19 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Gli Stati Uniti di Obama e il caos mediorientale

Irandi Rino Genovese

Non v’è dubbio, “quella potenza declina”, avrebbe detto Bertolt Brecht: ma gli Stati Uniti restano il paese leader del mondo occidentale che, dopo la comprovata inesistenza dell’Europa, appare in lento declino insieme con gli Stati Uniti. Se dalla storiografia futura una data sarà trovata per indicare l’inizio della fine, questa potrebbe essere il 2003, anno della seconda guerra del Golfo con la quale, imbrogliando le carte all’Onu, una coalizione guidata dall’America di Bush figlio e dall’Inghilterra di Blair cacciò l’Occidente in un pantano in cui ancora si dibatte. Oggi in Iraq gli Stati Uniti (che si sono ritirati dal paese nel 2011, dopo otto anni di occupazione militare) sono oggettivamente alleati delle milizie sciite di osservanza iraniana – che li detestano – nella guerra contro il gruppo sunnita denominato Stato islamico. “Lo Stato islamico” – dice, intervistato da Le Monde del 19-20 luglio 2015, uno dei capi sciiti – “è la creazione dei servizi occidentali e il loro strumento militare per dividere la regione e ridisegnare i confini stabiliti dagli accordi Sykes-Picot [sono gli accordi del 1915 tra la Francia e il Regno Unito] su base etnica o religiosa. L’obiettivo finale è la sopravvivenza dello Stato di Israele come Stato ebraico”. Questo per mostrare come certi “alleati” sfuggano del tutto alla presunta egemonia occidentale, e come non siano meno determinati nella loro avversione all’Occidente dello stesso Stato islamico.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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18 Settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

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20 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi? (2)

conflitto sirianodi Rino Genovese

In Siria c’è una guerra nella guerra. Mentre scrivo, probabilmente infuria la battaglia intorno al sobborgo di Marea, avamposto verso Aleppo, nel nord del paese ai confini con la Turchia. Ma non si tratta delle truppe lealiste (quelle fedeli al regime di Assad) contro i ribelli dell’Esercito siriano libero nato dalla spaccatura di qualche anno fa, ai tempi delle rivolte nei paesi arabi. Si tratta piuttosto della battaglia di questi stessi insorti contro gli uomini dell’autoproclamato califfo Ibrahim – al secolo Abu Bakr Al-Baghdadi – che, dopo essersi impadroniti di buona parte del nord dell’Iraq, sono ritornati in forze verso ovest, equipaggiati di tutto punto grazie alle moderne armi di fabbricazione americana strappate all’esercito regolare iracheno. Così si forma uno Stato islamico degno del nome, guerreggiando a oriente come a occidente.

Stati Uniti ed Europa (nonostante il parere di qualcuno, come il presidente francese Hollande) hanno fatto benissimo a tenersi finora fuori dal conflitto siriano. Con la sua trasformazione in una guerra civile di lunga durata – addirittura con tre contendenti, non due – la rivolta contro Assad è stata politicamente sconfitta sul campo, e oggi un macellaio come il dittatore siriano è oggettivamente l’unico rappresentante politico con qualche credibilità all’interno di questa guerra di tutti contro tutti. Altri elementi di relativa stabilità nell’area sono i curdi (sparsi tra i quattro Stati della zona, e cioè tra Siria, Turchia, Iraq e Iran). Sostenere questi ultimi, in particolare nel teatro iracheno, significa per l’Occidente entrare nel conflitto tramite interposta persona. Ciò è evidente, e non si potrà in seguito fare finta di nulla, ossia evitare l’obiettivo politico per il quale i curdi si battono da circa un secolo: la proclamazione di un loro Stato indipendente. Ormai le cose stanno così: o il califfato islamico con le orde jihadiste, o la soluzione della questione curda. Supporre di potere aggirare il problema, magari per far piacere all’alleato turco, vorrebbe dire per l’Occidente chiudere gli occhi davanti alla realtà.

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1 Aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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