27 Novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Fidel

Fidel Castrodi Rino Genovese

Anche gli immortali muoiono. Fidel Castro, l’uomo che nel Novecento meglio ha riassunto la voglia di liberazione di quello che era detto il Terzo mondo, se n’è andato tranquillamente a novant’anni dopo una vita vissuta pericolosamente. Rivoluzionario o dittatore? Senza dubbio tutt’e due le cose. Del resto il destino delle rivoluzioni, in tutte le loro varianti, è stato fin qui proprio questo: condurre a forme di governo più o meno dispotiche. Ciò non toglie che a Cuba, in particolar modo fino a tutti gli anni sessanta, un periodo davvero rivoluzionario ci sia stato. A poco a poco, tuttavia, un gruppo dirigente s’incancrenisce e, per sua logica interna prima ancora che in virtù di una minaccia esterna, dà vita a un regime. A Cuba questo regime dura tuttora. Vediamo brevemente com’è andata.

Alle origini c’è un mito nazionalistico (diciamo pure nazional-populistico) che è quello di Martí, l’apostolo ottocentesco dell’indipendenza cubana, ma, nel caso di Fidel – giovane studente ribelle –, è soprattutto quello di Eduardo Chibás che, nel 1951, si suicida in diretta radiofonica per protestare contro la corruzione a Cuba. (Chi era Chibás? Un antesignano radicale di Di Pietro, per intenderci, ma anche una figura tipica dell’America latina, dove da sempre la volontà carismatico-plebiscitaria si mescola a un’autentica ansia di liberazione). Tutta la prima attività rivoluzionaria di Fidel è all’insegna di questo caudillismo latino-americano, in cui perfino il gesto suicida assurge a proposta politica.

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9 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

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7 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Don Chisciotte a zonzo in Occidente

di Antonio Tricomi

L'altro occidenteDifficile dar torto a Rino Genovese: non da oggi, l’inguaribile «sindrome italiana» si materializza, per il Belpaese, nell’ormai cronica acquisizione forzosa di un’«identità senza volto, irriconoscibile, quella di un serpente sempre pronto a mutare pelle, che diventa qualcuno solo nel breve momento di questo suo mutare, e prima e dopo non è più nessuno». E allora, proprio perché l’Italia invariabilmente si rivela il medesimo teatrino dell’assurdo – ingannevoli retoriche di rinnovamento che si candidano, perlopiù con successo, a celare, ovviamente introiettandola, un’endemica convivenza di vuoti identitari a propria volta inderogabilmente camuffati da pieni culturali – il filosofo napoletano ha puto raccogliere in un unico volume fresco di stampa, L’altro Occidente. Dall’Avana a Buenos Aires (manifestolibri, Roma 2014, pp. 239, € 23,00), due suoi lavori di circa vent’anni fa con la legittima ambizione di regalarci non tanto una mera genealogia, quanto un’addolorata istantanea del nostro angoscioso presente.

Cuba, falso diario, apparso da Bollati Boringhieri nel 1993, e Tango italiano, intenzionalmente falsificato, più che fasullo, diario di un viaggio in Argentina pubblicato dallo stesso editore quattro anni più tardi, si proponevano infatti come sinceri, benché inautentici, autoritratti intellettuali certamente preoccupati di sondare – impiegando categorie critiche ereditate dalla Scuola di Francoforte, nonché a ridosso della fine del comunismo sovietico – sopravvivenze e fallimenti del progetto civile tracciato dalla modernità. Soprattutto, quei testi strutturalmente ibridi, cioè scaturiti dal felice abbraccio tra ricognizione teorica e moduli narrativi, ambivano però, entro siffatta cornice storica e sociale, a studiare in tralice, provando a ripensarlo da lontano, un “caso italiano” capace, forse non proprio all’improvviso, di mutarsi in cartina di tornasole di una complessiva crisi dell’Occidente già segnata dalla tendenziale legittimazione pubblica di una impasse dei Lumi supposta inevitabile. In altri termini, l’Italia appariva due decenni fa a Genovese ciò che oggi a maggior ragione gli sembra: lo specchio deformato, e quindi l’immagine iper-realistica, di un tuttavia non fisiologico declino occidentale. Di qui sia l’attualità di Cuba, falso diario e di Tango italiano, sia il desiderio dell’autore di tornare a offrirli al pubblico perché i lettori possano riconsiderare la niente affatto implicita proposta utopica in essi contenuta.

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