22 Agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Dissenso sull’Europa

Europa
di Rino Genovese

Mi tocca prendere la parola per “fatto personale”, come si dice, e la cosa mi riesce piuttosto dura. Leggo sul numero di luglio della rivista un articolo di apertura in corsivo, firmato semplicemente Il Ponte, che è un piccolo catalogo poco ragionato di tutte le sciocchezze grilline, neoqualunquistiche o neoperoniste (fate voi a piacere), che girano sul conto dell’Unione europea. Il titolo è un programma, Fuori dall’Europa. Per andare dove? Si prende spunto dalla recente uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea – con un referendum voluto dai conservatori, passato solo per una reazione di chiusura e di paura nei confronti del flusso di migranti, e che, all’atto pratico, darà solo la stura a un nuovo accordo rinegoziato al ribasso – per prospettare come positivo uno sgretolamento della pur difettosa costruzione europea, che a mio avviso, invece, sarebbe un regresso storico e darebbe corda a tutti i nazionalismi e localismi xenofobi: una situazione di cui si gioverebbero le destre, anche estreme, non certo i movimenti e le formazioni politiche che in questi anni, dalla Spagna alla Grecia (purtroppo non in Italia, dove si è affermata una nebulosa neoqualunquistica), si sono battuti contro l’Europa dell’ingiustizia sociale. Resta vero che, quando si è imbottigliati, l’unica è tentare di andare avanti, non fare marcia indietro: fuor di metafora, poiché gli Stati nazionali sono pressoché un residuo del passato, si tratterebbe di avanzare verso una maggiore integrazione europea, che sarebbe se non altro un terreno di lotta più avanzato.

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24 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Ancora Orwell?

Orwelldi Mario Monforte

Ricordate 1984 di Orwell? È piú illuminante di tanti tomi di dotte elucubrazioni. L’apparato statale addetto alla repressione di ogni dissenso interno era detto «ministero dell’Amore»; quello addetto alla guerra permanente, «ministero della Pace»; quello addetto al controllo di cibo e beni e loro distribuzione, dandoli con il contagocce al popolo, «ministero dell’Abbondanza»; quello addetto alla falsificazione e manipolazione, «ministero della Verità», che riscrive, modifica, cancella storia, eventi e protagonisti, ed elimina dalla lingua le parole negative o pericolose per l’«ordine costituito», o le sostituisce con altre neutre.

Non sta diventando cosí questa nostra Italia, sotto i proclami e i discorsi della “classe politica”, e l’opera permanente dei professionisti della menzogna (mediatici e del sistema della formazione)?

I nomi dei partiti sono foglie di fico che coprono tutt’altro, o l’opposto. La crisi è una sorta di fenomeno naturale: si deve dire «recessione» o meglio «ripresa lenta». L’appropriazione di masse di surplus sociale (schiaffo in faccia ai piú che arrivano a fatica a fine mese e ai tanti che non ce la fanno) è dichiarata legittima per le cosiddette retribuzioni, liquidazioni, pensioni di manager (privati, statali, semistatali) e per le prebende della classe politica e degli addetti agli apparati statali. La subordinazione dello Stato italiano (imposta all’intero paese) a Usa, Nato, Ue-Bce, Stato germanico, organismi internazionali, è detta «trattati di alleanza», «vincoli internazionali», «trattati europei», «l’Europa ci chiede» – rimandando a una fantomatica comunità internazionale. Le guerre a cui partecipa lo Stato italiano, come supporto agli Usa, sono denominate «operazioni umanitarie», o «di pace», o di «affermazione della democrazia» unita ai «diritti umani», o al piú di «polizia internazionale». La macelleria mondiale, aperta, retta e gestita da Usa-potenze maggiori-grande capitale transnazionale, è detta «globalizzazione» – beninteso, dalle «esigenze ineludibili». La macelleria sociale interna, che elimina o striminzisce i diritti acquisiti con dure lotte, è detta «modernizzazione» e i provvedimenti che colpiscono la società, mentre accentrano in modo autoritario la gestione del potere statale, sono chiamati «riforme» – dette ovviamente «indispensabili» e spesso «storiche», perché ormai tutto ciò che fa il governo è «storico». Le iniziative, rivendicazioni, proposte a favore della grande maggioranza della popolazione sono dette «populismo» – presentandolo come demagogia e inganno, quasi nazifascismo.

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20 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

La sconfortante trimurti

trimurtidi Rino Genovese

I miei pensierini pre-elettorali sono all’insegna del pessimismo, lo so. E questo può facilmente essermi rimproverato. Ma non vedo niente d’interessante in questa pure importante campagna elettorale europea che potrebbe (o bisognerebbe già scrivere avrebbe potuto) segnare una svolta in chiave anticonservatrice, antiliberista, anti-troika per intenderci. Il grido “Basta con l’austerità” è risuonato negli ultimi anni su molte piazze; non è riuscito però a farsi proposta politica, a indicare una via o lavia, che sarebbe poi quella di un’alternativa socialista. Non ci vorrebbe neanche molto, a pensarci bene, solo un piccolo sforzo di aggiustamento nel modo di vedere le cose: un ritorno programmato e non estemporaneo all’intervento statale nell’economia (non soltanto per salvare le banche, com’è stato fatto nel recente passato), un po’ di spesa pubblica in deficit e – soprattutto – l’abbandono, perché del tutto anacronistico, di politiche sociali (o pseudotali) su basi nazionali, l’apertura a un’integrazione europea che sia veramente un’unione politica, con leggi europee sul mercato del lavoro atte a contrastare disoccupazione e precariato, con la definizione di un’imposizione fiscale progressiva sottratta all’arbitrio dei singoli Stati, e così via. Sarebbe l’Europa non delle oligarchie e delle (più o meno finte) entità statali, ma quella che a poco a poco costruisce entità sovranazionali dotate di poteri statali democraticamente controllati. Sarebbe l’utopia…

In Italia si assiste invece al logorante e triste darsi da fare di una sconfortante trimurti: Renzi, Grillo e, ahimè, ancora Berlusconi. Nessuno dei tre ha da dire qualcosa sull’Europa. Il primo – che chiameremo la componente “creatrice” della trimurti – deve vedere come tenersi su una sella sopra la quale è avventurosamente saltato, con tecnica proditoria e machiavellica. Il secondo – che chiameremo la componente “distruttrice” – vuole l’uscita dall’euro (con un referendum tra l’altro impossibile nel nostro ordinamento) e agita questo e altri spauracchi per demolire l’idea stessa di democrazia rappresentativa, al fine di sostituirla con un confuso “direttismo” tramite Internet in cui a comandare – despota medievale al centro, tuttavia, del più sofisticato mezzo di comunicazione contemporaneo, Ragno più che Grillo sulla rete – sarebbe lui solo. Il terzo infine – che chiameremo la componente “conservatrice” – ha il solo scopo di tenersi a galla, di non essere risucchiato in quel gorgo di corruzione e di morte a cui la sua stessa vicenda umana, prima ancora che politica, lo condanna.

Siamo dunque lontanissimi da qualsiasi discorso progressivo sull’Europa. L’unica lista che esprimerebbe qualcosa, la sola votabile (sto parlando della Lista Tsipras) è stata fatta male, un po’ alla maniera delle esperienze arcobaleno del passato, e non supererà una soglia di sbarramento, che molto probabilmente è anticostituzionale. Il pessimismo, mi sembra, ha ragion d’essere.

16 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Prendere sul serio la crisi

Europadi Rino Genovese

L’Italia è ancora in recessione. Se la parola fa paura chiamatela stagnazione, ma il risultato non cambia. Il paese è fermo, depresso, bloccato nel risentimento e nel qualunquismo diffusi, che sono il portato peggiore della corruzione e il sintomo di una crisi che dura da tempo immemorabile. L’ultimo numero della rivista “Outlet”, distribuita dalla Manifestolibri, traccia una mappa impietosa della situazione emotiva del paese: ne viene fuori un piccolo mondo più o meno antico – quello della piccola e media impresa soprattutto – che potrebbe affidarsi a qualsiasi deriva antidemocratica ma, in realtà, è soltanto rassegnato.

In questo quadro Renzi è piovuto come un deus ex machina per coloro che non volevano altro se non un po’ di dinamismo giovanile. Renzi è stato la convalescenza incertissima da quella malattia grave e prolungata che si chiama berlusconismo. Comunque andranno, alla fine, le elezioni europee del 25 maggio, rifletteranno questo dato: l’Italia di destra – con le sue radici da sempre antidemocratiche – in larga misura sceglierà Renzi: e ciò per la semplice ragione che in lui risuona il canto della giovinezza. Non c’è che questo nell’ex sindaco di Firenze, la capacità di dare corpo all’illusione di un dinamismo legato all’età.

Ma la malattia, lungi dall’essere risolta, perdura. Si pensa che affidandosi a qualcuno che fa promesse di cambiamento possa arrivare il cambiamento; non ci si chiede – in che senso? L’Italia non ha affatto un problema di strutture costituzionali vetuste (come cercano di farci credere da una ventina d’anni), non di questo soffre il paese quanto piuttosto della mancanza di politiche di sviluppo e sociali adeguate a una crisi che si trascina nella mancanza d’innovazione in tutti i campi.

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30 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Lista Tsipras verso il fallimento?

Lista Tsiprasdi Rino Genovese

Già i sondaggi erano tutt’altro che confortanti, ma, dopo avere visto qualche sera fa l’intervento di Barbara Spinelli in tv a nome della lista Tsipras, mi sono detto che ormai è sicuro: “L’altra Europa per Tsipras” non supererà la soglia di sbarramento del 4% dei voti. Il fallimento è insomma altamente probabile.

Che cosa c’era che non andava nell’intervento di Spinelli? Tutto ciò che ha detto era completamente condivisibile: ci vuole più e non meno Europa per uscire dalla crisi dell’euro; l’abbandono della moneta unica significherebbe dal venti al trenta per cento di svalutazione per l’ipotetica nuova lira, inoltre il meccanismo della svalutazione, su cui l’industria italiana aveva basato un tempo le sue fortune, non sarebbe sufficiente oggi di fronte a un’economia mondiale interconnessa il cui vero problema – non solo in Italia ma in Europa – è dato dalla caduta della domanda interna e non dalle difficoltà di esportazione. Per questo – aggiungo io, ma era implicito nelle parole di Barbara che argomentava pacatamente, ispirata dalla semplice ragione – sarebbero necessarie serie politiche redistributive capaci di dare una scossa a un motore inceppato. Servirebbe non un ritorno alla natura ma una transizione ecologica, con prodotti ad alto contenuto tecnologico (più innovazione e tecnologia, dunque, e non meno), per sfuggire alle strette di una depressione avvitata su se stessa.

Allora cos’è che non andava? Risposta: l’evanescenza della proposta politica unita all’atteggiamento di Spinelli, più da osservatrice e da studiosa che da militante. Ha evitato per esempio qualsiasi polemica non tanto con Salvini, il segretario della Lega lì presente (che, in quanto esponente di una destra estrema, non era un competitor diretto), ma con Grillo che invece pesca nell’elettorato di sinistra. Anzi, in continuità con alcuni suoi pezzi giornalistici, ha definito “interessante” il movimento grillino, consentendo così al potenziale elettore di dirsi: “Beh, interessante per interessante meglio votare per questo che ha comunque il 25% e a Strasburgo ci va di sicuro”.

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