5 Giugno 2020
pubblicato da Il Ponte

Fare la storia del futuro: memoria, giustizia, risarcimenti. E una domanda sulla Regione Toscana

Fivizzanodi Luca Baiada

Che fare storia significhi progettare il futuro, si vede a proposito di crimini nazifascisti, nella scelta fra giustizia e memorialismo. Da più di un anno succedono cose.

Un convegno al Senato, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguitài. Ci sono Liliana Segre, Giuseppe Tesauro, magistrati e accademici. La senatrice Segre è formidabile: «Rivedere che non solo l’Armadio della vergogna è rimasto lì, mezzo aperto e mezzo chiuso, ma che si riapre un’altra vergogna, del detto e non detto». Tesauro denuncia il riparazionismo, cioè il finanziamento tedesco di prodotti culturali, senza risarcimenti alle famiglie delle vittime: «Il governo italiano accettò in ginocchio e con entusiasmo questa soluzione, ma per le vittime non era una soluzione». Le famiglie che hanno diritto al risarcimento «che se ne fanno, di questo diritto, lo mettono al muro, fanno un bel quadro per guardarselo, oppure possono farlo valere davanti a un giudice?».

Sul versante giudiziario, importanti pronunce. Il Tribunale di Brescia condanna la Germania per oltre un milione di euro (per ogni deportato, quarantamila con gli interessi)ii. Il problema di queste condanne è eseguirle. Ma il Comune di Roccaraso, che insieme ai cittadini ha fatto causa anche lui alla Germania, iscrive un’ipoteca su immobili tedeschi a Como, in base a un provvedimento del Tribunale di Sulmonaiii. È un tentativo.

La Cassazione permette il pignoramento dei crediti delle ferrovie tedesche nei confronti di Rete ferroviaria italiana e Trenitalia:

«I giudici italiani, sia quelli investiti del giudizio di cognizione che quelli incaricati dell’esecuzione dei titoli giudiziali legittimamente formati in base alle regole di rito, hanno il dovere istituzionale, in ineludibile ossequio all’assetto normativo determinato dalla sentenza n. 238 del 2014 della Consulta, di negare ogni esenzione da quella giurisdizione sulla responsabilità [per i delicta imperii] altrove riconosciuta che fosse invocata davanti a loro, tanto nella sede propria del giudizio di cognizione o di delibazione della sentenza straniera, quanto nella sede […] dell’esecuzione forzata fondata su questa»iv.

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4 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nuove aperture per la giustizia sui delitti di Stato

di Luca Baiada

Una pronuncia della Cassazione dà nuove possibilità all’esecuzione forzata sui beni di uno Stato estero[i]. Le condanne ai risarcimenti a carico della Germania, per stragi e deportazioni, si susseguono da anni e sono eseguibili; l’ultima è di agosto, del Tribunale di Brescia, per oltre un milione di euro[ii]; la realizzazione effettiva dei crediti è sempre più urgente. E poi ogni orientamento della giurisprudenza, su questo, potrebbe riguardare la guerra mondiale come crimini molto più recenti. Sono delitti di Stato anche i casi di Giulio Regeni e Andrea Rocchelli.

La controversia che ha portato alla nuova decisione ha ancora alla base il credito di un ente greco per la strage di Distomo del 1944, con una sentenza emessa in Grecia e resa esecutiva in Italia nel 2006. Siamo di fronte a un altro ramo del contenzioso che ha riguardato la Villa Vigoni, a Como, deciso l’anno scorso in senso sfavorevole ai creditori, ma per motivi che riguardano solo quel bene[iii]. Identico è il credito, diverso l’oggetto su cui i creditori tentano di eseguirlo. Incidentalmente va ricordato che l’assoggettamento della Villa all’esecuzione è stato escluso in modo non definitivo: in quel processo non c’è stato un esame sul merito del Deutschlandvertrag e dell’Accordo di Londra.

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21 Agosto 2017
pubblicato da Lanfranco Binni

Senza confini

Luigi Pintordi Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.

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