3 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Fiducia

Ferruccio Parridi Piero Calamandrei

[A ridosso del 25 aprile ripubblichiamo questo editoriale (apparso su «Il Ponte» del luglio 1945 a firma Il Ponte ma di Piero Calamandrei) in cui di fronte al disastro dell’Italia uscita dalla guerra si staglia l’azione di un uomo, Ferruccio Parri, che fu «qualcosa di più di un eroe: un uomo onesto».
Nella crisi odierna in cui «ci sarebbe da disperare cento volte», c’è ancora un uomo che sia qualcosa di più di un eroe?]

Salutiamo con animo consolato l’arrivo del “partigiano qualunque”, che senza iattanza e senza adorna eloquenza, ha riportato l’Italia sulla sua strada maestra.

Qualcuno, guardando alle apparenze, potrebbe credere che le cose non siano cambiate: c’è ancora, imposta dal di fuori, la “tregua istituzionale”; c’è ancora l’incarico conferito dal luogotenente; e intorno ai seggi ministeriali le stesse antiche risse di appetiti. Ma chi guarda alla sostanza, ha motivo di sentirsi confortato. La scelta è stata fatta ed imposta dal comitato di liberazione, cioè dal popolo: e quando Ferruccio Parri è salito dal luogotenente, all’apparente scopo di ricever da lui l’incarico, in realtà è andato a comunicargli che, per volontà degli Alleati, gli si consentiva di rimanere in carica ancora per l’ultima tappa del viaggio: alla fine del quale gli ha rispettosamente indicato, già ben visibile in fondo alla strada, l’arco della Costituente, e subito al di là di esso, necessaria premessa di giustizia sociale, la repubblica già nata.

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19 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Contrasti

Contrastidi Silvia Calamandrei

Contrasti, il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra, è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato e introdotto da Alessandro Casellato (Zona di guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007). Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista, forse di egoismo microfamigliare. Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia a essere utilizzato in base alle sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito a evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul «Giornalino della domenica» di Vamba. Con la svolta post-Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”.

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24 aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Nella tua breve esistenza

Ada Gobettidi Silvia Calamandrei

Ottima idea quella di rendere di nuovo disponibile questa preziosa corrispondenza (Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, Torino, Einaudi, 2017), riveduta e integrata da Ersilia Alessandrone Perona, con una postfazione che ne spiega le novità e le ragioni. In primis la forte richiesta di un pubblico, non specialista, appassionatosi alle figure dei due protagonisti di questo eccezionale amore e sodalizio, troncato dalla scomparsa di Piero giovanissimo. Letture pubbliche, spettacoli teatrali, trasmissioni e romanzi come quello di Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, ne hanno fatto oggetto di culto, ed è bene che i documenti originali siano a disposizione nella loro integralità per afferrarne tutto il significato e per consentirne una lettura più meditata.

Solo pochi passi delle lettere di Piero vennero resi pubblici subito dopo la sua morte, e poi fu Ada a pubblicarle sopprimendo la propria parte dell’epistolario, rinvenuta dopo la sua scomparsa nel 1968. Ci è voluto del tempo perché si passasse dalla concentrazione sulla figura di Piero, esaltata e curata dalla stessa Ada, alla consapevolezza di un sistema Ada-Piero (definizione di Ersilia Alessandrone Perona), presentato pubblicando nel 1991 il carteggio integrale e aprendo all’esame della dialettica del rapporto tra i due corrispondenti.

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28 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

E se vince il No?

Se vince il Nodi Marcello Rossi

Se vince il no la politica italiana può essere attraversata da diversi scenari. Vediamone alcuni.

Il primo, il più probabile, è che Renzi salga al Colle e rimetta il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e questi, che è “creatura” di Renzi, lo rimandi alle Camere per una nuova fiducia. E qui si pone il problema: chi è disposto a dare la fiducia? Se si esclude a priori il M5S, non resta che Forza Italia di Berlusconi-Parisi, ma l’operazione potrebbe essere rischiosa per Forza Italia perché il gruppo che fa riferimento a Brunetta e Toti potrebbe non essere disponibile e potrebbe aprire una crisi in vista di un apparentamento con la Lega e con Fratelli d’Italia. Anche nel Pd, comunque, la fiducia della cosiddetta sinistra non è scontata. Non credo che si vada a una scissione, ma potrebbero prendere corpo un’astensione o addirittura un voto contrario. Ma poi, di fronte a una vittoria del no, Renzi, dopo tutto quello che ha sostenuto, con quale programma potrebbe chiedere la fiducia? È vero che l’uomo è capace di giocare più parti in commedia e con molta disinvoltura promettere mari e monti, ma a tutto c’è un limite. Già in una esternazione che aveva il sapore della verità Renzi ebbe a sostenere le sue dimissioni se il referendum non fosse andato secondo le sue aspettative – e di questo è stato poi ampiamente rimproverato dai suoi – ma a me sembra che una volta tanto abbia detto una cosa giusta e che, di fronte a un risultato negativo, non gli resti che declinare l’invito di Mattarella.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Massimo Jasonni

Le ragioni di un no[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando ImposimatoMario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

La nostra Costituzione repubblicana non è né “da amare”, né da cestinare, o “rottamare”, come qua e là si pretende sull’onda lunga dell’enfasi mediatica, ma rappresenta più semplicemente una normativa da comprendere nella sua essenza e da analizzare alla luce del retroscena etico-politico che la sorresse. Resta aperto, come sempre al cospetto di un testo di legge, tanto più se con settant’anni di vita sulle spalle, ogni possibile rilievo critico e ogni possibile progetto di riforma.

La Carta si pose orgogliosamente nel suo stesso definirsi «rigida»: rigida per l’intransigenza che le veniva da una lotta di popolo e per la coscienza, comune alle forze riformatrici presenti in aula, che si imponeva una frattura radicale con il fascismo, se si ambiva a un paese finalmente affacciato all’Europa. Tanto alti erano i propositi, quanto gravi i problemi da risolvere e agguerrite le opposizioni: perché il fascismo continuava a rappresentare l’autobiografia della nazione, non un incidente risolto, e perché gli angloamericani condizionavano gli aiuti economici, indispensabili per la ripresa, all’adesione al blocco atlantico. Certo non favorirono il buon esito della battaglia contro le destre la divisione creatasi a sinistra con la svolta di Salerno e una conclamata aspirazione del Pci a presentarsi alle elezioni come forza di governo.

Le resistenze interne si fecero già in allora valere: ebbero la meglio con il mancato inserimento dei Cln nell’esecutivo, richiesto a viva voce dal Partito d’Azione, e con l’approvazione dell’art. 7, frutto di un compromesso tra i popolari e i comunisti che indusse i laici allo sdegno. Tuttavia l’anima riformatrice prevalse e impresse un marchio indelebile alla Carta. Vinsero le spinte etico-religiose – si pensi a Dossetti –, in uno con la fedeltà culturale – si pensi a Calamandrei e a Salvemini – allo spirito della Resistenza.

Dossetti:

occorre dare veramente un volto nuovo al nostro Stato che assicuri a tutti gli italiani una democrazia effettiva, integrale, non solo apparente e formale, ma sostanziale, una democrazia finalmente umana […]. Non è per indulgere a una convenienza retorica che io qui voglio ricordare, fra i tanti nostri morti, un morto a me particolarmente vicino. Quasi due anni fa, il giorno di Pasqua del 1945, sull’Appennino reggiano, prima delle prime luci dell’alba, venivamo svegliati dall’annuncio che truppe […] naziste e fasciste avevano rotto parte del nostro schieramento […], incominciava così una giornata di Pasqua che fu giornata di duri combattimenti […]. Verso sera il nemico fu ricacciato. La vittoria. Ma la sera fu triste. Proprio una delle ultime fucilate aveva colpito Elio, il nostro vice comandante di brigata […]. Era ferito mortalmente ma ancora non se ne rendeva conto e sperava nell’intervento chirurgico di un nostro amico; ma l’amico, oggi qui tra noi, non poté che annunziarci che la morte era ormai imminente. E allora qualcuno dovette assumersi il compito di far sì che quel sacrificio, iniziato con tanta generosità, conoscesse anche la suprema generosità: quella di consumarsi consapevolmente. Credetti così di dovergli dire che la vita era ormai finita per lui e di dovergli chiedere che egli consapevolmente la offrisse per noi: perché tutti diventassimo più buoni, più fedeli alla bandiera che servivamo, più disposti a immolarci come lui per il rinnovamento d’Italia. Bastarono poche parole perché egli comprendesse e assentisse, e con gli ultimi esili sforzi della voce confermasse ciò che gli avevo chiesto. E noi presenti giurammo allora, di fronte a un sacrificio così grande e così consapevole, che avremmo sempre sentito e osservato l’impegno che esso importava per noi. Questo è l’impegno con il quale oggi vi parlo[1].

E Salvemini:

In Italia i militari di professione non hanno l’intelligenza neanche dei militari francesi, che non è molta. Non riescono a perdonare i partigiani italiani che hanno fatto quanto i loro generali non riuscirono a fare né in Grecia, né nell’Africa orientale, né nell’Africa settentrionale, né in Russia, né nella stessa Italia settentrionale, al tempo della Repubblica di Salò e del loro Graziani. In Italia, lo “Stato” – cioè l’alta burocrazia civile e militare, più i politicanti influenti, che per nove decimi sono quello che sono – lo “Stato” non intende far conoscere agli italiani e ai non italiani quello che fu la resistenza dell’Italia antifascista con tutte le sue ombre (che dire delle ombre che accompagnano nella guerra gli eserciti regolari?). Furono le Cinque Giornate di Milano, che durarono mesi e mesi, non in una sola città, ma in tutta l’Italia del Centro e del Nord. Per la prima volta, i contadini parteciparono attivamente alla storia della nazione non più come forze reazionarie. Infatti stettero con quei partigiani che facevano la guerra ai loro polli, e non con quegli ufficiali delle forze regolari che non facevano niente, e meno che mai con le bande nere, col Principe Borghese, coi tedeschi e coi mongoli. Fra i due mali…[2].

Da questi ideali e da queste sensibilità storiche nasce l’inchiostro indelebile della formalizzazione di un assetto costituzionale fondativo, originario nell’accezione greca del termine. Con la Repubblica si erige, in realtà, un ordine nuovo, prende corpo un vero e proprio modello di ordinamento giuridico improntato ai principi della solidarietà e della sacertà del lavoro. Parliamo di una costituzione agonistica, che si batte contro il recente passato e si batte per un futuro più giusto: precettiva, ma per questo tesa anche a un’attuazione piena, se pur differita nel tempo. Calamandrei tenne sul punto conferenze memorabili: sarebbe stato compito non solo del futuro legislatore, ma delle nuove generazioni renderla concretamente operativa, con esclusione di ogni privilegio sociale e con rimozione degli ostacoli in qualunque modo limitativi della personalità.

Entro questa dimensione agonistica vanno ricordati quegli apporti dottrinari che lottarono, pur numericamente minoritari in tempi di Prima repubblica, contro tentativi accademici e giurisprudenziali di restaurazione. Si mirava a ridurre il portato costituzionale a mero strumento programmatico, da farsi valere in un non meglio identificato futuro. Furono Mortati e Crisafulli, per primi, a sostenere l’immediata precettività della Carta, offrendo, nel contempo, solide basi ermeneutiche alla tesi della prevalenza delle norme costituzionali, con buona pace dell’art. 7 Cost., sulle norme di derivazione pattizia. Sul tema ritorneremo poi, ma lo si anticipa per sottolineare come i padri costituenti e chi con loro si adoperò per l’affermazione dei valori costituzionali si resero da subito conto che era in atto un tradimento della Resistenza e che la politica cui il dettato costituzionale si affidava si traduceva in impegno militante. In linea con la lezione di Gramsci e di Gobetti e in concorrenza con un apporto di pensiero politico cattolico, quale quello di Dossetti, lontano anni luce dalla nascente Democrazia cristiana. Quel mandato politico veniva da lontano: era l’autonomia, la responsabilità e la solidarietà che aveva caratterizzato le idee e la vita di due grandi fiorentini: Dante, nell’ultimo Medioevo, e Machiavelli, nell’incipiente modernità.

La riforma costituzionale ora posta al vaglio delle urne va analizzata sulla scorta di questa premessa. Essa, nel suo stesso appalesarsi, oscilla tra due poli, in realtà tra di loro molto distanti: da un lato, strizza l’occhio alle oligarchie finanziarie e al dominio mediatico, non nascondendo un suo allineamento agli indirizzi di un’economia “globale” e sfrenatamente neoliberista; d’altro lato, si presenta come afflato “democratico” ed “europeo”, insistendo nel dire che lavoro e occupazione restano obiettivi principali del governo e che proprio a tal fine si deve andare a un contenimento delle spese e a uno scioglimento dei lacci burocratici che impediscono la governabilità.

Quanto al secondo profilo, siamo alla sfrontatezza. Perché il degrado delle condizioni del lavoro e, prima ancora, del diritto al lavoro è sotto gli occhi di tutti; perché non è dato capire cosa c’entri “Europa”, terra di affermazione del bicameralismo, con l’abolizione del Senato, e cosa c’entri “democrazia” con una vanificazione del controllo parlamentare sull’esecutivo, tal quale quella che aveva in mente Berlusconi. Anche i bambini sanno, poi, che costi e lacci burocratici si contengono con regolamenti o leggine, senza bisogno di ricorrere al referendum. Non bastava, per esempio, ridurre il numero e dimezzare lo stipendio di deputati e senatori?

Assai più interessante è il primo profilo, quello della pretesa necessità di adeguamento ai modelli di vita di un universo virtuale, arreso al dominio tecnocratico.

Parliamo allora di due mondi inconciliabili: a) nella Costituzione viene offerta cittadinanza a un paese ricco di autonomie e custode di tradizioni; la finanza internazionale disconosce tutto ciò e non ha alcun interesse, se non alla creazione di qualche feticcio, non certo alla tutela dei patrimoni culturali nazionali. Sorge legittimo il dubbio che più di uno, in quelle alte sedi, pensi a fare di noi un mercato per agenzie di viaggio, un cameriere per tavole altrove imbandite e gestite; b) la Costituzione affonda nella storia: si sono fatti i nomi di Dante e di Machiavelli, ma non sarà male ripensare alla rivisitazione dell’arte rinascimentale di Burckhardt; la tecnocrazia, viceversa, destina tutto all’attualità, vede l’approccio storiografico come disturbo arrecato da perditempo, o professori universitari fortunatamente prossimi alla pensione; c) la Costituzione si impernia sull’idea antica della nobiltà della politica e, quindi, sulla capacità della politica di controllare l’economia e di disciplinare, negli opportuni casi, le aspirazioni del mondo militare; alla tecnocrazia il pensiero politico e l’agire politico recano disturbo, ove da lei non condizionati. L’ideale è che Politica si traduca in un teatrino.

Contributo all’approfondimento di un contrasto così radicale e drammatico può forse apportare il ripensamento dell’art. 7.

L’art. 7 Cost., nella sua studiatissima e calibratissima (anche in Vaticano) formulazione, non poneva e non pone solo questioni di qualificazione giuridica dello Stato – se laico o confessionista –, ma anche problemi di possente valenza politica. In realtà con quell’articolo, che segnò un accordo cui giunsero fuori dall’Assemblea comunisti e popolari, entrava tra i fondamenti della Costituzione non un mero principio pattizio (il che già sarebbe stato grave, al cospetto dell’Europa di allora) ma un concordato in carne e ossa. I Patti lateranensi consentivano un rientro dalla finestra di ciò che si era voluto tenere fuori dalla porta, riattualizzavano l’éthos clerico-fascista nella sede stessa in cui contro quell’éthos si combatteva.

Come mai i governi che si sono da ultimi succeduti e, in particolare, ora il governo Renzi non sono andati al superamento della problematica? Né può dirsi che il nodo sia oggi sciolto dagli accordi di Villa Madama, atteso che questi accordi eliminano, per dirla con Jemolo, i rami secchi della precedente esperienza concordataria, ma non il principio concordatario, semmai alimentato da una maggiore diffusività.

Dell’art. 7 se ne è discusso tanto, forse troppo, vuoi in sede accademica vuoi nei giornali, ma per lo più con riferimento al problema della qualificazione dell’ordinamento statuale, se laico o confessionista. Uno Stato che consenta alla limitazione della sua sovranità, quale quella prevista dal primo comma dell’art. 7, può definirsi laico? Non è questo il terreno su cui qui ci si muove, palese essendo, in ogni caso, che uno Stato che cede in quel modo in sovranità e si consegna pregiudizialmente al rapporto concordatario con una chiesa, è uno Stato confessionista. Ciò che si vuole sottolineare è qualcosa di più grave, e istituzionalmente deleterio. Con l’art. 7 entra tra i fondamenti costituzionali non l’idea cavouriana della separazione fra Stato e Chiesa (come Roberto Benigni ebbe il coraggio di sostenere in una recente, infelice esibizione televisiva, guarda caso poi fatta oggetto di replica in attesa del referendum), ma l’ipotesi bellarminiana della potestas indirecta Ecclesiae in temporalibus. Con questo articolo rivive quanto di più buio e illiberale seppe contrapporre la Controriforma alle libertà dei moderni.

Gramsci parlò, e da par suo, di due stampelle: l’una offerta dalla Chiesa di Roma a un regime putrescente; l’altra offerta da Mussolini a un’istituzione religiosa incapace di dialogare con la modernità. Oggi è la Chiesa cattolica stessa, per prima e sua sponte, a essersi allontanata da una historia dolorum, qual è per definizione la storia dei concordati. Sin dal Concilio Vaticano II ha mostrato di volere aprirsi a un nuovo rapporto con la comunità politica che possa esimerla dalle infamie del passato e dal sospetto che essa con il regime pattizio continui ad ambire a condizioni privilegiarie.

Si pensi, con uno sguardo protratto dalle condizioni di ieri all’oggi, alla scuola, ovvero all’intollerabile disparità che i concordati hanno determinato e determinano tra scuola pubblica e scuola privata. La seconda, di élite, finanziata in larga parte dallo Stato e destinata alla promozione della coltura di una classe dirigente astuta e asservita al potere economico; la prima, abbandonata a se stessa, privata di fondi che le consentano anche solo un’esistenza dignitosa. Vi viene impartita, per forza di cose e tra continue umiliazioni dei docenti, un’educazione scadente e dogmatica, rivolta a ceti sociali subalterni e ora ai figli di un’immigrazione per lo più votata al lavoro nero, quando non all’abbrutimento della mercificazione dei corpi e dello spaccio di droga.

È forse il caso di concludere che la Costituzione attende di essere attuata, non di essere elusa in ossequio al giogo tecnocratico. La tecnocrazia è allergica a una politica che sorregga un diritto giusto e solidale, e tanto più a una politica energica e autonoma, agonisticamente protesa all’affermazione del socialismo. Interessante notare che la c.d. globalizzazione, con tutto ciò che comporta di umiliazione delle esistenze e di avvilimento della natura, non pare affatto disturbata dall’esistenza di un concordato ecclesiastico. L’istituto non contraddice, ma anzi fa il paio con l’eliminazione dei simboli religiosi dal luogo pubblico, a consacrazione della nietzschiana morte di dio o, per meglio dire, morte degli dèi su cui poetava Hölderlin. Ciò che preme e si impone non è Galileo, né la sconfitta del commercio delle indulgenze, ma la deellenizzazione.

[1] G. Dossetti, intervento del 21 marzo ’47.

[2] G. Salvemini, Per la storia della Resistenza, ottobre 1948, ora in Il nostro Salvemini. Scritti di Gaetano Salvemini su «Il Ponte», Firenze, Il Ponte Editore, 2012, p. 104.

21 agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Per l’abolizione del carcere

carceredi Luigi Manconi, Stefano Anastasia

“L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”1. Il primo mito da sfatare per chi voglia sostenere la ragionevole proposta dell’abolizione del carcere è quello secondo cui non se ne possa fare a meno perché è sempre esistito, perché – in qualche modo – connaturato all’animo umano e al modo di stare insieme delle sue contingenti incarnazioni. Non è così. Anzi. La storia del carcere come modalità punitiva è una storia relativamente recente, e ha a che fare con la modernità giuridica. Prima di allora, non che non esistessero luoghi di clausura, anche a fini di giustizia, ma avevano altri scopi, non quello di punire il condannato per un periodo di tempo più o meno lungo.

Nel nostro mondo, gli albori del diritto si è soliti farli risalire agli antichi romani, ai quali è possibile attribuire una prima compiuta sistemazione delle regole giuridiche e una complessa organizzazione giudiziaria. La cultura giuridica occidentale ancora non riesce a fare a meno di quanto pensarono, dissero e scrissero quegli uomini in toga. Secondo la raccolta delle opinioni dei più autorevoli giuristi romani che l’imperatore Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo volle che fosse assemblata in quello che fu il primo codice del diritto occidentale, a Ulpiano – giureconsulto romano di tre secoli prima – dobbiamo la massima secondo cui il carcere nel diritto penale romano dovesse essere riservato esclusivamente a quella che oggi chiamiamo la custodia cautelare, e giammai essere applicato come punizione. Quando necessario, dunque, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della sentenza, si poteva restare confinati, per un limitato periodo di tempo, in un “recinto” (questo il significato letterale della parola latina carcer), come quello di cui a Roma restano le vestigia, proprio sotto il Campidoglio: il Carcere Mamertino.

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3 giugno 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Per la piena occupazione

Ucrainadi Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Con il non-voto al 45,61%, il 40,8% del Pd corrisponde al 22,19% degli elettori “aventi diritto”. Il Pd ha attratto voti berlusconiani ed ex grillini, e ha fagocitato i suoi alleati di governo indebolendone l’influenza parlamentare; il M5S, nonostante i linciaggi mediatici alimentati dai suoi stessi limiti e carenze di ordine politico (ne parla diffusamente Mario Monforte in questo stesso numero della rivista), ha comunque consolidato la sua area di secondo partito nazionale al 21%; prosegue il declino di Forza Italia, destinato ad aggravarsi.

Dall’analisi dei flussi elettorali emergono due dati particolarmente significativi: nel Pd confluiscono aree elettorali di “sinistra” tradizionale, di centro e di destra; dall’area del M5S defluiscono verso il Pd (ma soprattutto verso l’astensionismo) elettori di destra che lo avevano votato alle politiche del 2013 (emblematico il caso del Nord-Est). La sinistra della lista «L’altra Europa per Tsipras» ha superato a fatica lo sbarramento del 4%, per poi sprofondare immediatamente nelle endemiche contraddizioni dei partiti che la componevano (Sel, Rifondazione comunista, liberaldemocratici di «la Repubblica»). Ora la partita si gioca a livello europeo, in un parlamento indebolito dalle conseguenze delle politiche di austerità, ma soprattutto nel quadro italiano.

In Italia le elezioni europee sono state elezioni politiche di pretesa “legittimazione” del governo di Renzi e di rafforzamento apparente degli interessi atlantici che l’hanno espresso; in realtà la sua linea di conciliazione di interessi diversi (americani ed europei) e le sue promesse elettorali insostenibili lo mettono in una posizione di grande debolezza, anche in presenza di un’opposizione parlamentare e sociale che è costretta – e questo è il dato piú positivo della situazione post-elettorale – a ripensare le proprie strategie, ad affinare le proprie armi: il confronto che si è subito aperto nell’area del M5S e della Lista Tsipras potrebbe (deve) andare in questa direzione. Anche nella base popolare del Pd potrebbe aprirsi un limitato confronto sulla nuova natura centrista, democristiana e berlusconiana, del partito di Renzi.

Un confronto “aperto” (oltre le appartenenze e i recinti) su quali temi? Su due questioni centrali: la «democrazia» e il «modello di sviluppo» della società italiana.

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