Prendere sul serio la crisi

Europadi Rino Genovese

L’Italia è ancora in recessione. Se la parola fa paura chiamatela stagnazione, ma il risultato non cambia. Il paese è fermo, depresso, bloccato nel risentimento e nel qualunquismo diffusi, che sono il portato peggiore della corruzione e il sintomo di una crisi che dura da tempo immemorabile. L’ultimo numero della rivista “Outlet”, distribuita dalla Manifestolibri, traccia una mappa impietosa della situazione emotiva del paese: ne viene fuori un piccolo mondo più o meno antico – quello della piccola e media impresa soprattutto – che potrebbe affidarsi a qualsiasi deriva antidemocratica ma, in realtà, è soltanto rassegnato.

In questo quadro Renzi è piovuto come un deus ex machina per coloro che non volevano altro se non un po’ di dinamismo giovanile. Renzi è stato la convalescenza incertissima da quella malattia grave e prolungata che si chiama berlusconismo. Comunque andranno, alla fine, le elezioni europee del 25 maggio, rifletteranno questo dato: l’Italia di destra – con le sue radici da sempre antidemocratiche – in larga misura sceglierà Renzi: e ciò per la semplice ragione che in lui risuona il canto della giovinezza. Non c’è che questo nell’ex sindaco di Firenze, la capacità di dare corpo all’illusione di un dinamismo legato all’età.

Ma la malattia, lungi dall’essere risolta, perdura. Si pensa che affidandosi a qualcuno che fa promesse di cambiamento possa arrivare il cambiamento; non ci si chiede – in che senso? L’Italia non ha affatto un problema di strutture costituzionali vetuste (come cercano di farci credere da una ventina d’anni), non di questo soffre il paese quanto piuttosto della mancanza di politiche di sviluppo e sociali adeguate a una crisi che si trascina nella mancanza d’innovazione in tutti i campi.

Non c’è uno straccio di riconversione, o di transizione, ecologica. Il che significherebbe – per il governo dell’economia – darsi da fare al fine d’incentivare una motorizzazione meno inquinante, o per nulla inquinante come quella elettrica. Non c’è neanche l’accenno a un piano di potenziamento delle linee ferroviarie cosiddette secondarie, che potrebbero sollevare le città da uno strangolamento da supertraffico, dando al tempo stesso linfa allo sviluppo. Il sistema della imposizione fiscale per autodichiarazione è vecchio come il cucco, ed è fatto apposta per favorire l’evasione fiscale. Affidandosi a lungo al principe degli evasori, il paese ha fatto capire di amarlo moltissimo quel sistema, e soltanto l’accenno a una sua modifica potrebbe far perdere voti perfino a Renzi. Nell’ambito dei diritti civili siamo all’età della pietra: nessun riconoscimento pubblico delle unioni di fatto, nessuna possibilità di quelli che in Francia (dove di recente è stato introdotto anche il “matrimonio per tutti”) si chiamano “patti civili di solidarietà”. L’Italia resta confinata in un individualismo familistico particolaristico, anziché aprirsi a un individualismo sociale di tipo elettivo, cioè non più basato sull’appartenenza come dato naturale. La sua polizia – per fare un altro drammatico esempio – resta la più incivile dell’Europa occidentale, la più violenta e insieme inefficiente, anche grazie alla mancanza nel nostro ordinamento di un reato specifico come quello di tortura.

Sono questi, e altri come questi, i temi intorno a cui si dovrebbe concentrare il dibattito in periodo elettorale. Invece, una volta di più, ci si sofferma sui fenomeni corruttivi – per la gioia e le fortune di Grillo. La via italiana alla morte della corruzione, spesso incarnata da una magistratura non troppo politicizzata (come suppone la destra) quanto piuttosto esclusivamente moralistica, non ha dato gli esiti che ci si attendeva e ha fatto il suo tempo. La beffa del Grande Corruttore ai servizi sociali una volta a settimana, mentre straparla a trecentosessanta gradi come d’abitudine, sta lì a dimostrarlo. Quando si arriverà finalmente a cambiare disco? Intanto l’Europa è lontana.

È vero, come tra gli altri sostiene Stefano Fassina, che soltanto un “europeismo alternativo” potrebbe salvarci – cioè un’Unione europea non più a guida conservatrice-mercantilista, imperniata sulla Germania –, ma è anche vero che il nostro paese non c’è, si è da tempo liquefatto; e la speranza – se una speranza c’è ancora – non può venire da qui ma da una prospettiva quasi utopica di federazione europea capace di rompere con le culture nazionali, in primis con la nostra. Chi, come la piccola e media industria italiana, ha dimostrato negli anni di non sapere produrre innovazione, non può all’improvviso risvegliarsi. Ci vorrebbe un salto maggiore. Invece il suo sogno è all’indietro: verso i bei tempi dell’inflazione alta e della svalutazione ricorrente e competitiva. Questo, in sostanza, è oggi il “no” all’Europa: una prova di più del vecchiume che ci sommerge.

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