30 Settembre 2020
pubblicato da Il Ponte

Dire Cefalonia stando a Roma

Cefaloniadi Luca Baiada

1943, settembre. A Cefalonia ci sono migliaia di militari italiani. Fra loro, quelli che sino a ora sono stati fascisti e alcuni che lo rimarranno. Dopo l’armistizio, mentre la Germania nazista occupa l’Italia, in pochi giorni convulsi si gioca il loro destino. Molti lo subiscono, molti lo affrontano: non si consegnano ai tedeschi, combattono in condizioni di inferiorità, vengono sopraffatti. Dopo la cattura sono sterminati, contro ogni garanzia delle leggi di guerra; i superstiti sono deportati, parecchi non faranno ritorno.

Resterà sempre difficile, la ricostruzione esatta dei segmenti di questa cosa senza nome e con molte facce: tragedia, epopea, crimine, trionfo dell’assurdo e delle contraddizioni, grandezza del coraggio e miseria della guerra. Di certo ci sono dentro: l’infamia del fascismo, la fuga del re, la latitanza dei comandi, l’idiozia nefasta di ogni conformismo, la miopia delle alte gerarchie, l’antico scollamento dell’Italia fra il popolo e i suoi dirigenti. Ma c’è dentro anche una possibilità di riscattarsi, dopo anni di dittatura, malgrado la propaganda e persino nei momenti più terribili. Si impara, da una storia così robusta, caotica, antiretorica. Una storia profondamente umana.

2020, gennaio. L’Italia è una Repubblica, la Costituzione vuole lo spirito democratico nell’ordinamento delle forze armate e la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia. Un gruppo di sopravvissuti alle stragi naziste e di familiari delle vittime sta chiedendo, appunto, giustizia. Quella penale è una partita persa, ormai. Ma quella civile, coi risarcimenti, è possibile e ha solide ragioni. Le pronunce dei tribunali, della Cassazione e della Corte costituzionale, un convegno in Senato con Liliana Segre: tutto conferma i loro diritti.

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18 Aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Giustizia su stragi e deportazioni nazifasciste: un tema populista, democratico, giustizialista o nazional-patriottico?

Belmondodi Luca Baiada

Ce n’è di cose da dire: lutto e dolore; indagini insabbiate per mezzo secolo; vertenze aperte sui risarcimenti; una magnifica sentenza del 2014 della Corte costituzionale (ne faceva parte anche Sergio Mattarella); la Germania che continua a non pagare; connivenze intellettuali e istituzionali in Italia. E invece silenzio, distrazione, falsa coscienza.

Quest’anno il Presidente della Repubblica, per il Giorno della memoria, ha denunciato l’indifferenza e ha ricordato «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati»; l’intervento era sullo sterminio degli ebrei, ma è una bella sveglia su tutto. Del resto, nell’Armadio della vergogna i casi di assassinio di ebrei e quelli di strage ebbero lo stesso trattamento. E poi, alle vittime italiane è stato fatto l’estremo oltraggio: usate come cavie nel 2012, in un processo internazionale all’Aia, per affermare la licenza di uccidere per ragion di Stato. È un principio che, se accettato, varrebbe anche per oggi, per le stragi in queste ore. Se si può fare a Marzabotto, il massacro più grave nell’Europa occidentale, perché non in Siria?

Insomma, sono argomenti che uniscono il passato, il presente e la progettazione del futuro. Questioni che contraddicono la nozione passatista della storia e la monumentalizzazione del lavoro culturale. Forse per questo, allora, oltre che per gli interessi economici, sono temi che danno fastidio.

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