27 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Memoria di un anno di memoria

di Luca Baiada

Se ne parla tanto, provo a vedere se funziona.

Gennaio 2018, un anno fa. Il presidente della Repubblica condanna i giuristi del fascismo e denuncia «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati» nello sterminio degli ebrei. Parole importanti, soprattutto per il riferimento ai notabilati intellettuali e ai magistrati. Il fascismo non fu solo cosa di energumeni.

Alla presa di posizione di Mattarella, nelle magistrature nessuna associazione dà risposte ufficiali. Contemporaneamente al messaggio, nella Scuola della magistratura, a Scandicci, c’è il corso La psicologia del giudicare; si parla continuamente di memoria (testimoni, false memorie eccetera), però lo sterminio non viene ricordato. In seguito, durante l’anno il sito di Magistratura democratica proporrà interventi per provare a spezzare il muro di silenzio e di ovvietà.

Marzo. A una cerimonia di apertura dell’anno giudiziario si solleva un problema che ha dell’incredibile: l’Avvocatura dello Stato italiana ha preso le difese della Germania nei processi civili sui risarcimenti da stragi e deportazioni. La cosa è criticata davanti ai rappresentanti del Foro, ai giornalisti, ai comandi militari. L’Avvocatura dello Stato non risponde. Un giornale riprende appena la questione.

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25 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

«Game over». Sulla fine di Sel

fine di Seldi Fabio Vander

Bibendum est. Sel è finita. Con il dissolvimento del gruppo alla Camera, con l’uscita non solo dal Gruppo ma dal “partito” di tanti parlamentari in fregola di passare al Pd, è stato superato il masso erratico che in questi anni ha impedito la costruzione di una sinistra autonoma e organizzata in Italia. Il «non voglio un partito ma riaprire la sinistra» del 2010 ha fatto la fine che ha fatto. Non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

Tutto questo per altro avviene in un quadro ben definito. Con la grande vittoria elettorale di Renzi alle europee, con il Pd sedicente «partito della Nazione», centro tolemaico del sistema politico, che ripropone nel panorama del XXI secolo il ruolo che fu della Dc.

E questo è un altro capitale problema che va a sommarsi a quello tradizionale della sinistra. Il problema della democrazia. È possibile che ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, dopo la fine del comunismo e della guerra fredda, dopo la fine delle ideologie e della conventio ad excludendum ci sia bisogno di un centro inamovibile, di un “partito pigliatutto”? O non è che la patologia della Prima repubblica, che allora aveva comunque un senso date le condizioni della guerra fredda, si ripresenta aggravata nella Seconda, quando pure la “normalità” del confronto politico dovrebbe essere acquisita?

Ora la nuova centralità del Pd è un fatto. Sancita non solo dagli elettori alle europee, ma dalla mancanza di alternativa, a destra come a sinistra. Berlusconi è ormai solo una scheggia impazzita, Ncd non esiste come alternativa di destra democratica, ma poi in via di entrata nel Pd (e comunque nella maggioranza del governo Renzi) sono anche parlamentari da Scelta civica e altre formazioni minori; per non dire dei mille rivoli a livello locale.

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23 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

E tuttavia… La crisi di Sel

crisi di Seldi Rino Genovese

Il compagno Giuseppe Brogi, coordinatore regionale toscano di Sel, che ho avuto modo di ascoltare di recente nel corso di un’assemblea, ha svolto un’egregia analisi della situazione in cui versa in questo momento il suo partito, pronunciando più volte l’espressione “e tuttavia…”. Non si tratta di un tic linguistico: l’espressione, con il suo carattere concessivo-avversativo, riassume piuttosto il disorientamento in cui si trova oggi Sel. Cerco di spiegarmi. Questo partito era nato per essere un “ma anche” (ricordate l’intercalare portato agli onori del dibattito politico dall’imitazione che il comico Crozza faceva di Veltroni ai tempi in cui questi, con scarsa fortuna, fu il candidato alla presidenza del Consiglio?), nel senso che nello schieramento ampio di un centrosinistra di governo avrebbe dovuto rappresentare la sua componente di sinistra non confusionaria ma capace di collocarsi all’interno di un dignitoso compromesso politico. Il fatto che, per un lungo tratto, questo piccolo partito si sia identificato in maniera personalistica con Vendola, è stato vissuto come un che di transitorio, il prezzo da pagare a una mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica cui nessuno, pur con le migliori intenzioni, può sottrarsi. Ciò che era veramente in gioco era la possibilità di contare, facendo valere le proprie ragioni, all’interno di un centrosinistra con un programma progressista.

Questa prospettiva è venuta meno nel 2013 con la non vittoria elettorale del Pd di Bersani e il pasticcio che ne è seguito, da cui si è (apparentemente) venuti fuori grazie al giovane uomo della provvidenza Matteo Renzi. È naturale che, in un paese politicamente emotivo come il nostro, Renzi goda al momento di un credito e di un consenso fuor di misura rispetto alle cose concrete che ha fatto e sta facendo. Tra queste c’è senz’altro l’ottima uscita riguardo ai famosi ottanta euro in più in busta paga per chi ne guadagna all’incirca mille. Qualcosa la cui giustezza è incontestabile, anche se fosse stata una trovata semplicemente elettoralistica. E tuttavia – ecco che compare la locuzione – ciò non è in alcun modo sufficiente a dare fiducia a Renzi su tutto il resto: in particolare non lo è, o non dovrebbe esserlo, per un gruppo parlamentare come quello di Sel collocato attualmente all’opposizione. La rotta verso il Pd, intrapresa da Migliore e da altri deputati, s’inscrive nella perfetta tradizione italiana del trasformismo parlamentare. Nulla più di questo: si va a incensare il vincitore del momento. E tuttavia – ecco che ricompare la locuzione – il progetto stesso di Sel si palesa come in crisi, per la semplice ragione che la possibilità di un centrosinistra articolato non esiste più con Renzi, che ha ripreso su nuove basi il discorso veltroniano circa la vocazione maggioritaria del Pd.

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29 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’ipotesi peggiore? Quella di Migliore

di Rino Genovese

Gennaro MiglioreChe Stefano Fassina, in un’intervista post-elettorale, salti sul carro del vincitore, sia pure con stile, passi, era previsto. Ammesso che ci sia mai stata una sinistra interna al Pd – come corrente organizzata, intendo, e non come una sommatoria di personalità tra loro molto differenti –, è del tutto nelle cose che di fronte a un risultato imponente come quello ottenuto da Renzi (a conferma della sua abilità, non di una linea politica) un esponente della minoranza si adegui e cominci magari a riflettere su che cosa ottenerne in cambio, visto che nella pura tradizione democristiana il nemico vinto può, e anzi deve, essere riciclato più che rottamato. Se a qualche personaggio del passato Renzi andrebbe paragonato, questi potrebbe essere Fanfani che, a suo tempo, di dinamismo ne aveva da vendere (e realizzò anche qualche effettiva riforma, come ricorda Vittorio Foa in Questo Novecento); peccato però che la sua vocazione semiautoritaria, o gaullista, dovette sempre fare i conti con i potentati dc che a un certo punto lo misero da parte. Che possa toccare a Renzi una sorte del genere, sembra invece piuttosto improbabile proprio per la inconsistenza delle non-correnti interne al Pd.

Ma quello che non si comprende, o addirittura è stupefacente, è come Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di Sel – stiamo parlando di un partito di opposizione – possa pensare di proporre un’unificazione con il Pd in queste condizioni. Anche ammesso che Migliore riuscisse a portarsi dietro l’intero suo piccolo partito, questo non sarebbe altro che un minuscolo ingrediente, un po’ di prezzemolo, all’interno del grande minestrone centrista che Renzi sta preparando. E come si potrebbe essere oggi a sinistra – stiamo parlando di una sinistra senza aggettivi, né moderata né radicale – dentro un calderone la cui nota dominante appare sempre più democristiana con accenti leaderistico-berlusconiani, rinunciando così a qualsiasi autonomia organizzativa? Questo di Migliore non è opportunismo – che dalla sua può avere anche una certa machiavellica grandezza –, è solo cretinismo: entrare in un partito e non contare nulla. O meglio: contare solo il breve spazio di una stagione parlamentare come quella che ora si apre, per fare delle riforme costituzionali di cui non c’è alcun vero bisogno e una legge elettorale che, stando alla proposta, è pessima, a rischio d’incostituzionalità quanto la precedente… No, non ci siamo proprio, caro Migliore.