Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

Gli effetti immediati dei risultati elettorali: un ulteriore avvitamento della “banda stretta” del Pd («abbiamo vinto 5 a 2», «avanti tutta») preoccupata soltanto di rassicurare i mandanti internazionali, Germania e Stati Uniti, con le dovute differenze d’ingaggio; la consueta denigrazione del M5S (il loro voto non conta, non fanno parte del sistema); piccoli trasformismi di sopravvivenza nell’area della destra berlusconiana in rotta; carezze dei media (ed è una continuazione di attenzione) al compiacimento della Lega per il successo del suo programma massimo di razzismo e xenofobia; fervorini augurali di una possibile riapertura del gioco politico nei vicoli d’opinione della “sinistra radicale” di sistema. Intanto, a pochi giorni dalle elezioni, un’ondata di arresti di farabutti di destra e di sinistra uniti nel malaffare a Roma, capitale della mafia e della corruzione, ricorda didatticamente la vera natura del verminaio politico-affarista che infetta, in alto e in basso, l’Italia repubblicana nata dalla Resistenza. Contro tutto questo si va estendendo e rafforzando l’opposizione sociale al governo del malaffare, dell’attacco alla scuola pubblica, al mondo del lavoro, ai diritti costituzionali.

Ma il quadro è più complesso, e riguarda il ruolo assegnato dalla Nato all’Italia nel confronto economico-militare tra Ovest ed Est, tra Nord e Sud. Le difficoltà elettorali del governo italiano sono un aspetto marginale nella preparazione della guerra; sono assai più importanti le garanzie di subalternità servile ai piani europei e statunitensi che l’oligarchia italiana assicura all’imperialismo tedesco e statunitense. Il sistema politico italiano ripudia l’articolo 11 della Costituzione («l’Italia ripudia la guerra») e coinvolge attivamente il paese nei programmi, dichiarati e occulti, di corsa agli armamenti hi-tech, di impegno militare e politico (dall’Ucraina all’Afghanistan, alla Libia), di promozione mediatica delle nefandezze del militarismo. E su questo piano il paese deve «correre», «innovarsi», «riformarsi», senza troppi problemi di consenso; la vicenda giudiziaria della Fifa (con l’Fbi in prima linea) è un segnale importante della corsa alla guerra: è inconcepibile che i mondiali di calcio possano tenersi in Russia nel 2018, probabilmente l’anno in cui gli Stati Uniti vorranno raccogliere i frutti della campagna Isis in Siria e Iraq con un intervento di terra statunitense mirato all’occupazione dell’intera area e delle sue risorse energetiche, il vero obiettivo della “strategia del caos” da anni programmata e attuata. Ma è tutt’altro che caotico il disegno strategico statunitense: consolidare e armare le proprie aree di mercato e di dominio in Europa, in conflitto con la Russia; completare la disgregazione dell’Iraq e della Siria per poi attaccare l’Iran, con l’attivo partenariato israeliano; intensificare gli interventi per la “democrazia” e la “libertà” in America Latina (l’obiettivo principale è il Venezuela) e in Africa (per ostacolare la penetrazione cinese nelle aree strategiche); affrontare la guerra economica con la Cina sul terreno finanziario internazionale ma anche attraverso interventi diretti sul territorio cinese (a Hong Kong, per la “libertà”). Il progetto strategico statunitense è lineare, sostenuto da un forte sviluppo del mercato delle armi di vecchia e nuova generazione, ma non può essere certo lineare la sua attuazione. L’asse Russia-Cina si va consolidando, a ogni azione corrispondono reazioni. L’unico dato certo è la rapida preparazione di uno scenario di guerra globale.

In questo quadro, determinato dall’aggressività delle varie forme di capitalismo senile, tutte devastanti e distruttive, irriformabili, inconciliabili con la vita dei popoli e del pianeta, la rottura con il modo di produzione e con i sistemi politici che esprime non può che essere totale, per liberare esperienze e progetti di superamento del capitalismo e delle sue coperture ideologiche “liberali”. Alcune questioni su cui sviluppare un forte movimento culturale e politico, anche in Italia: la noncollaborazione assoluta con i sistemi politici e tutti i loro strumenti di dominio e controllo; la sperimentazione e organizzazione di esperienze di nuova socialità nei territori; l’ organizzazione di esperienze di democrazia diretta, dal basso, in conflitto con i poteri economici e politici, innescando processi di progettazione di nuove società fondate sull’autonomia dei singoli, sulla cooperazione e sull’egualitarismo; la riacquisizione delle sovranità nazionali, sottraendole alla globalizzazione finanziaria, riorganizzando società ed economie (lo strangolamento della Grecia è la prospettiva dell’intera area del sud-Europa); una decisa campagna contro la guerra e il militarismo: controinformazione sui veri interessi in gioco (dalle risorse energetiche allo spaccio di armi), opposizione dura in parlamento, iniziative contro la presenza delle basi statunitensi, contro la Nato, impiegando ogni strumento che produca coscienza critica e azione sociale. Un ultimo terreno di intervento necessario riguarda la questione dei «migranti» in fuga dagli scenari di guerra e di fame: solidarietà attiva, internazionalismo, accoglienza comunque, con ogni mezzo; l’Europa lo deve alle vittime delle sue devastazioni predatorie. Le soluzioni le trovino i governi, ma sulle vite umane non si scherza. E anche su questo terreno le reti sociali e i Comuni possono fare molto.

«Noncollaborazione», «nuova socialità» e «democrazia diretta» sono termini introdotti o rielaborati in Italia tra la metà degli anni ’30 e gli anni ’60 da Aldo Capitini, costruttore di reti antifasciste sulla linea del «liberalsocialismo» (massima libertà e massimo socialismo, contro il liberalismo e lo stalinismo), organizzatore di esperimenti di democrazia diretta (i Centri di Orientamento Sociale, nell’immediato dopoguerra, in Umbria, Toscana e altrove), tenace decostruttore dell’ideologia cattolica, promotore di movimenti contro la guerra negli anni ’60 su una linea di nonviolenza attiva e non testimoniale. La noncollaborazione di Capitini con il fascismo (nel 1933 Giovanni Gentile lo cacciò dalla Scuola normale superiore di Pisa per aver rifiutato la tessera del Pnf) proseguì nei confronti del sistema dei partiti e della continuità dello Stato dopo la Liberazione, opponendo il metodo della democrazia diretta, del «potere di tutti», dell’«omnicrazia», alla natura oligarchica della democrazia rappresentativa: una linea certamente sconfitta già nei primi anni del dopoguerra, e poi rimossa attivamente dalla sinistra italiana, fino alla deformazione genericamente nonviolenta e pacifista delle sue implicazioni rivoluzionarie in una prospettiva ereticamente libertaria e socialista. Oggi quelle idee, quelle proposte, quel metodo di costruzione di una «nuova socialità» e di una vera democrazia riemergono in tutta la loro necessità e in un contesto di nuove soggettività capaci di ascoltarle, riprenderle, rielaborarle e svilupparle. È un dato di grande interesse che il 9 maggio di quest’anno la Marcia Perugia-Assisi organizzata dal M5S abbia ritrovato i contenuti sociali e politici della «Marcia Perugia-Assisi per la pace e per la fratellanza dei popoli» organizzata da Capitini nel 1961: allora si trattava del pericolo di una guerra nucleare (alla vigilia della crisi dei missili a Cuba, 1962), e la risposta era un programma internazionalista di sostegno ai movimenti di liberazione, di alternativa all’imperialismo e al capitalismo; la marcia era un’assemblea in cammino, per prendere decisioni collettive di ordine sociale e politico che riguardavano anche l’Italia e il suo ruolo nel mondo, fuori dalla contrapposizione tra i due blocchi americano e sovietico, fuori dalla Nato. Poi, nel corso dei decenni, quella marcia ha perduto il suo carattere originario per assumere connotazioni profondamente diverse, organizzata da questo o da quel mercatino di una «pace» priva di contenuti, di un pacifismo compatibile con le politiche militariste e di guerra dell’Italia atlantica. La marcia del 9 maggio, un successo di partecipazione nonostante l’oscuramento dei media, centrata sull’obiettivo politico del reddito di cittadinanza, ha ristabilito un percorso interrotto e deviato, ne ha ripreso il senso profondo e ne ha sviluppato temi e metodi nella nostra situazione attuale. «Ben scavato, vecchia talpa» (Capitini, una piccola vendetta della sua vera storia), e complimenti al M5S.

Tornando ai dati delle elezioni regionali: una delle ragioni dell’astensionismo è la pessima prova che le Regioni hanno dato di sé, come istituzioni di sottogoverno, senza funzioni reali tranne che nella sanità pubblica, con i loro sedicenti «governatori», le corti clientelari, i traffici di denaro e di potere, gli sprechi, la corruzione. La prospettiva costituzionale prevedeva ben altro: le Regioni dovevano essere un’articolazione funzionale dello Stato, con un obiettivo principale di democratizzazione del vecchio Stato liberale e fascista transitato nella Repubblica. Non è andata così, e oggi diventa giusto eliminarle, sostituendole con raccordi funzionali di coordinamento tra Stato centrale e autonomie locali. L’ingresso negli attuali consigli regionali di eletti del M5S potrà accelerare i processi di delegittimazione e svuotamento di questi carrozzoni del sistema dei partiti: rendendone pubbliche le dinamiche private, boicottandone le pratiche di malaffare. Diverso il ragionamento sui Comuni, non a caso oggetto di indebolimento finanziario e politico da parte del governo della “banda stretta” impegnato a concentrare risorse economiche e poteri in un’area sempre più ristretta e centralistica. Le autonomie locali, a contatto diretto con i cittadini attraverso la gestione di servizi pubblici, possono e devono diventare i veri centri di una pubblica amministrazione rilanciata nelle sue funzioni di gestione dal basso dei “beni comuni”, aperta alle esperienze di autorganizzazione e autogestione nei territori. È questo il terreno principale di riorganizzazione dal basso dello stesso Stato centrale. Su questo terreno devono incontrarsi le tante anime dei movimenti e delle coalizioni sociali in formazione, il mondo della scuola e del lavoro precarizzato e negato, i cittadini attivi del M5S, i nuovi soggetti di una realtà multiculturale che affronti i temi della sua trasformazione demografica riprogettando una società di tutti. In quale prospettiva? Un socialismo rielaborato sulla base delle esperienze del Novecento, mirato a uno sviluppo del potenziale umano a partire dal pieno riconoscimento delle differenze e delle ibridazioni, individuali e sociali. L’unica alternativa alla barbarie di un capitalismo distruttivo fino alla propria autodistruzione è la creazione di reti sociali di altra tessitura, di altra cultura e di altra economia. Su questi temi nei prossimi mesi «Il Ponte», rivista e casa editrice, svolgerà la sua funzione di laboratorio teorico e politico, per partecipare attivamente ai processi di analisi, confronto e progettazione, fuori e contro il sistema politico oligarchico.

La casa brucia? Non ancora. È la “casba” a marcire, e dovrà essere ripulita, non solo dei corrotti e dei farabutti, ma del sistema politico ed economico che li produce. La crisi del Pd, naturalmente negata dai piazzisti del governo e dai loro servi mediatici, significa anche la fine ingloriosa della lunga e tormentata tradizione Pci-Ds-Pds, che oggi (come nel 1994) consegna settori di elettorato popolare alla Lega, dopo averli consegnati agli accordi osceni con la destra berlusconiana.

Si apre davvero una fase nuova nella storia disgraziata di questo paese. Chi ha da tessere, tessa. Hic Rhodus, hic salta.

Print Friendly, PDF & Email

Non è possibile lasciare nuovi commenti.