26 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Come dare senso, oggi, al 25 aprile

25 apriledi Tomaso Montanari

Il 25 aprile 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la festa del 25 aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano».

«Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi, altri quarantanove anni dopo, ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così. La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà.

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3 Agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Saviano e la sinistra

Roberto Savianodi Tomaso Montanari

Caro direttore,

Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini.

Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Torino, Edizioni del Gruppo Abele, 2017) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al «ministro della paura».

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: «voce!», si sentì rispondere: «orecchio!». Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce.

Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli «scartati» (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle. Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia.

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20 Dicembre 2017
pubblicato da Marcello Rossi

Avanti Savoia!

Vittorio Emanuele III di Savoiadi Marcello Rossi

[Nel marzo 2010 scrivevo sul «Ponte» l’articolo che riporto. Oggi, dopo sette anni da questo scritto, il governo italiano ha messo a disposizione di Casa Savoia un aereo per riportare in Italia, a spese nostre, le spoglie di Vittorio Emanuele III. Non ne sentivamo la mancanza. Vorremmo comunque evitare la vergogna che il “re fellone” venga tumulato nel Pantheon. Riaffermiamo con Calamandrei che quella dei Savoia è una presenza sciagurata, il ricordo di una spaventosa sconfitta morale e materiale.]

«Non chiediamo punizioni rigorose: le ville principesche in riva ai mari tropicali non sono prigioni crudeli. Ci lascino a ricostruire da noi queste povere catapecchie crollate. Ma se ne vadano, tutta la famiglia: comprendano, una volta tanto, il loro dovere di discrezione. Spariscano: ci liberino di questa loro sciagurata presenza che è il ricordo vivente di una spaventosa sconfitta morale». Con queste parole il 2 giugno 1946 Piero Calamandrei si rivolgeva ai Savoia perché lasciassero l’Italia. La «spaventosa sconfitta morale» era ovviamente il fascismo e gli esiti che questo aveva avuto con il consenso – e non solo – di Vittorio Emanuele III. Ma il discorso, da Vittorio Emanuele III, si potrebbe allargare alla storia di tutta la casa reale e chiamare in causa Vittorio Emanuele II, Umberto I e in qualche misura anche Umberto II, il re di maggio, perché se l’8 settembre 1943 questi avesse capito (e per capirlo non ci voleva una grande intelligenza) che era giunto il momento di schierarsi con la Resistenza, chi ci avrebbe poi scrollato di dosso questa sciagurata monarchia sabauda? La sua insipienza fu la nostra fortuna, ma fu questa l’unica volta in cui rispetto ai Savoia fummo fortunati.

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21 Agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Per l’abolizione del carcere

carceredi Luigi Manconi, Stefano Anastasia

“L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”1. Il primo mito da sfatare per chi voglia sostenere la ragionevole proposta dell’abolizione del carcere è quello secondo cui non se ne possa fare a meno perché è sempre esistito, perché – in qualche modo – connaturato all’animo umano e al modo di stare insieme delle sue contingenti incarnazioni. Non è così. Anzi. La storia del carcere come modalità punitiva è una storia relativamente recente, e ha a che fare con la modernità giuridica. Prima di allora, non che non esistessero luoghi di clausura, anche a fini di giustizia, ma avevano altri scopi, non quello di punire il condannato per un periodo di tempo più o meno lungo.

Nel nostro mondo, gli albori del diritto si è soliti farli risalire agli antichi romani, ai quali è possibile attribuire una prima compiuta sistemazione delle regole giuridiche e una complessa organizzazione giudiziaria. La cultura giuridica occidentale ancora non riesce a fare a meno di quanto pensarono, dissero e scrissero quegli uomini in toga. Secondo la raccolta delle opinioni dei più autorevoli giuristi romani che l’imperatore Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo volle che fosse assemblata in quello che fu il primo codice del diritto occidentale, a Ulpiano – giureconsulto romano di tre secoli prima – dobbiamo la massima secondo cui il carcere nel diritto penale romano dovesse essere riservato esclusivamente a quella che oggi chiamiamo la custodia cautelare, e giammai essere applicato come punizione. Quando necessario, dunque, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della sentenza, si poteva restare confinati, per un limitato periodo di tempo, in un “recinto” (questo il significato letterale della parola latina carcer), come quello di cui a Roma restano le vestigia, proprio sotto il Campidoglio: il Carcere Mamertino.

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