionale non c’è, nella Carta, ma i parlamentari sono parecchi per permettere una larga rappresentanza. Anche piccoli gruppi, espressione di convinzioni minoritarie o esigenze territoriali, possono aver voce. Il loro peso nelle votazioni è trascurabile, il loro punto di vista si ascolta come un ronzio nelle consultazioni per la formazione del governo, ma la democrazia si alimenta anche di opinioni marginali, questioni sul confine dell’indicibile, proteste e ripicche, persino fanatismi. Lasciato scorrere, il fiume delle inquietudini si dilata e si scioglie; chiuso in canali, si riempie d’acque velenose e prende forza senza disperderle.

In Parlamento i gruppi ampi hanno la forza del numero, ma anche formazioni ridottissime possono fare gioco, se pochi caparbi insistono e trovano sponda nella comunicazione. Battaglie d’avanguardia possono ricevere contributi importanti: la questione ambientalista, quella sessuale, le autonomie locali, sono state valorizzate da formazioni sparute, in momenti in cui relazioni pericolose invischiavano i partiti convinti di essere grandi, mentre erano solo grossi.

Con meno parlamentari i gruppi si riducono di spessore, non necessariamente di numero, ma certamente i capigruppo esercitano più controllo. Già adesso il protagonismo è vistoso, sorretto da chi nel giornalismo trova comodo raccogliere solo la battuta del capogruppo chiacchierino. La vecchia abitudine democristiana di sottovalutare gli eletti in provincia, magari non allineati alla segreteria, con la riduzione del numero si può rafforzare.

Le apparenze ingannano: una formazione che, fra 945 parlamentari, ne ha abbastanza per un tresette, sembra insignificante ma è stata votata da almeno cinquantamila persone. Cioè, riducendo il numero, è come se una città di media grandezza perdesse il diritto di voto, o fosse costretta a votare per un programma che non vuole. Questo tipo di elezione di scarto, che va per esclusione e produce esclusi, stride con gli articoli 56 e 58 della Carta: il suffragio è universale e diretto, mentre se si è costretti a votare per i votati dagli altri, diventa sostanzialmente indiretto. C’è da chiedersi se questa modifica sia una revisione contraria alla forma repubblicana, quindi vietata dall’articolo 139. Si sa che quel divieto non impedisce solo il ritorno della monarchia.

Il numero influisce sulla struttura censitaria del voto. Più sono gli eletti, più si estende la rappresentanza. Con la riduzione gli abbienti influenzano meglio la politica, grazie al linguaggio che parlano con più disinvoltura: il denaro. La Commissione d’inchiesta sulla P2 nota nel Piano di rinascita democratica, «calata in una prospettiva genericamente tecnocratica, l’immagine chiusa e non priva di grigiore di una società dove si lavora molto e si discute poco. […] La logica del controllo contrapposta a quella del governo balza qui in evidenza con tutta la cinica conseguenzialità di una visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei cittadini, politicamente intesa»2.

Si compromette l’attività d’inchiesta: si provi a immaginare commissioni, proprio come quella sulla P2, o sul caso Moro, senza la partecipazione dei partiti piccoli o delle correnti minoritarie: probabilmente avrebbero prodotto solo relazioni aggiustate.

Si favorisce, ed è fra i rischi peggiori, l’avventurismo di ulteriori riforme istituzionali; ridurre il numero senza elevare il quorum per le modifiche della Carta, di fatto è come abbassarlo, perché il potere dei gruppi organizzati si addensa, si concentra in misura più che proporzionale alla loro controllabilità.

Sono in gioco la separazione dei poteri e l’equilibrio nei loro rapporti. Un Parlamento efficientista viene disabituato alle scelte che presuppongono il confronto di opinioni ad armi pari, quindi è naturalmente portato allo sfavore verso un potere diffuso come la magistratura. Camere a ranghi ridotti fanno quadrato meglio, contro le indagini scomode sui loro membri.

Dà fastidio l’assenza di vincolo di mandato: l’idea che un eletto stia lì per prendere decisioni, senza essere un pupazzo, sembra un ingombro nel nome dello spirito popolare. Ma un numero significativo di parlamentari permette discussioni più ricche, confronti, sfumature. Se comanda lo spirito del popolo, inteso non si sa da quale sciamano, bastano poche bocche per riferirlo, e s’intende che devono parlare a tono e pensare poco. Si comincia con gli sciamani, si prosegue con gli apprendisti stregoni, si finisce con spettri che non tornano nell’alambicco.

I paragoni con i sistemi in uso all’estero si possono fare e rifare all’infinito. Sono sempre disomogenei, specie quando si limitano a tenere conto da un lato della popolazione con cittadinanza, dall’altro del numero degli eletti. Per raffronti seri bisogna considerare gli effettivi votanti, non gli aventi diritto, e molti fattori: la distribuzione del potere fra strutture locali e parlamento nazionale, il peso effettivo di ciascun eletto, l’efficacia della funzione rappresentativa e legislativa. Comunque sono paragoni che irrigidiscono la questione su dati freddi.

Livellare la storia significa cancellarla: questo è il paese della pizza, del pizzo e del pizzino, qui si parla la lingua che ha dato al mondo mafia e fascismo. Qui rappresentanza e cittadinanza devono essere curate come si prevengono le infezioni sulle navi e il contagio negli ospedali. Una novità fu il fascismo, straordinario doveva essere l’impianto della partecipazione nell’Italia democratica. Il fascismo aveva piegato lo Statuto Albertino alla dittatura, dentro un addestramento del costume nazionale. Ed ecco che Statuto, dittatura e costumi dovevano essere spazzati via con la Costituzione. L’esercizio del voto è dovere civico, sta ancora scritto nell’articolo 48, e fino agli anni Novanta era prevista per i riottosi una nota sul certificato di buona condotta: «Non ha votato». Certo, la partecipazione popolare non si tira, le sanzioni non servono e se ci fossero, a questo punto, colpirebbero una folla. Ma la storia non la fanno il destino e gli oroscopi, e credere che dipenda dagli –ismi non è più solido che avere fiducia nelle macchinette da scommesse che hanno invaso bar e tabaccherie.

La partecipazione popolare, se non si tira, si può spingere, e si è fatto di tutto contro. C’è chi frequenta proposte come il sorteggio dei parlamentari, o consultazioni permanenti con tecnologie non verificabili. Al fondo, resta la questione dell’amore per gli altri e per sé. Nessuna tecnica di selezione del personale politico funziona, se i cittadini non sentono come propria la vita collettiva, se per le funzioni parlamentari non scelgono con cura persone conosciute, incontrabili nel quartiere o sul posto di lavoro. Magari, che si possono aspettare sotto casa, giusto per fare due chiacchiere. Non c’è nessuna democrazia se i lavoratori non si organizzano sul territorio dove vivono, mangiano, respirano. La storia di Taranto, con la sua falsa scelta fra disoccupazione e malattia, ribadisce cosa giova al padrone e avvelena la sua folla. Eppure, la stessa Costituzione dichiara la Repubblica fondata sul lavoro e dice che «tutela il paesaggio». Nel 1948 ci fecero una vignetta: un bimbo che orina all’aria aperta. Ma su questa norma, giuristi coraggiosi costruirono i primi contrasti alla devastazione ambientale, mezzo secolo prima che l’ecocidio fosse evidente.

La motivazione economica della riduzione non convince. Si è provato a fare il conto: con la riduzione da 945 a 600, ogni italiano risparmia una tazzina di caffè all’anno. Sono calcoli opinabili, le Camere spendono per le strutture, che sono burocratiche logistiche amministrative comunicative culinarie eccetera. Sono gli apparati che hanno invaso Roma occupando palazzo dopo palazzo, piazza dopo piazza, scavando sottoterra per collegare antichi edifici, ristrutturati con gusto dubbio. Si può star certi che, con una riduzione del numero, i pochi fortunati non vedrebbero l’ora di ridurre quei metri cubi di lusso pagato dagli altri, rinunciando a stare più larghi. Il menù del ristorante diventerebbe sicuramente frugale. Quando si è in pochi, quel che conta è la compagnia.

La questione è di fondo, non di spesa. Il pregiudizio per cui la democrazia è un lusso imperversa, e non solo in Italia. È falso: le dittature sono più costose. Le dichiarazioni di guerra al liberalismo sono bravate che piacciono a molte correnti politiche perché danno voce alla voglia di padrone. Una voglia che vide la prima uscita fisica a Roma nel 1994, per la vittoria di Berlusconi, quando i suoi elettori festeggiarono in strada con gli schiamazzi l’arrivo del nuovo Priapo. Ma il Priapo originale, il Cuce, almeno ebbe un Carlo Emilio Gadda a lisciarlo con la carta vetrata.

Resta il problema di come costruire un ceto politico rappresentativo, e qui il discorso di Calamandrei agli studenti, «la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando comincia a mancare», riguarda anche la rappresentanza e la partecipazione. Il punto è, che la mancanza dell’aria è insopportabile, quella della partecipazione la presentano come un’ovvietà, un portato normale della vita moderna, mentre è frutto e contorno di un cambiamento brutale dei rapporti di forza nella società, nei posti di lavoro, nelle amministrazioni, negli spazi di cultura.

Il firmatario della prima proposta per l’attuale modifica, Gaetano Quagliariello, nel 2018 ha esordito al Senato citando Cesare Balbo e mettendo in secondo piano la legge elettorale, secondo lui sopravvalutata, per proporre grandi cose. Un assaggio: «Appare ora inevitabile la presa di consapevolezza che sia necessaria una riforma più ampia che investa il Parlamento e soprattutto la forma di governo e soltanto a valle, e in modo coerente, la legge elettorale». Chiaro: meno rappresentanza, meno contrappesi, più dirigismo. Ma tenendo sottobanco la legge elettorale si rischia un voto con le carte truccate, per eleggere un Parlamento mutilato, con gli esiti di un gioco baro.

Quanto a Cesare Balbo, il suo Sommario della storia d’Italia, prima edizione 1846, è da rivalutare. Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti: «Anche a me la Storia di Balbo parmi il più bello ed utile lavoro sull’Italia di quanti se ne son fatti»3. Balbo, sulla Roma antica repubblicana: «Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le generazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire»4. Traduzione nel 2019: ricevuta in eredità la Costituzione, a chi viene dopo bisogna consegnarla attuata, non svuotata. Altro che Quagliariello.

Nel 1947 i collegamenti con Roma erano affidati a ferrovie, torpedoni malmessi, strade antiquate e un piccolo aeroporto nato per i dirigibili (quello moderno è stato fatto molti anni dopo). Dalla seconda metà del Novecento l’attività legislativa si è intensificata e in certi periodi è stata frenetica; la democrazia vuole più attenzione popolare e più intensità del lavoro politico. I nuovi mezzi di trasporto e comunicazione permettono Camere con più rappresentanti.

Fra il 1947 e oggi la popolazione è aumentata di oltre quattordici milioni, cioè quasi di un terzo; adesso 945 rappresentanti sono pochi, non troppi: il rapporto eletto/popolazione è inferiore a uno per sessantamila. Un semplice adeguamento, che mantenesse la proporzione del 1947, porterebbe il numero a 1.260. Perciò l’attuale riduzione a 600, in realtà, è un dimezzamento.

È una questione sociale, di giustizia, di autostima. Insomma: d’amore. Sette secoli fa, nel cielo degli spiriti innamorati, un poeta scacciato come un cane, il più caparbio degli esuli, si fa interrogare da Carlo Martello e parlano di cittadinanza: «“Or dì: sarebbe il peggio / per l’omo in terra, se non fosse cive?”. / “Sì”, rispuos’io; “e qui ragion non cheggio”». Ecco, appunto.

1 Piano di rinascita democratica, voce ProgrammiMedio e lungo termine, punto a3), Ordinamento del Parlamento.

2 Camera dei deputati, Senato della Repubblica, IX legislatura, Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pp. 147 e 149.

3 Massimo D’Azeglio a Giuseppe Giusti, Epistolario di Giuseppe Giusti ordinato da Giovanni Frassi e preceduto dalla vita dell’autore, Felice Le Monnier, Firenze 1863, vol. II, p. 236.

4 Cesare Balbo, Sommario della storia d’Italia, Sansoni, Firenze 1962, p. 54.

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